Esiste una tentazione sottile nella vita religiosa: preoccuparsi più di sembrare cristiani che di diventarlo realmente.
È una tentazione antica, profondamente umana. Desideriamo essere considerati buoni, devoti, corretti, spirituali. Vogliamo che gli altri abbiano una determinata opinione di noi e, senza rendercene conto, possiamo cominciare a costruire un’immagine religiosa che non sempre corrisponde alla verità del nostro cuore. Ma Dio non incontra l’immagine che abbiamo costruito.Dio incontra noi.
Ed è precisamente questa una delle grandi sfide della vita spirituale: avere il coraggio di essere veri davanti a Lui.
Quando la religiosità diventa una difesa
La religione dovrebbe aiutarci a scoprire la verità su noi stessi. Talvolta, invece, possiamo utilizzarla inconsapevolmente per nasconderla. Possiamo parlare continuamente dei peccati del mondo per non affrontare i nostri.
Possiamo diventare severissimi nel giudicare il comportamento degli altri perché abbiamo difficoltà ad accettare le nostre debolezze. Possiamo mostrare pubblicamente una grande devozione mentre interiormente continuiamo ad alimentare rancori, gelosie, rivalità e desiderio di riconoscimento.
Dal punto di vista psicologico questo comportamento può diventare una forma di protezione dell’immagine personale. Se ammettere una nostra fragilità minaccia l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi, può essere più facile negarla, nasconderla o spostare l’attenzione sulle fragilità degli altri.
E così può nascere una delle contraddizioni più dolorose della vita religiosa: parlare molto di Dio e conoscere sempre meno noi stessi.
Il cristiano non deve dimostrare di essere perfetto
Nessuno entra nella Chiesa perché è già santo. Entriamo nella Chiesa perché abbiamo bisogno di Dio. La Chiesa dovrebbe essere simile a un luogo di guarigione spirituale. E nessun malato entra dal medico fingendo di non avere alcun problema. Perché allora davanti a Dio dovremmo comportarci diversamente? Il cristiano maturo non è colui che riesce a nascondere meglio le proprie debolezze. È colui che progressivamente impara a riconoscerle senza disperare. Dire: “Ho sbagliato.” “Sono stato ingiusto.” “Ho parlato male di quella persona.” “Sono stato geloso.” “Non sono riuscito a perdonare.” non distrugge la nostra dignità. Può essere l’inizio della guarigione.
La vera umiltà non consiste nel pensare continuamente male di se stessi. Consiste nel guardarsi con verità, senza esaltarsi e senza nascondersi.
Perché ci interessa tanto la vita degli altri?
Esiste poi una domanda che raramente abbiamo il coraggio di porci: perché siamo così interessati agli errori degli altri? Perché una notizia negativa su qualcuno attira spesso più attenzione di una buona? Perché il difetto di una persona diventa argomento di conversazione?
Talvolta perché conoscere la debolezza dell’altro ci permette di sentirci, almeno per qualche momento, migliori. È un confronto pericoloso: “Lui ha fatto questo, quindi io sono migliore.” “Lei si comporta così, quindi io sono più credente.” “Quella persona ha sbagliato, quindi io sono dalla parte giusta.”Ma la vita cristiana non è una classifica morale. Dio non ci chiederà di presentargli l’elenco dei peccati degli altri. Ci chiederà che cosa abbiamo fatto del nostro cuore.
Il pettegolezzo travestito da preoccupazione
Negli ambienti religiosi il pettegolezzo può assumere forme particolarmente sottili. A volte non diciamo: “Voglio parlare male di questa persona.”
Diciamo: “Te lo racconto perché sono preoccupato…” oppure: “Dobbiamo pregare per lui, perché ho saputo che…”E immediatamente raccontiamo tutto. In questo modo persino il linguaggio religioso può diventare una copertura per la curiosità.
La domanda da porci è semplice: se sono realmente preoccupato per quella persona, perché sto raccontando il suo problema a qualcuno che non può aiutarla? Se posso aiutarla, dovrei avvicinarmi a lei.
Se esiste un problema grave, dovrei rivolgermi responsabilmente a chi può intervenire. Se invece sto semplicemente diffondendo la sua storia, probabilmente non sto cercando una soluzione. Sto alimentando il pettegolezzo.
La calunnia uccide senza toccare
Esiste poi qualcosa di ancora più grave: la calunnia. Non servono armi per ferire profondamente una persona.
A volte basta una frase. Un’insinuazione. Una mezza verità. Una storia modificata. Una confidenza tradita. Un’accusa ripetuta abbastanza volte da sembrare vera. La reputazione di una persona può essere costruita attraverso decenni di vita e danneggiata in pochi giorni attraverso parole irresponsabili.
La calunnia possiede inoltre una crudeltà particolare: la persona accusata spesso non sa nemmeno da cosa deve difendersi.
Gli altri parlano. Le versioni circolano. Gli sguardi cambiano. Le persone prendono le distanze. E colui che è al centro della storia può non sapere nemmeno ciò che viene raccontato sul suo conto.
Questa non è correzione cristiana. È una forma di violenza esercitata attraverso la parola.
Le mezze verità possono essere più pericolose delle bugie
Non sempre la diffamazione nasce da una menzogna completamente inventata. Talvolta nasce da un fatto reale raccontato senza contesto. Una frase viene estratta da una conversazione. Un gesto viene interpretato. Un errore del passato viene presentato come se definisse tutta la persona. Un sospetto viene trasformato in certezza. Una confidenza privata viene resa pubblica.
Ed ecco che una piccola parte della realtà diventa una storia completamente diversa. Per questo la responsabilità cristiana della parola non consiste soltanto nel domandarci: “Quello che sto dicendo è tecnicamente vero?”
Dovremmo domandarci anche: “Lo sto raccontando in modo giusto? Sto omettendo qualcosa che cambierebbe il significato?“Sto rispettando la dignità di questa persona?“Perché sento il bisogno di raccontarlo?”
Il silenzio può essere una forma di carità
Viviamo in un tempo nel quale tutti sembrano dover avere un’opinione su tutto. Eppure nella vita spirituale esiste anche la disciplina del silenzio. Non quel silenzio che copre l’ingiustizia o protegge chi fa del male.
Ma il silenzio che rifiuta di partecipare alla distruzione inutile della reputazione di qualcuno. A volte la frase più cristiana che possiamo pronunciare durante una conversazione è: “Non conosciamo tutta la storia.”
Oppure: “Forse sarebbe meglio parlarne direttamente con lui.” Oppure semplicemente: “Non voglio giudicare una persona che non è qui per spiegarsi.” Sono piccole frasi. Ma possono interrompere una catena di maldicenza.
La persona che oggi giudichiamo potrebbe essere quella che domani avrà bisogno di noi
La vita cambia rapidamente. La persona forte può diventare fragile. Chi oggi giudica può domani trovarsi nella stessa situazione di colui che aveva condannato. Per questo la misericordia non è ingenuità. È consapevolezza della condizione umana. Tutti possiamo cadere. Tutti possiamo sbagliare. Tutti possiamo attraversare momenti nei quali non siamo la versione migliore di noi stessi.
E nessuno desidererebbe che il momento peggiore della propria vita diventasse la definizione permanente della propria persona. Perché allora dovremmo farlo agli altri?
Essere veri davanti a Dio
Alla fine rimane una domanda molto semplice: chi sono io quando nessuno mi guarda? Non quando indosso i miei abiti migliori. Non quando entro in chiesa. Non quando parlo di spiritualità. Non quando gli altri mi considerano una persona religiosa. Ma quando rimango solo con la mia coscienza. Quella persona è conosciuta da Dio.Ed è quella persona che Dio ama, chiama e desidera trasformare. Per questo non abbiamo bisogno di nasconderci davanti a Lui.
Possiamo presentargli persino ciò che ci vergogniamo di riconoscere a noi stessi. La fede autentica comincia quando smettiamo di difendere continuamente l’immagine che abbiamo costruito e permettiamo a Dio di incontrare la nostra verità.
Una Chiesa dove non dobbiamo avere paura gli uni degli altri
Vorrei una comunità cristiana nella quale nessuno debba avere paura che una propria fragilità diventi argomento di conversazione.
Una Chiesa nella quale chi cade trovi una mano, non una platea. Dove chi soffre trovi ascolto, non curiosità. Dove una confidenza venga custodita. Dove un errore possa essere corretto senza distruggere la persona. Dove la verità venga detta con amore e l’amore non venga utilizzato per nascondere la verità. Dove prima di raccontare il peccato del fratello impariamo a piangere sul nostro.
Perché possiamo avere chiese magnifiche, icone preziose, celebrazioni solenni e conoscere perfettamente ogni regola liturgica; ma se uscendo dalla Divina Liturgia distruggiamo con la lingua il fratello con il quale pochi minuti prima abbiamo pregato, dobbiamo interrogarci seriamente sul significato della nostra religiosità.
Non basta accendere una candela davanti a un’icona. Dobbiamo imparare a non spegnere la luce che esiste nel nostro fratello.
Non basta chiedere a Dio: “Perdona i miei peccati.” Dobbiamo imparare a non trasformare i peccati degli altri nel nostro argomento preferito. Non basta chiedere misericordia. Bisogna diventare misericordiosi. Non basta proclamare la verità. Bisogna diventare uomini e donne veri.
Forse proprio questa è una delle forme più profonde della coerenza cristiana: essere davanti agli uomini la stessa persona che cerchiamo di essere davanti a Dio.
Senza maschere.
Senza doppiezza.
Senza bisogno di distruggere qualcuno per difendere noi stessi.
Perché alla fine, davanti a Dio, cadranno tutte le apparenze.
E rimarrà soltanto la verità del cuore.





















































































































































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