Visita pastorale a Lonato del Garda

oggi 23 aprile la I-ma Domenica dopo la Santa Pasqua , abbiamo visitato come di tradizione nella Pasqua dei Buoni ( di Sant’ Tommaso) il nostro bellissimo Monastero di Lonato del Garda . Ringraziamo di cuore al Rev. Padre Archimandrita Diodor per l’accoglienza . ringraziando ovviamente anche a tutti i fedeli e amici del Monastero di Lonato per tutto il bene che fanno alla Santa Chiesa Ortodossa e al buon funzionamento del monastero di Lonato del Garda

Santa Pasqua -Cristo e Risorto! Христос воскресе

Come ogni anno la nostra Metropolia Ortodossa di Aquileia , ha organizzato la VII-ma Processione Pasquale su le vie di Milano. La celebrazione pasquale e iniziata alle ore 23 :oo con la Benedizione di Sua Eminenza Mons. Avondios, vicario generale con la partecipazione di 14 sacerdoti e diaconi e centinaia di fedeli riuniti per la Santa Pasqua in Via San Gregorio .

Cristo è risorto dai morti, / con la morte ha vinto la morte, / e a chi giace nei sepolcri / ha elargito la vita.

Христос воскресе из мертвых, / смертию смерть поправ / и сущим во гробех / живот даровав. Hristos a înviat din morţi, / cu moartea pe moarte călcînd, / şi celor din morminte / viaţă dăruindu-le.

Venerdì santo

Fratelli e sorelle, all’alba del Venerdì il Cristo fu giudicato dal sinedrio, e poi condotto da Pilato affinché venisse decretata la sua morte. Sebbene senza macchia e immacolato, nostro Signore Gesù Cristo è stato messo sullo stesso piano dei malfattori e dei ladri: Colui che nulla di male aveva fatto è stato ritenuto colpevole più di quelli che meritavano davvero una sentenza di morte.

Non può non venire a mente la parola stessa del Salvatore quando, nel suo Discorso sulla Montagna, disse:  beati i perseguitati a causa della loro propria giustizia . Il primo condannato, infatti, è stato proprio Lui. Dio stesso, fatto Uomo per noi senza perdere in nulla la sua Divinità, si è abbassato alla condizione di venire umiliato, picchiato, e insultato, prima di offrire tutto se stesso per la salvezza dell’universo.

Dunque, il nostro Signore viene portato dinnanzi a Pilato, uno straniero, un romano in terra di ebrei. Straniero non solo alle loro usanze e alla loro cultura, ma perfino straniero alla loro crudeltà, rimanendo straniero al Verbo Incarnato. Ponzio Pilato è diventato archetipo dell’uomo che conosce la Verità ma non la vive, non la fruttifica. Ricordiamoci delle parole della Parabola del grano: << i semi caddero in luoghi rocciosi dove non avevano molta terra; e subito spuntarono, perché non avevano terreno profondo; ma, levatosi il sole, furono bruciati; e, non avendo radice, inaridirono.>>. Infatti, le parole di Pilato dopo aver lungamente trattenuto Gesù Cristo in interrogatorio sono proprio queste: Io non trovo nulla di ingiusto in quell’uomo. Tuttavia, questo non è sufficiente a salvarlo. Il popolo tumultuoso pretende la morte di Gesù, sobillato dal Sinedrio.

Ci viene lasciato un grande insegnamento circa il valore delle decisioni prese dalla folla: che queste, molto spesso, sono ingiuste, e non hanno valore. La gente pensa in modo strano, a volte per profitto, altre volte per sentito dire, altre volte per mille altri motivi. Il Cristo fu giudicato tre volte: dal Sinedrio, dal Pilato e dal popolo. Quante volte noi stessi veniamo giudicati dalla nostra famiglia, dai nostri superiori, e da chi ci sta intorno? Ma Cristo già ce l’aveva detto: prima di odiare voi, hanno odiato Me. Così come Dio salvò tutto il cosmo con la sua Passione gloriosa e la sua Resurrezione vivificante, così noi esseri umani – giacché siamo a immagine e somiglianza, possiamo imitare Dio come ci viene concesso, e  possiamo salvare noi stessi. Diceva san Serafim di Sarov: “salva te stesso, e attorno a te altri mille avranno la salvezza!”.

Da cosa salvarci? le risposte sono tante. Dal peccato, dalla morte, da una vita vissuta senza senso e senza Dio, da noi stessi, dalle nostre passioni malsane. Come salvarci? con la preghiera e la fortissima fede… fede in chi? in Dio, in Gesù Cristo, in quel Cristo che ha percorso la via verso il Golgota e si è lasciato crocefiggere fra lo scherzo della gente: “ha salvato gli altri e non può salvare se stesso”. Non siamo anche noi spesso in questa situazione? abbiamo fatto del bene, e veniamo ripagati con il male, senza potere neppure difenderci. E mentre soffriva ecco una immagine che ci viene lasciata dai Vangeli… il Cristo lascia il suo discepolo Giovanni nelle braccia materne della Deipara Maria, un simbolo per indicare l’affiliazione dell’Uomo alla Chiesa. “Figlio, ecco tua Madre”, dice il Signore. Ecco, noi ci affidiamo alla Chiesa sulla Terra per i sacramenti e gli insegnamenti spirituali, e alle intercessioni della Chiesa Celeste, ovvero della Madre di Dio e dei santi e dei giusti, per ottenere la misericordia di Dio. E dopo aver molto sofferto, il Cristo morì. L’Universo non è riuscito a trattenere il dolore per la morte di Dio, e infatti ha risposto come ha potuto. Il Sole si è oscurato, la Terra si è scossa, il Tempio di Salomone ha visto rompersi le sue tende. Tutto l’universo ha partecipato della morte di Cristo, a testimonianza che Egli è veramente Dio e Salvatore.

L’umanità vive in un perenne lungo e straziante Venerdì di Passione che dura da sempre: guerre, fame, bisogno di denaro, insicurezze, odio, rancore, ingiustizia. I demoni di ieri, di oggi e del futuro sono sempre gli stessi, mentre la santità trova sempre nuove forme di apparire sulla Terra, con carismi rinnovati e fruttificati, che variano di luogo in luogo. Questa è la grandiosità della Chiesa, del Corpo Mistico di Cristo, un Corpo nato proprio nella notte fra il Grande Giovedì e il Grande Venerdì, quando gli Apostoli furono prima nutriti col Corpo e col Sangue di Cristo, e poi si dispersero. Ancora non sapevano cosa erano chiamati a compiere, ma inconsciamente si erano già divisi, disperdendosi dentro Gerusalemme, e poi in tutto il mondo abitato: così come la Chiesa è ora ovunque sulla Terra. La Chiesa, purtroppo, è timida, e lo è sempre stata. Pensiamo agli apostoli di Cristo che, visto il suo arresto, sono fuggiti. La Chiesa tradisce Dio, come Pietro, che ha rinnegato tre volte il suo Signore e Maestro, e proprio come Pietro fu perdonato così  la Chiesa è continuamente perdonata e benedetta ancora e ancora dallo Spirito Santo. Il pensiero che noi siamo parte della Chiesa, siamo membra di questa struttura viva e continuamente purificata e arricchita da Dio ci dovrebbe solamente rallegrare.

Fra le stichire del Mattutino del Sabato Santo, il quale celebra il funerale del Cristo defunto e sceso nell’Ade, si canta anche: << Apri i miei occhi, o Dio, e io vedrò le meraviglie della tua Legge >>. E’ la Legge dell’Amore, dell’Amore di Dio per l’umanità. Il più grande atto d’amore per l’umanità Dio lo fece salendo sulla Croce in quel Venerdì di Parasceve, versando il suo sangue immacolato per la primavera dell’universo, per la rigenerazione dell’Uomo e di tutte le altre creature, ed è questo che la Chiesa intera canta e mirabilmente offre al Dio-Uomo: le lacrime di pianto, ma lacrime di speranza, perché anche nella tremenda ora della Crocefissione, già vediamo raggiante la Resurrezione

Giovedi Santo

Sul Giovedì Santo
1 TESTO “lezione liturgica”

Il Giovedì Santo è un giorno importante nel calendario della Chiesa Ortodossa. E’ un giorno, paradossalmente, festivo, perché viene commemorato il sacramento più alto di tutti, la Divina Eucarestia, anche se è nel centro della Settimana di Passione. Nell’aria c’è una percezione particolare, è come se il tempo liturgico si sia fermato, momentaneamente: una sorta di attesa pressante ma senza angoscia, luminosa, permea l’ambiente. Il servizio liturgico centrale di questo giorno è composto dalla Liturgia di san Basilio preceduta dai Vespri, che secondo gli usi si celebra la mattina o la sera. Alla liturgia viene letto il lunghissimo Vangelo della Passione secondo Giovanni (Giovanni 13:31-18:1). Al posto delle antifone consuete, viene più volte ripetuto il tropario:

Della tua Mistica Cena, o Figlio di Dio, rendimi oggi partecipe: perché non narrerò del tuo Mistero ai tuoi nemici, né ti darò un bacio come Giuda; ma come il ladrone ti dirò: ricordati di me, o Signore, quando sarai nel Tuo Regno.

Al mattino, in molte chiese ortodosse viene celebrata la cerimonia della Lavanda dei Piedi, la quale emula il gesto del Signore Gesù Cristo che Egli compì suoi discepoli e apostoli. Spesso alla sera, in luogo dei Vespri, si preferisce anticipare il Mattutino del Venerdì Santo il quale è composto dalla lettura dei Dodici Vangeli della Passione:

Giovanni 13:31-18:1
Giovanni 18:1-29
Matteo 26:57-75
Giovanni 18:28–19:16
Matteo 27:3-32
Marco 15:16-32
Matteo 27:33-54
Luca 23:32-49
Giovanni 19:19-37
Marco 15:43-47
Giovanni 19:38-42
Matteo 27:62-66

Con la lettura di questo ciclo di Passione, entriamo formalmente nel Grande e Santo Venerdì di Passione, e difatti spesso la processione con l’epitaffio che raffigura il Cristo defunto è condotta in processione al termine dei Dodici Vangeli.

Nelle grandi cattedrali, invece, il vescovo compie un rito antico e nobile, testimoniato fin dai primi sacramentari liturgici utilizzati ad Antiochia nel V secolo: la consacrazione del Crisma (myron). Durante la Divina Liturgia il vescovo infatti riceve le ampolle e le anfore con l’olio crismale, prodotto con più di trenta erbe ed essenze, e le consacra. Il Crisma viene poi portato in tutte le parrocchie della Diocesi e i sacerdoti lo utilizzeranno solamente per battezzare i bambini o consacrare le chiese, qualora il vescovo stesso non possa.

L’intero Giovedì Santo si prefigura quindi come una glorificazione dei Misteri dell’Ordine Sacro. Non per nulla fin dalla più remota antichità il Giovedì Santo è considerato la “festa del sacerdozio”, un momento nella vita ecclesiale ove glorifichiamo Dio per il grande dono del sacerdozio ministeriale. Perché in questa solenne festa, Cristo Gesù nostro Signore creò l’Eucarestia e la celebrazione del suo Mistero.

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2 TESTO “quasi omelia”

Fratelli e sorelle nel Signore, oggi è una delle feste più grandiose della Chiesa, è il Giovedì Santo, il Grande Giovedì, quando nella sera della sua vita terrena, nostro Signore Gesù Cristo ha compiuto l’Antico Testamento coi precetti dell’Antica Legge consumando la Pasqua ebraica nella vigilia, e ha iniziato la Nuova ed Eterna Alleanza attraverso la sua Ultima Cena. Oggi è un giorno glorioso per la Chiesa di Cristo, perché essa commemora oggi la nascita del più grande Mistero che alberga nella liturgia: la trasformazione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di nostro Signore e Salvatore. Quando il Cristo, prima di venire tradito, ha voluto consumare coi suoi apostoli la cena che precedeva la festa della Parasceve, nella quale si immolavano quasi duecentocinquantamila agnelli a Gerusalemme prima del Sabato silenzioso, quando era proibito fare qualsiasi cosa, il Cristo Dio non ha scelto casualmente quel giorno per compiere il Sacramento dell’Eucarestia. Se analizziamo ciò che è possibile conoscere di questo grande Mistero, osserviamo come esso sia un sacramento comunitario: il Cristo non celebrò da solo, ma invitò i suoi Apostoli a prenderne parte. La Salvezza dunque, data per mezzo del Corpo di Cristo a quanti ne partecipano, necessita di un rito comunitario: è nella Chiesa, con la Chiesa di cui Gesù Cristo è il capo, che troviamo la redenzione. Ma, oltre agli Apostoli, nell’albergo dove consumò l’Ultima Cena, vi erano una moltitudine di persone che non furono invitate: sono coloro cui l’Eucarestia è preclusa, sono i non cristiani, gli increduli, gli eretici. Nella sera, dopo che Giuda ebbe raggiunto i nemici di Dio per ucciderlo, il Signore nostro si recò nel Getsemani, a pregare, dove ebbe un momento di debolezza: nella notte della vita umana, tutti gli esseri umani hanno la tentazione di abbandonare Dio e di perdersi nell’abisso della sofferenza. La notte dell’anima, che il Cristo visse in prima persona nella sua natura umana, secondo il Mistero dell’Incarnazione, è forse una delle peggiori tentazioni che l’umanità possa mai provare: lo scoramento interiore più buio e profondo nel quale l’Uomo si inabissa per perdersi nell’autocommiserazione e nel dolore privo di senso. Ma il Signore rispose ai suoi dubbi con una frase: << passi da me questo calice, se Tu lo vuoi >>. Parlava col Padre suo nei Cieli: ovviamente, dato che Cristo in quanto Dio sapeva già ciò che avrebbe patito nel Venerdì a seguire, a causa della propria onniscienza, non parlava da solo; ma piuttosto lasciava un esempio ai suoi discepoli, ai cristiani di ogni tempo e luogo. Così si affronta la sofferenza, con l’abbandono fiducioso nelle mani di Dio, nella Divina Provvidenza: del resto, sempre Cristo disse << se agli uccelli non manca nutrimento, voi, uomini, che valete immensamente di più degli uccelli, di cosa vi preoccupate? >> intendeva il nutrimento del Cielo, la divina Grazia, e anche il nutrimento del corpo, affinché magnifichiamo il Signore nei benefici materiali che Ci concede. Dopo il patimento del Getsemani, Giuda e gli uomini del Sinedrio trovano il Cristo e lo arrestano: era la notte fonda del Giovedì che precedeva la Parasceve. All’alba del giorno seguente, prima che il gallo canti, Pietro lo rinnegherà tre volte e i suoi apostoli si disperderanno, dando prova di immaturità spirituale in quel tempo.

Altrettanto immaturi sono coloro che si ritengono indegni dell’Eucarestia, e a cagione di ciò non l’assumono. Facciamo bene a ritenerci peccatori, perché tutti noi lo siamo, ma il Signore stesso disse: << per i malati sono venuto, giacché non i sani hanno bisogno del medico, ma i malati. >> L’Eucarestia è la medicina della nostra anima, del nostro corpo, della nostra mente: è farmaco potente della vita spirituale, il più potente fra gli steroidi, se vogliamo: non possiamo crescere nella vita spirituale senza la santa Comunione. Per questo, non è un vero cristiano chi non si comunica almeno una volta al mese, dicono i Canoni. ALMENO una volta al mese: e per tutte le feste, nelle quali compartecipiamo della gloria dei santi e della grazia dello Spirito Santo, a maggior ragione dobbiamo accostarci al Calice, fonte di guarigione, di speranza e di unità nel Regno di Dio, che appartiene a tutti quanti fra i suoi figli e figlie seguono il Cristo, Dio vero e uomo vero, Agnello immacolato condotto al macello per la nostra Salvezza.

L’epistola della Domenica delle palme

Cari fratelli e sorelle in Cristo,

L’epistola della domenica ci annuncia la vicinanza del Signore:

Rallegratevi sempre nel Signore, e ripeto, rallegratevi…

Vogliamo brevemente meditare alcuni versetti della odierna liturgia: Ecco il tuo Re viene verso te… Gesù viene oggi da noi non come il Maestro ma come il Re! Egli desidera che noi lo conosciamo nella sua sovranità, che noi accettiamo la sua volontà in tutto,  Egli viene oggi per prendere possesso della nostra anima.

Egli viene verso di te… non in modo generico verso l’umanità, ma verso ciascuno di noi. Il versetto vuole sottolineare questo rapporto intimo dicendo: il tuo re.

Questo re però è umile, seduto su un povero animale, immagine dell’umiltà e della dolcezza. Un giorno, come dicono le sacre scritture, E anche il nostro Credo, vera con gloria per giudicare il mondo intero. Oggi egli rinuncia al fasto esteriore della maestà e della potenza. Non chiede un regno visibile, ma vuole regnare nei nostri cuori.

Ciò nonostante la folla istintivamente aveva ragione quando lo acclamava come il re visibile d’Israele. Gesù non è solamente il re degli individui, ma delle società umane; il suo regno è anche sociale e comprendo sia il terreno sociale e politico che il campo spirituale e morale.

La folla che acclamava Gesù aveva in mano dei rami di olive e delle palme. Esse hanno un significato: Palme – il simbolo della vittoria; l’olivo – Pace e fecondità.

Incontriamo Gesù rendendo omaggio alla sua forza alla sua tenerezza: offriamogli le nostre vittorie, che sono le sue, su noi stessi e sui nostri peccati e nostra pace interiore che la sua….’’Io vi do la pace nel mondo non vi darà.

La folla stendeva il suoi vestiti per terra: essi possono significare I nostri beni terresti, la nostra sicurezza, I nostri beni esteriori, I nostri pensieri e desideri, I nostri sentimenti. La folla gridava: osanna! Benedetto…Siamo noi capaci di pronunciare queste parole in tutta la sincerità?

Queste parole dovrebbero esprimere uno slancio del mio essere in questo caso la nostra anima abbandona la via del peccato e noi riceviamo Cristo nel nostro cuore.

Benvenuto dunque Colui chi viene nostri cuori.

†  Evloghios   

Arcivescovo di Mediolanum

Metropolita di Aquileia    

Domenica delle Palme

Il giorno seguente, una grande folla che era venuta alla festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme e uscì incontro a lui, gridando: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!». E Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra come sta scritto: «Non temere, o figlia di Sion; ecco, il tuo re viene, cavalcando un puledro d’asina». [Giovanni 12,12-15]

Così il Vangelo di Giovanni ci presenta l’ingresso del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo a Gerusalemme: la Cristianità fin dai primissimi secoli ha adottato l’uso di ricordare il trionfante arrivo del Signore alla antica città di Gerusalemme. Fin dal IV secolo in Egitto, in Siria, in Palestina e negli altri luoghi dell’Oriente è già attestata una benedizione delle palme; in Occidente arriverà molto tardi e su influssi egiziani. Infatti, verso la metà del VI secolo, molti monaci copti emigreranno in Gallia e fu proprio dall’attuale Francia che, fra VI e VII secolo, l’usanza della processione della Domenica delle Palme appare nei Messali e nei libri liturgici. A Roma verrà adottata come pratica obbligatoria solamente nel XI secolo. Uno dei primi inni occidentali per la Domenica delle Palme fu scritto nel VII secolo da Teodulfo d’Orleans e si chiama “Gloria, laus et honor”. Nelle Chiese di Grecia, dei Balcani e d’Oriente la processione e la benedizione delle palme da sempre fanno parte della tradizione vissuta della Chiesa.

Nella pratica attuale della Chiesa Ortodossa, la Domenica delle Palme è un giorno di festa dopo la lunga Quaresima ed è l’inizio della Settimana di Passione. Come per le grandi feste, la chiesa è addobbata con fiori e piante (palme e ulivi soprattutto). I fedeli e il clero tengono in mano le candele accese e le palme (o i fiori) durante la Divina Liturgia, in special modo durante il Grande Ingresso. Ma perché i cristiani portano i fiori e le candele durante la celebrazione della Domenica delle Palme? I fiori sono simbolo della rinascita, e rimandano alla Resurrezione, la rinascita del mondo dopo che il nostro Signore e Salvatore ha tratto dagli inferi i giusti e li ha condotti in paradiso, rinnovando l’intero universo: in questo noi crediamo e aspettiamo il ritorno del Signore Dio per una rinascita senza fine. Le candele sono simbolo della fede ardente per Dio, simbolo della vita che passa, che si consuma come la cera delle candele, ma alla luce del Verbo incarnato, consapevoli dell’esistenza di Dio.

Fra le tradizioni popolari più particolari, i russi festeggiano la Domenica delle Palme con la processione degli asini: il vescovo locale (o qualcuno da lui benedetto) siede su un asino vestito di bianco e precede il clero e il popolo che cantano il tropario della festa per le vie della città. Novgorod osserva questa tradizione da tempo immemorabile mentre Mosca ha avuto la sua cavalcata solo dal 1558 al 1693, quando il patriarca sedeva sull’asino e l’imperatore lo portava a piedi.

In Romania e in Moldavia, così come in molte zone rurali dei Balcani, si pensa che nel giorno delle Palme le ragazze non sposate potranno scoprire il futuro marito, e quindi si ingegnano in molti modi pur di vedere chi potrà essere. In Romania si dice che un bambino colpito con un ramo di salice in chiesa durante il giorno delle Palme crescerà forte e sano.

Siamo chiamati come ogni anno a vivere la festa della Domenica delle Palme, preparandoci con maggior consapevolezza alla sofferenza, alla Croce, alla morte e alla gloriosa Resurrezione del Salvatore Gesù Cristo, nostro Dio e Signore, che attraverso la sua passione vivificante e attraverso la sua discesa agli inferi ha rinnovato il mondo e ha salvato la razza umana e tutto l’universo riportandoci al Padre, e non c’è modo migliore di festeggiare il suo Ingresso trionfante a Gerusalemme se non emulando quei bambini innocenti che, presi dei rami di palma, lo venerarono dinnanzi alle porte della Città Santa.

Diac. Marco Giorgi