Venerdi Santo

Le funzioni della Settimana della Passione raggiungono il loro culmine il Venerdì Santo, quando i fedeli sono chiamati a riunirsi in tre momenti. La prima volta siamo chiamati al Mattutino, con i suoi dodici Vangeli della Passione, spesso tenuto alla sera del Giovedì Santo, dal momento che all’una del mattino – il tempo prescritto dal Tipico – saremmo probabilmente ancora ‘oppressi dal sonno’.

Ci riuniamo insieme una seconda volta a metà mattina per leggere le Ore Regali, così chiamate perché (come alla Natività e alla Teofania) l’imperatore romano (basileus in greco) officiava come salmista, o almeno era presente. Questa pratica è stata spesso osservata da monarchi ortodossi in altri paesi molto tempo dopo la caduta dell’Impero Romano nel 1453. Ora non vi è altro re, se non colui il cui ‘regno non è di questo mondo’ (Gv 18:33-38).

Così, alla ‘terza ora’, le nove del mattino, al tempo stesso (Mc 15:25) in cui Gesù è stato innalzato sulla croce, cominciamo a leggere le Ore Regali con una regalità molto diversa in mente, contemplando il Re della Gloria inchiodato all’albero.

In questo giorno così triste dell’anno liturgico, la santa Chiesa dirige la nostra attenzione alle tremende e impressionanti sofferenze che l’immortale Figlio di Dio ha sopportato per noi. ‘Colui che è senza passioni arriva ora alla sua passione volontaria ‘(Triodio). ‘Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me ‘(Gv 12,32).

‘Elevare’ era un eufemismo per la crocifissione romana, una forma orribile di tortura fino alla morte, e un’umiliazione anche dopo la morte, da cui i romani risparmiavano i propri cittadini, ma che infliggevano selvaggiamente ai loro schiavi riottosi e ai ribelli dei popoli soggetti. Questo è il motivo (secondo la tradizione antica) per cui san Pietro fu crocifisso, ma san Paolo fu decapitato (ATTI 22:22-29). ‘Oggi è appeso al legno colui che ha appeso i cieli sulla terra’ (Triodio).

Cosa possiamo dire quando vediamo questo spettacolo incredibile? Il Figlio di Dio è appeso, denudato e torturato su una forca vergognosa; egli la sopporta, anche se gli elementi stessi protestano (Mt 27:45, 51-52, Mc 15:33; Lc 23:44-45). Nella sua impressionante sofferenza, egli non dice che poche parole. Ha già detto tutto quello che aveva da dire, ora compie il destino che ha accettato quando ha accettato un corpo e un’anima umani per noi (Gv 18,37). Quando Gesù dice: ‘Tutto è compiuto.’ (Gv 19,30), vuol dire che la redenzione del genere umano è stata portata a termine, e che il suo lavoro è finito. La sua obbedienza, fino al punto della morte di croce (Fil 2:7-8), ha annullato gli effetti della disobbedienza di Adamo – e della nostra -, se solo vogliamo reclamare tale annullamento. Nessun essere umano può perfettamente soddisfare le leggi dell’antica alleanza, che secondo i rabbini sono state inflitte a Israele a seguito del suo peccato di idolatria sul Sinai (Es 32), e che sono state considerate come una maledizione da cui Cristo ci ha riscattati (Gal 3,13), dal momento che solo lui, con la sua obbedienza perfetta come Figlio di Dio e Figlio dell’uomo in una sola persona, poteva osservare perfettamente la legge antica (Mt 5,17).

La Legge antica è finita, e ora siamo liberi di diventare per grazia ciò che Cristo è per natura: con la sua morte e risurrezione, il Figlio unigenito di Dio ha reso possibile per noi di diventare figli adottivi di Dio, e suoi eredi regali insieme con Cristo (Rm 1:17).

Naturalmente, questo è per noi motivo di grande gioia. Ma, al tempo stesso, dobbiamo anche accusare noi stessi dei peccati che hanno reso necessario a un così grande Salvatore di salvarci, e siamo ben peggiori per avere ignorato e disprezzato il Salvatore, di quanto saremmo se lui non fosse mai venuto (Eb 2:1-3). Oh, come Cristo ci ama! Cosa possiamo fare per rendergli un amore così grande? Egli ci dice: ‘Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti ‘(Gv 14,15).

L’ultima funzione del Venerdì Santo è in realtà la prima funzione del Sabato Santo. Questa è la funzione serale, a volte chiamata ‘lo schiodamento’ o ‘la discesa dalla croce’, non solo perché la funzione si svolge nel tardo pomeriggio di questo servizio in commemorazione della morte del Signore e della sua sepoltura, ma anche perché, in molti luoghi, vi è una rievocazione liturgica della manifestazione: l’immagine del Cristo morto viene rimossa dalla croce, e il sudario raffigurante il suo corpo nel riposo viene solennemente portato fuori per la venerazione e inserito nella ‘tomba’ al centro della navata.

Per quanto toccanti siano questi riti, si farebbe bene a notare che sono di origine relativamente recente, così come la processione esterna con il sudario, certamente non più di circa due secoli nell’uso generale. Questo è importante come freno al nostro nativo conservatorismo nella pratica liturgica: ciò che cerchiamo di conservare può non essere tutto così antico – è solo ciò a cui siamo personalmente abituati, ma potremmo prendere in considerazione, anche adesso, il ripristino di pratiche antiche o lo sviluppo di pratiche nuove.

Vi è una tradizione antica che descrive san Giacomo, il fratello del Signore, che serve la Divina Liturgia su un tavolo coperto con la sindone originale di Cristo, e questa può essere l’origine dell’immagine che si trova di solito sull’antimensio, per non parlare dello stesso epitafio, e forse anche il ‘volto non fatto da mano umana’; la ‘Sacra Sindone’ ancora conservata a Torino presenta un prototipo di tutte queste immagini: la figura intera di un uomo crocifisso sdraiato nella morte, le mani incrociate sull’addome. Notare che la mano destra è posta sopra la sinistra, la mano destra, che veneriamo con i nostri baci. Questo è esattamente l’opposto del modo in cui mettiamo le mani sul petto quando ci avviciniamo al Santo Calice, mentre poniamo la mano destra sul cuore e la mano sinistra sopra la destra.

C’è un silenzio molto forte, un vuoto palpabile, che incombe sulla santa Chiesa alla sera del Venerdì Santo. Mentre ci sforziamo di comprendere l’orrore della sofferenza e della morte del Figlio di Dio, ognuno di noi si vergogna e si chiede: dato che è stato crocifisso per me, dal momento che i miei peccati sono andati ben oltre le mie povere possibilità di espiarli, sono io che ho crocifisso Cristo. Più di Giuda, più degli ebrei, più dei romani, io ho crocifisso Cristo. Come posso sfuggire all’ira di Dio per aver messo a morte suo figlio in questo modo? Come può la creazione stessa sopportarlo? Anche ‘il sole si oscura, incapace di sopportare la vista di Dio oltraggiato’ (Triodio).

Ma è la morte stessa di Cristo che ‘calpesta la morte’, dal momento che egli risorge dai morti e ci libera dalla morte e ci permette di sfuggire alla punizione finale che meritiamo per i nostri peccati. Questo è il motivo per cui descriviamo la misericordia di Dio come ‘grande’, questa è la definizione stessa di ‘grazia’. Questo è il perdono divino e la riconciliazione con Dio, per cui speriamo e preghiamo, e che ci appartiene se solo lo chiediamo, se solo risponderemo al suo amore accettando la salvezza che egli ci offre in modo univoco attraverso il suo Figlio, il nostro Signore, Dio e Salvatore Gesù Cristo.

‘Adoriamo la tua passione, o Cristo! Mostraci la tua santa risurrezione!’ (Triodio).

LA MATTINA DEL GRANDE E SANTO SABATO

Mentre cerchiamo di dare un senso al terribile sacrificio del nostro Signore Gesù Cristo, il pastore che ha dato la sua vita per salvare la vita delle sue pecore, ci avviciniamo alla sua tomba in ginocchio, e baciamo i suoi piedi feriti. Egli ha preso su di sé una morte temporanea, ma reale, al fine di salvare noi dalla morte eterna. La pena di morte eterna che noi senza dubbio meritiamo per i nostri peccati è mitigata perché ègli si è messo al nostro posto: lo stesso Salvatore immortale si è sottoposto alla mortalità in modo che noi mortali da lui salvati possano essere elevati da lui all’immortalità nell’ultimo giorno.

Siamo presi da umile gratitudine quando iniziamo a comprendere, anche in modo limitato, le implicazioni del suo svuotamento sacrificale di sé per la nostra salvezza. ‘Noi siamo indegni di fronte alla (sua) tomba’ (Ottoico, Tono 1) e gli offriamo i nostri inni di lode.

Liturgicamente, questa gratitudine trova la sua espressione nel Mattutino del Sabato Santo, spesso tenuto la notte del Venerdì Santo, dal momento che – come abbiamo già ammesso – probabilmente non avremmo la forza di volontà necessaria per cantare queste lodi all’una del mattino.

Proprio come facciamo nell’Officio del Funerale (e nell’Officio di mezzanotte, la maggior parte del tempo), cantiamo il Salmo 118, il più lungo dei salmi. Ma in questo ‘Funerale’ di nostro Signore, inseriamo un tropario dopo ogni versetto del salmo.

In generale, i versi sono cantati dal coro o dalla congregazione, e il clero o i cantori si occupano dei tropari. In ogni caso, il canto è solitamente fatto in modo antifonale. Ogni tropario, spesso composto da una sola frase, è un commento conciso sul terribile mistero della morte del Figlio di Dio.

Ci sono 176 di questi tropari, uno per ogni versetto del salmo, e questa è una funzione che dura a lungo. Ma, per non essere tentati di lamentarci della sua lunghezza, potremmo ricordare che il nostro Salvatore ha sofferto per sei ore sulla croce.

Questi tropari sono a volte chiamati “lamentazioni” (threnoi), anche se il Triodio si riferisce a loro come “elogi” o “parole di omaggio” (egkomia), e questo è più in linea con il loro spirito, che è uno di lode, piuttosto che di lutto, anche se il lutto non è completamente escluso. Questi sono inni molto emotivi, capolavori di pensiero concentrato, che ci spinge a una contemplazione sempre più profonda di ciò che Gesù ha fatto per noi.

Alla fine del servizio di mattina, la Sindone (epitaphios) con l’immagine del Cristo morto è sollevata con riverenza dal feretro. Preceduta dalla croce, circondata da fiaccole, e scortata dal clero che porta il libro dei Vangeli come segno della presenza divina e sempre viva di Cristo nella Chiesa, la Sindone è portata all’aperto nel buio che precede l’alba in una solenne processione di persone con candele accese, cantando (come in un funerale) l’Inno Trisagio, accompagnati dai rintocchi lugubri delle campane.

Anche se questo è uno dei riti più recente sviluppo della Settimana della Passione, e l’usanza che si incontra occasionalmente di ‘passare sotto la Sindone’ è ancora più tarda, questa processione è diventata una espressione molto importante di pietà popolare. Molte persone considerano il panno funebre di Cristo (la ‘Sindone’ ora conservata a Torino) come il prototipo dell’immagine che veneriamo in questo giorno.

Quando la processione rientra nel tempio, la Sindone è riposta sul feretro al centro della navata, dove era rimasta dopo lo schiodamento, e dove rimarrà così fino al termine dell’officio di mezzanotte. Noi fedeli ci prosterniamo due volte davanti ad essa, poi veneriamo con baci il santo Vangelo e le mani e i piedi dell’immagine del nostro Salvatore crocifisso, e ci congediamo con una terza prosternazione.

Dolorosamente consapevoli del nostro peccato, ma trovando con cautela il coraggio di avvicinarci alla tomba di Cristo a causa della nostra fede nella salvezza che ha ottenuto per noi, baciamo la sua Sindone in segno di gratitudine e umiltà, sapendo che egli risorgerà come aveva previsto, e confidando nella sua promessa di far risorgere anche noi con lui.

In diversi momenti e luoghi, l’usanza di vegliare per tutta la notte, come i soldati al sepolcro di Cristo, è stata seguita nelle parrocchie; ora si vede una ripresa crescente di questa pratica. Mentre potrebbe non essere possibile per tutti noi restare nel tempio per un’intera notte di preghiera, vegliando presso il sepolcro del Signore, noi tutti possiamo almeno ‘mantenere la guardia per un’ora’ (Mc 14:37).

Signore, tu sei nato come uno di noi, e sei morto come uno di noi. Come hai condiviso la nostra vita terrena, rendici degni della tua promessa di condividere la tua vita immortale con coloro che ti amano.

Fonte:     www.ortodossiatorino.net

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