La Chiesa non può permettere che la guerra entri fin dentro l’altare
Recentemente ho letto nel sito: www.ortodossiatorino.net, della polemica sorta intorno al metropolita Pimen di Rivne e Ostroh, gerarca della Chiesa Ortodossa Ucraina guidata da Sua Beatitudine il metropolita Onofrio.
Durante un pellegrinaggio in Terra Santa, il metropolita Pimen ha celebrato la Divina Liturgia presso il monastero femminile di Gornenskij, a Gerusalemme, appartenente alla Missione Ecclesiastica Russa. Da questo episodio è nata una forte controversia, nella quale il gesto liturgico del vescovo è stato interpretato da alcuni attraverso categorie politiche e persino presentato come una forma di “tradimento”. È proprio qui che, a mio parere, dobbiamo fermarci e riflettere.
La Divina Liturgia non è una dichiarazione politica
Una celebrazione eucaristica non può essere interpretata automaticamente con le categorie utilizzate per giudicare un incontro diplomatico, una dichiarazione politica o un’alleanza tra Stati. La Liturgia non è politica. È Sacramento. È preghiera. È comunione ecclesiale.
La commemorazione liturgica dei primati, laddove prevista dall’ordine ecclesiastico e dai dittici della Chiesa che presiede la celebrazione, non equivale necessariamente a un’approvazione delle posizioni politiche, delle dichiarazioni o delle scelte personali del primate commemorato.
Confondere questi due piani significa rischiare di trasformare l’altare in un luogo nel quale continuare, con altri mezzi, le battaglie del mondo.
Possiamo avere posizioni differenti sulla guerra, sulla politica internazionale, sui rapporti tra Russia e Ucraina e persino sulla gravissima crisi che attraversa oggi l’Ortodossia. Ma esiste un limite che non dovremmo oltrepassare: trasformare ogni gesto liturgico in una dichiarazione di appartenenza politica.
La guerra non può decidere chi possiamo ricordare nella Chiesa
La storia dell’Ortodossia ucraina e di quella russa è intrecciata da secoli. Non possiamo cancellare quasi mille anni di storia cristiana, di spiritualità, di monasteri, di teologia e di santità semplicemente perché oggi due popoli sono coinvolti in una guerra terribile. Un Santo non cessa di essere Santo perché era russo. Mi viene in mente una delle sante a qui sono devoto Santa Matrona Taumaturga di Mosca. Come posso negare la santità e la mia devozione perché e russa? Assurdo !
Un monastero non perde automaticamente la propria sacralità perché appartiene a una determinata giurisdizione.
Una preghiera non diventa propaganda semplicemente perché viene pronunciata insieme a cristiani appartenenti a un’altra Chiesa locale.
Se cominciassimo a giudicare la santità secondo il passaporto, la lingua o la nazionalità, tradiremmo qualcosa di molto più profondo dell’identità di un popolo: tradiremmo l’universalità stessa della Chiesa.
San Giovanni di Kronstadt, san Serafino di Sarov, san Luca di Crimea, santa Matrona di Mosca, Sergio di Radonej , Tihon di Mosca e tanti altri appartengono innanzitutto alla Chiesa di Cristo. La santità non possiede frontiere nazionali.
Condannare la guerra non significa accettare ogni ingiustizia compiuta durante la guerra
Desidero essere altrettanto chiaro su un altro punto. Ho sempre sostenuto il popolo ucraino e ho condannato l’invasione militare dell’Ucraina. Considero la guerra una tragedia immensa che ha portato morte, distruzione, profughi, famiglie spezzate e ferite che probabilmente richiederanno generazioni per essere guarite.
Ma proprio perché condanno la guerra, non posso considerare accettabile che il conflitto diventi motivo per discriminare indiscriminatamente sacerdoti, monaci, religiosi o fedeli semplicemente per la loro appartenenza ecclesiastica alla chiesa ortodossa Ucraina guidata dal Metropolita Onofrio .
Le eventuali responsabilità individuali devono essere accertate individualmente. Un sacerdote che commette un reato deve risponderne. Chi collabora concretamente con attività illegali deve risponderne secondo la legge. Ma la responsabilità personale non può trasformarsi in colpa collettiva religiosa. Questa distinzione è fondamentale.
Non alimentiamo le ferite dalle quali nascono nuove guerre
Dobbiamo inoltre avere il coraggio di comprendere un’altra realtà. Ogni umiliazione collettiva, ogni discriminazione, ogni violenza contro persone innocenti produce nuove ferite. E le ferite dei popoli, quando vengono lasciate aperte, possono diventare domani il terreno sul quale altri costruiranno nuove ostilità, nuove propagande e nuovi conflitti. Questo non giustifica in alcun modo un’invasione militare.
Nessuna persecuzione religiosa può trasformarsi automaticamente nella giustificazione morale di una guerra. Ma proprio per togliere alla propaganda qualsiasi pretesto dobbiamo essere rigorosi nella difesa della libertà religiosa, della dignità della persona e dello Stato di diritto.
La pace non nasce soltanto quando tacciono i cannoni. La pace nasce quando scompare il bisogno di vendetta.
La Chiesa deve rimanere Chiesa
Il dramma più grande sarebbe permettere alla guerra di entrare così profondamente nella coscienza ecclesiale da stabilire persino con chi possiamo pregare, quali santi possiamo venerare o quali nomi possono essere pronunciati durante una celebrazione.
La Chiesa non appartiene alla Russia. La Chiesa non appartiene all’Ucraina. La Chiesa non appartiene a Costantinopoli, a Mosca, a Bucarest a Gerusalemme o a qualsiasi altra nazione. La Chiesa appartiene a Cristo.
Le Chiese locali possiedono una storia, una cultura, una lingua e una tradizione particolare, ma nell’Eucaristia siamo chiamati a ricordare che prima di essere russi, ucraini, greci, romeni, serbi, georgiani o italiani siamo cristiani.
Ed è precisamente nei momenti di guerra che questa verità diventa più difficile da proclamare e, nello stesso tempo, più necessaria.
Difendere la Chiesa non significa difendere una potenza politica
Per questo rifiuto l’idea che difendere un principio canonico, una libertà religiosa o la dignità di sacerdoti e fedeli possa essere automaticamente interpretato come sostegno alla Russia.
Allo stesso modo, condannare l’invasione russa non significa dover approvare automaticamente qualsiasi decisione presa dall’altra parte. Il cristiano deve conservare una libertà interiore più grande delle contrapposizioni politiche.
Possiamo stare accanto all’Ucraina che soffre e contemporaneamente difendere un sacerdote ingiustamente accusato. Possiamo condannare l’aggressione militare e contemporaneamente rifiutare la discriminazione religiosa.Possiamo pregare per i soldati e per le vittime ucraine senza trasformare ogni cristiano russo in un nemico. Questa non è ambiguità.
È il tentativo, certamente difficile, di rimanere fedeli al Vangelo anche quando il mondo pretende da noi una scelta assoluta tra due campi.
Fino a quando le ferite sanguineranno
Ecco perché credo che una pace autentica non possa essere costruita soltanto attraverso trattati, confini e accordi politici. Bisognerà guarire le memorie. Bisognerà riconciliare famiglie, comunità e Chiese. Bisognerà avere il coraggio di chiedere perdono e quello, ancora più difficile, di perdonare.
Fino a quando continueremo a vedere nell’altro soltanto un russo o un ucraino, un nemico o un traditore, un vincitore o uno sconfitto, la guerra continuerà a vivere dentro di noi anche quando le armi avranno smesso di sparare.
Io condanno la guerra e l’invasione dell’Ucraina. Ma proprio per questo non posso rimanere indifferente davanti alla sofferenza di chi si trova, spiritualmente e umanamente, in mezzo a due cannoni.
Sacerdoti, monaci e semplici fedeli non devono diventare vittime di una guerra combattuta anche attraverso le appartenenze ecclesiastiche. La Chiesa deve avere il coraggio di ricordare a tutti che esiste qualcosa di più grande delle nostre nazioni, dei nostri interessi e delle nostre vittorie. Cristo.
Che Dio illumini tutti noi e soprattutto coloro che hanno nelle proprie mani decisioni capaci di determinare la vita di milioni di persone: governanti, responsabili civili e autorità religiose. Che conceda loro sapienza, prudenza e timore di Dio.
E che conceda finalmente ai popoli dell’Ucraina e della Russia ciò che nessuna vittoria militare potrà mai sostituire: una pace giusta, vera e duratura.
+ Avondios, Vescovo





















































































































































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