La Divina Liturgia con note di servizio

Fonte:  www.ortodossiatorino.net

Prefazione

Ho compilato il seguente materiale a uso del clero che serve nella Diocesi dell’Ovest della Chiesa Ortodossa in America. Vi sono contenute istruzioni dettagliate per servire la Divina Liturgia. Spero e prego che sia utile sia ai preti e diaconi appena ordinati, che a quelli esperti. Il materiale non è stato compilato come un testo di lettura, ma come note di riferimento. Alcune parti possono essere utili anche per lettori, salmisti e direttori di coro.

Alcuni possono temere che questo documento possa incoraggiare un insalubre professionismo. Altri possono rattristarsi nel vedere una propria pratica preferita messa in discussione. Altri ancora potrebbero preferire un approccio più accademico o uno più pio alla Santa e Divina Liturgia. C’è poco che io possa dire come risposta alle prime due categorie; tuttavia, nel caso della terza categoria, ho ritenuto che quei grandi e padri liturgici ed eruditi del passato che hanno offerto commenti pii ed eruditi, come Nicola Cabasilas, San Germano, l’Arcivescovo Beniamino (autore delle “Nuove Tavole”), Ivan Dmitrievsky, Mikhail Skaballanovich e pure un insegnante brillante come padre Alexander Schmemann, abbiano scritto in ambienti dove gli argomenti qui esposti erano un dato acquisito, un contesto familiare per la loro magnifica opera spirituale. Questo dato acquisito oggi non esiste. Di fatto, anche dopo più di duecento anni di Ortodossia sul continente nordamericano, non si può trovare neppure in inglese la base di un tale contesto (nella sua essenziale forma palestinese), cioè il Tipico – vale a dire Ordo – degli offici ecclesiastici della Santa Lavra a Gerusalemme, del nostro venerabile e teoforo padre Saba! [1]

In inglese non ci sono guide complete per servire la Divina Liturgia o per gli altri servizi della Chiesa ortodossa, come quelli che esistono in russo. Un testo conosciuto come (di fatto, è il nome del suo autore) “Bulgakov,” [2] in una sua ristampa anastatica, è diventato onnipresente nelle biblioteche del prete russo dell’emigrazione: è seguito molto da vicino in popolarità da un testo chiamato “Nikol’skij” [3] (anche questo è il nome del suo autore). Nel 1977, il Patriarcato di Mosca ha cominciato a pubblicare una nuova guida in più volumi, chiamata “manuale da tavolo” [4], per i propri sacri servitori. Il primo volume del “manuale da tavolo” contiene istruzioni dettagliate per il servizio di tutti gli offici, ma senza le estese note a piè di pagina e le osservazioni che si trovano nel “Bulgakov.” Per quanto riguarda l’inglese, un tentativo iniziale e di valore di fornire una guida per il servizio della Divina Liturgia è stato fatto in una pubblicazione del 1961 dall’arciprete mitrato Michael Gelsinger e da Albert George Fadell. [5] Questa guida piuttosto dettagliata per servire la Divina Liturgia era rovinata dall’uso di una terminologia di tipo “creolo” troppo astrusa per molti lettori. (Termini come “Meterico,” “Despotico,” e “Proeortico”, rispettivamente per feste della Theotokos, del Signore, e per le Pre-feste, sembrano oggi in qualche modo autocompiacenti, e assieme a una facile digressione su questa o su quella sottigliezza nella traduzione del testo degli offici, vanificavano lo scopo dichiarato di chiarire gli offici per il clero.)

Alcuni membri del clero vengono a noi come laureati di seminario; altri con una certa formazione di seminario; ancora altri vengono senza formazione di seminario, ma si sono formati nel culto di una parrocchia ortodossa che gode di continuità liturgica con la Chiesa storica e hanno servito all’altare sotto un rettore completamente istruito nel servizio. Infine, alcuni di quelli che vengono con formazione di seminario non hanno affatto avuto una esperienza di rilievo nella vita liturgica di una parrocchia ortodossa. È duro caratterizzare la qualità dell’insegnamento liturgico, così come è duro caratterizzare altri aspetti della formazione sacerdotale nei nostri seminari: si può soltanto rilevare che è una qualità varia e talvolta incoerente, particolarmente per quanto riguarda la comprensione globale.

Sto usando il metodo del “Bulgakov”: l’intero officio è stampato, e ci sono note per ogni dettaglio o particolare. Tuttavia, nel “Bulgakov,” i commenti e le osservazioni sono stati disposti in note conclusive dopo un testo abbreviato della Liturgia. Io ho scelto di disporre i miei commenti e osservazioni come note a piè di pagina lungo il cammino. Come mio testo di riferimento, sto usando il “LIBRO DELL’OFFICIO DEL PRETE,” pubblicato dal Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa in America nel 1973, una traduzione accurata dello Sluzhebnik standard della Chiesa russa, emendata dove necessario con i testi dello Hieratikon della Chiesa greca. Faccio riferimento pure alla “Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo,” o “Divina Liturgia secondo San Giovanni Crisostomo con appendici:” due edizioni della “Traduzione della Metropolia Americana,” una traduzione inglese, con alterazioni, di una combinazione dei Libri ddell’officio russi e greci con alcune aggiunte e alterazioni. I testi qui differiscono un poco dai testi del Liturgikon pubblicato dall’Arcidiocesi Antiochena. Includo altrettanto le note del “Bulgakov”, quante più possibile, quando opportuno completate da osservazioni pertinenti del “Nikol’skij.” Altre osservazioni e indicazioni le ho accumulate personalmente da quando sono diventato ortodosso nel 1960. Per certe delicatezze diaconali (così come per il mio rispetto profondo per il diaconato ortodosso russo) ho un debito nei confronti del defunto e sempre memorabile Protodiacono Vladimir Malash(kovich) della cattedrale di San Nicola a Washington, DC. [6]

Seguo il sistema del “Bulgakov” per indicare chi fa che cosa, cioè, nel testo della Liturgia, le parole o le azioni da fare, o fatte abitualmente, dal diacono sono identificate da un asterisco. Le parole o le azioni da fare, o fatte abitualmente, dal lettore o dal coro sono identificate da due asterischi. Le parole o le azioni da fare, o fatte abitualmente, dal prete non sono contrassegnate in alcun modo.

Infine, in tutte queste istruzioni presuppongo che l’officio in questione stia avvenendo in un tempio costruito e arredato secondo la tradizione monumentale ortodossa. Questo significa, per esempio, che qui non si può trovare nessuna istruzione per incensare una struttura con i banchi o con file di sedie estese da parete a parete. Coloro che devono servire in tali strutture dovranno trovare un modo di imporre un senso ortodosso di servizio su un disegno architettonico opposto al culto, al servizio e alla pietà ortodossi.

La Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo [7]

I – Preliminari.

(Di fronte alle porte sante) [8]

Il prete e il diacono [9] fanno tre inchini.

* “Benedici, presule.”

“Benedetto il nostro Dio.” * “Amen.” * “Gloria a te.” * “Re celeste.”

* Trisagio. * “Padre nostro.” “Poiché tuo è il regno.” * “Amen.”

Allo stesso modo, recitano i TROPARI [10] * “ Abbi misericordia di noi.” * “Gloria.” * “Signore, abbi misericordia.” * “E ora.” * “Aprici le porte della misericordia.”

Accostandosi all’icona del Salvatore, fanno un inchino (cfr. Archieratico) e recitano:

* “La tua purissima immagine,” dopo di che baciano l’icona del Salvatore.

Accostandosi all’icona della Madre di Dio, recitano (facendo una prosternazione e baciando l’icona.) [11]:

* “ Tu che sei fonte di misericordia.” Chinando il capo (di fronte alle porte sante), il prete legge la preghiera, “ Signore, stendi la mano.” [12]

INCHINI AI CORI (uno a ciascuno)

INGRESSO ALL’ALTARE, con la recita di “ Entrerò.”

TRIPLI INCHINI di fronte alla tavola dell’altare baciando il vangelo e la tavola. [13]

VESTIZIONE DEL CLERO. [14]

Ciascuno prende lo sticario nella mano (sinistra) e fa tre inchini verso oriente, dicendo tra sé ogni volta:

“ O Dio, purifica me peccatore e abbi misericordia di me.”

Allora il diacono si avvicina al prete, tenendo il suo sticario e il suo orario [15] nella mano destra e, chinando il capo davanti al prete, dice:

* “ Benedici, presule, lo sticario e l’orario.” [16] Il prete, benedicendo, dice:

“ Benedetto il nostro Dio, in ogni tempo, ora e sempre, e nei secoli dei secoli.”

Il diacono si ritira quindi in un lato del santuario, bacia lo sticario [17] e lo indossa, pregando così:

* “Amen. Esulterà l’anima mia nel Signore…”

Poi, bacia l’orario e lo fissa alla spalla sinistra. Quindi, prende le soprammaniche e dice, indossando quella destra:

* “ La tua destra, o Signore…”.

E quella sinistra:

* “Le tue mani mi hanno creato…”

Quindi, andando alla Protesi, PREPARA [18] GLI OGGETTI SACRI, ovvero, dispone i vasi

sacri,[19] così come la stella, la lancia, la spugna, i veli e l’ aer. [20]

Il prete si veste così:

Prendendo lo sticario nella mano sinistra, e facendo tre inchini, come descritto sopra, verso oriente, lo segna con il segno della croce, dicendo:

“ Benedetto il nostro Dio, in ogni tempo… Amen”

Quindi prende l’epitrachilio, e dopo averlo segnato, lo indossa dicendo: [21]

“ Benedetto Dio, che…”

Quindi prende la fascia e, cingendola, dice:

“ Benedetto Dio, che mi cinge…”

Indossando le soprammaniche, dice le stesse preghiere del diacono.

Quindi prende il nabedrennik, se gli è stato assegnato, e baciandolo dice:

“ Cingi la tua spada al tuo fianco…” [22]

Quindi prende il felonio e, dopo averlo benedetto, lo bacia, dicendo:

“ I tuoi sacerdoti, Signore, si vestiranno…”

Quindi vanno alla Protesi e al LAVABO DELLE MANI, dicendo:

* “ Laverò le mie mani…”

Termine dei preliminari.

II – La Proscomidia [23]

Dopo l’esame degli oggetti [24] necessari alla celebrazione dei misteri, ha inizio la preparazione dell’agnello:

Di fronte al tavolo dell’oblazione i servitori fanno tre inchini, con le parole: “O Dio, purifica me peccatore…” e dicono il tropario: “ Ci hai riscattati…” [25]

* “ Benedici, presule.”

“ Benedetto il nostro Dio…” * “Amen.”

Triplo segno della croce con la lancia al di sopra della prosfora dalla quale si prenderà l’agnello, con le parole:

“ In memoria del Signore e Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo” (3 volte) [26]

Taglio della prosfora [27] pronunciando, mentre il prete taglia via con la lancia la parte alla destra [28] del sigillo, le parole: “C ome pecora fu condotto al macello”; alla sinistra “E come agnello immacolato, muto innanzi a chi lo tosa, così non apre la sua bocca”; al di sopra del sigillo: “Nella sua umiliazione il suo giudizio fu consumato.”; Al di sotto del sigillo: “La sua generazione, chi mai la narrerà?”

Il diacono tenendo l’orario dice a ogni taglio:

“Preghiamo il Signore” (e “ Kyrie, eleison”).

Dopo i tagli il diacono dice:

“Togli, presule.”

Il prete infigge la lancia nel lato destro della porzione inferiore della prosfora, rimuove la porzione tagliata (che ha l’aspetto di un cubo) e dice:

“Poiché è tolta dalla terra la sua vita.”

Quindi la pone sul disco rovesciata, con il sigillo di sotto.

“Immola, presule.”

Incidendo a forma croce la porzione tagliata [29], il prete dice:

“È immolato l’Agnello di Dio, che prende su di sé il peccato del mondo, per la vita e la salvezza del mondo.” Quindi posiziona l’agnello con il lato destro in alto.

“Trafiggi, presule.”

Il prete trafigge [30] con la lancia il lato destro (il lato sinistro dal punto di vista del prete), dicendo: “Uno dei soldati con la lancia gli trafisse il costato.”

Il diacono, presentando vino e acqua nei loro contenitori dice:

“Benedici, presule, la santa unione,” e ricevuta la benedizione [31] versa vino e acqua nel calice.

Quindi segue l’estrazione di una particola dalla seconda prosfora [32] con le parole:

“In onore e memoria della più che benedetta, gloriosa Sovrana..” e, tolta la particola, il prete la pone al lato destro dell’agnello, accanto al centro [33], con le parole:

“Sta la regina alla tua destra…”

Segue qui l’estrazione delle nove particole, con la pronuncia di nomi a ogni particola, dalla terza prosfora in onore dei vari ordini di santi [34] e la loro disposizione sul lato sinistro dell’agnello in tre file[35]:

Prima fila orizzontale: Precursore – Ierarchi – Anargiri

Seconda fila orizzontale: Profeti – Martiri – Giusti

Terza fila orizzontale: Apostoli – Monaci – Crisostomo o Basilio

Segue quindi l’estrazione, con il testo che l’accompagna, di particole dalla quarta prosfora [36] per i viventi (l’episcopato, il metropolita, il santo Sinodo, il vescovo locale, patriarchi, preti, diaconi, tutto il clero, il capo dello stato, e tutti i viventi come gruppo e come individui) dicendo a ogni taglio, “ Ricordati, o Signore, di ______(nome)” e la disposizione di queste particole al di sotto dell’Agnello [37], seguita dall’estrazione di particole dalla quinta prosfora [38] con un rimando appropriato per i defunti (patriarchi, imperatori, imperatrici, fondatori di chiese, etc., “a volontà”, dicendo : “Ricordati, o Signore, di ______(nome), e di tutti quelli che si sono addormentati nella speranza della risurrezione e della vita eterna”, e la disposizione di queste particole al di sotto delle particole per i viventi. [39] Segue l’estrazione di una particola da parte del prete per se stesso, con le parole: “Ricordati pure, o Signore, della mia indegnità…” , e l’estrazione di particole dalle Prosfore offerte [40] dai fedeli, con le parole: “Ricordati, o Signore, di (nome)”.

Poi il prete, prendendo la spugna, raccoglie le particole sul disco, sotto al santo pane, in modo che siano al sicuro dal rischio di caduta.

Azioni conclusive della Proscomidia

Prendendo il turibolo e ponendovi l’incenso [41], il diacono dice al prete:

“Benedici, presule, l’incenso.”

“Preghiamo il Signore.” (Kyrie, eleison)

Preghiera dell’incenso [42]: “Ti offriamo l’incenso…”

“Preghiamo il Signore.” (Kyrie, eleison) Dopo avere incensato l’asterisco [43], il prete lo pone sul disco sopra l’agnello con le parole, “Giunta, la stella si fermò sopra il luogo dove era il bimbo.”

“Preghiamo il Signore. Ammanta, presule”.

Dopo avere incensato il piccolo velo [44] il prete copre il pane e il disco, dicendo, “Il Signore regna…”

“Preghiamo il Signore. Ammanta, presule.”

Dopo avere incensato il secondo piccolo velo [45] il prete copre il santo calice e dice, “La tua virtù ha ammantato i cieli…”

“Preghiamo il Signore. Ammanta, Presule.”

Dopo avere incensato l’aer[46] il prete copre il disco e il calice, dicendo, “Ricoprici all’ombra delle tue ali…”

Il prete incensa la tavola dell’offertorio con le parole: “Benedetto sei tu, Dio nostro, così ti sei compiaciuto, gloria a te” (tre volte)

“In ogni tempo, ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen.” (tre volte) Triplo inchino dei celebranti.

Il diacono, prendendo il turibolo dal prete, incensa, dicendo:“Per i preziosi doni ora offerti, preghiamo il Signore. (Kyrie, eleison”)

Preghiera della Proscomidia (o “della presentazione.”):“O Dio, Dio nostro, tu che hai inviato il pane dal cielo…”“Gloria a te, Cristo Dio, speranza nostra, gloria a te.”“Gloria… e ora….” “Kyrie, eleison.” (tre volte)

* “(Presule) Benedici.” Congedo della Proscomidia

III – Liturgia dei Catecumeni

APERTURA DELLA TENDA (Tipico, cap. 23) e incensazione da parte del diacono della tavola dell’offertorio, la tavola dell’altare, il santuario, il tempio, quindi ancora la tavola dell’altare, e il prete. [47] Durante l’incensazione della tavola dell’altare, il diacono legge: “Tu eri nella tomba con il corpo…” e durante il resto dell’incensazione, il Salmo 50 (51): “Abbi misericordia di me, o Dio…”

Tre inchini [48] dei celebranti davanti alla tavola dell’altare mentre si dicono le preghiere:

“Re celeste…” [49] “Gloria negli eccelsi a Dio…” (due volte) “Signore, apri le mie labbra…”

Bacio del vangelo da parte del prete e della tavola dell’altare da parte del diacono. [50] Con il capo chino verso il prete e tenendo l’orario con tre dita della mano destra, il diacono dice:

* “È tempo di agire per il Signore, presule, benedici.”

Il prete, segnando il diacono [51], dice: “Benedetto il nostro Dio…”. * “Prega per me, presule santo.” “Il Signore diriga i tuoi passi.”

* “Ricordati di me, presule santo “Si ricordi di te il Signore…” * “Amen.”

Dopo aver fatto un inchino, il diacono esce [52] attraverso la porta settentrionale per andare a stare sul centro della solea davanti alle porte sante, e dopo tre inchini con tre ripetizioni delle parole, “Signore, schiudi le mie labbra…”, esclama:

* “Benedici, presule.” [53] “Benedetto il regno…” [54] * “Amen.”.

La Grande Litania:

* “In pace preghiamo il Signore…” [55]

“Poiché a te si addice ogni… ** “Amen.

Il diacono, dopo essersi inchinato, lascia il suo posto [56] e va a stare di fronte all’icona di Cristo, tenendo il suo orario con tre dita della mano destra.

** La prima antifona (si vedano questa e le due seguenti più sotto)

Preghiera della prima antifona[57]: “ Signore, Dio nostro, il tuo potere è…”

Quando la Prima Antifona è completata, il diacono va a stare al suo posto consueto e, dopo esersi inchinato, intona la:

Piccola Litania: * “Ancora e ancora…” e l’esclamazione : “Poiché tua è la sovranità…”

** “Amen.” E la ** Seconda Antifona

Il diacono fa esattamente ciò che ha fatto alla Prima Antifona.

Preghiera della Seconda Antifona:

“Signore, Dio nostro, salva il tuo popolo e benedici…** “Gloria… e ora…” ** “Figlio unigenito…” Piccola Litania: * “Ancora e ancora…”

Esclamazione: “Poiché tu sei Dio buono e…” ** “Amen.”.** Terza Antifona

Preghiera della Terza Antifona:“Tu che ci hai donato…”

La Prima Antifona Quotidiana [58] Tipica [59] Festiva [60]

Salmo 9, 2-3: E’ bene confessare, con il ritornello a ogni verso: Per le intercessioni della Madre-di-Dio, Salvatore, salvaci.

Dal Salmo 103: Benedici, anima mia, il Signore… Gloria… e ora…

Vari versetti dai salmi e dai profeti, appropriate all’evento, con il ritornello: Per le intercessioni della Madre-di-Dio…

La Seconda Antifona Quotidiana, Tipica ,Festiva

Salmo 22, 2-3: Il Signore regna, con il ritornello: Per le intercessioni dei tuoi santi, Salvatore, salvaci.

Dal Salmo 145, Loda, anima mia, il Signore.

Versetti con ritornelli: Salva, o Figlio di Dio, nato dalla Vergine oppure trasfigurato sul monte, etc. (vedere la festa),— noi che a te cantiamo, Alleluia.

La Terza Antifona, Quotidiana, Tipica, Festiva

Salmo 94, 1-3: Venite, esultiamo nel Signore, con il ritornello: Salva, o Figlio di Dio, mirabile nei santi…

Le Beatitudini, con i Tropari dall’Ottoico, o dal Mineo, o dal Triodio. [61]

Versetti di salmo, intercalati dal Tropario della festa.

* APERTURA DELLE PORTE SANTE. [62]

Triplice inchino dei servitori di fronte alla tavola dell’altare. Quindi, prendendo il vangelo, il prete lo porge al diacono, [63] e si portano sul lato destro andando attorno all’altare, uscendo dalla porta settentrionale, preceduti dalle Lampade, per fare il Piccolo Ingresso (con il vangelo). [64]

Venendo a stare davanti alle porte sante, entrambi chinano il capo e il diacono dice:

* “ Preghiamo il Signore.” [65] (“Kyrie, eleison”)

Preghiera dell’ingresso (quieta): “Sovrano, Signore Dio nostro…”

Il diacono dice (sotto voce) al prete, indicando verso oriente con la sua mano destra, mentre tiene l’orario con tre dita:

* “ Benedici, presule, il santo ingresso.

Il prete, benedicendo, dice (sotto voce): “ Benedetto l’ingresso…” e bacia il vangelo.

Dopo essersi voltato a oriente, stando di fronte al prete, il diacono eleva un poco le braccia e tenendo il vangelo in alto in vista (fa con esso il piccolo segno della croce [vedi Arkhieratikon]), intona con forza:

* “ Sapienza, in piedi!”

Facendo un inchino, il diacono, e dietro di lui il prete, entra nel santuario (il prete bacia le porte sante a destra e a sinistra—(Si veda il Chinovnik) [66]; Il diacono pone il vengelo sulla tavola dell’altare. I cantori cantano l’

** Inno di ingresso: Venite, adoriamo Cristo e prosterniamoci a lui [67]. Salva, o Figlio di Dio,

(nei giorni feriali)

(alle domeniche e nel periodo pasquale) (nelle feste) mirabile nei santi, risorto dai morti,

(A seconda della festa) noi che ti cantiamo: Alleluia. ** Tropari e Contaci [68]

Il diacono dice (a voce bassa) al prete, inchinandosi con lui e tenendo l’orario con tre dita:

* “Benedici, presule, il tempo del trisagio.” Il prete, segnandolo [69], dice l’esclamazione:

“Poiché santo sei tu, Dio nostro…ora e sempre.” Quando i Tropari [70] si concludono, il diacono va alle porte sante e, indicando prima l’icona di Cristo, intona:

“Signore, salva i pii, e ascoltaci.” [71]

Quindi indica (intorno) con l’orario (indicando i fedeli [72]—Vedere l’ Archieratico) proclamando a piena voce a chi sta all’esterno:

* “E nei secoli dei secoli.” ** “Amen.” [73] ** Trisagio [74]

Lettura da parte del prete della Preghiera del Trisagio:

“Dio santo, che riposi nel santuario…”

Triplice recita del Trisagio da parte del clero con tre inchini davanti alla tavola dell’altare. [75]* “Comanda, presule.” Il clero va al trono alto, mentre il prete dice:

“Benedetto colui che viene nel nome del Signore.”* “Benedici, presule, il trono alto.” “Benedetto sei tu sul trono di gloria…”

Alla conclusione del Trisagio, il diacono, giunto davanti alle porte sante, dice: * “Stiamo attenti.”

“Pace a tutti.”

** “E allo spirito tuo.” * “Sapienza.”

** Prochimeno

* “Sapienza. ” ** Titolo della lettura apostolica (Epistola o Atti) [76]

* “Stiamo attenti.”

** Lettura dell’Apostolo

“Pace a te (che hai letto)” [77]

* “Sapienza.” [78]

** “Alleluia.” [79]

** Alleluiatico

Incensazione da parte del diacono [80] (Dopo aver ricevuto la benedizione del prete durante il tempo dell’Alleluia e dell’Alleluiatico) di: santuario, iconostasi, prete, e tutti i presenti, mentre il prete legge la preghiera prima del vangelo “Fa’ risplendere nei nostri cuori…”

Quindi il diacono, dopo aver riposto come di consueto il turibolo, si accosta al prete e china il capo di fronte a lui, tenendo l’orario con la punta delle dita e indicando il libro dei santi vangeli: [81]

* “Benedici, presule, l’annunciatore del santo glorioso apostolo ed evangelista(nome).” Segnandolo, il prete dice,

“ Dio, per le preghiere del santo e glorioso apostolo ed evangelista (nome)…”

* “Amen.”

E dopo aver baciato il santo vangelo, lo prende (lo riceve) e, uscito dalle porte sante, preceduto dai ceri, va a stare sulla solea o sull’altro luogo designato.

Il prete, stando davanti alla santa mensa e rivolto a occidente, esclama,

“Sapienza, in piedi, ascoltiamo il santo vangelo. Pace a tutti.”

** “E allo spirito tuo.”

* “Lettura dal santo Vangelo secondo (nome)…”

** “Gloria a te, Signore, gloria a te.”

“Stiamo attenti.”

* Lettura del Vangelo.

“Pace a te che hai annunciato il vangelo.” [82]

** “Gloria a te, Signore, gloria a te.”

Il diacono giunto alle porte sante dà il libro del santo Vangelo al prete (che lo bacia quando lo riceve e [83] lo pome sulla santa mensa al di sopra dell’antimensio—Si veda l’Arkhieratikon)

CHIUSURA DELLE PORTE SANTE [84]

* Supplica intensa:

* “ Diciamo tutti da tutta l’anima…”

Lettura da parte del prete, dopo la petizione per le autorità civili, della

Preghiera di supplica intensa: “Signore, Dio nostro…” [85]

“Poiché tu sei Dio misericordioso e amico degli uomini…”

** “Amen.”

[Se deve esserci una commemorazione dei defunti, allora il diacono intona la:

Litania per i defunti: [86] * “Abbi misericordia di noi, o Dio…”

Dopo la lettura della preghiera segreta: “Dio degli spiriti e di ogni carne…”

Esclamazione: “Poiché sei tu la risurrezione, la vita…”

** “Amen.”]

* Litania per i catecumeni

* “Fate preghiere, voi catecumeni, al Signore…”

Preghiera per i catecumeni:

“Signore, nostro Dio,…”

Esclamazione:

“Affinché anche essi con noi…”

E il prete apre l’antimensio. [87]

** “Amen.”

* “Quanti siete catecumeni, uscite.” [88]

IV.

Liturgia dei Fedeli

* Litania: [89] “Quanti siamo fedeli, ancora e ancora…”

(Prima) preghiera dei fedeli [90], detta quando l’antimensio è aperto:

“Ti rendiamo grazie, Signore…”

* “Sapienza.”

Dopo aver detto in segreto la prima preghiera, il prete esclama:

“Poiché a te si addice…” ** “Amen.”

* Litania: “Ancora e ancora…”

(Seconda) preghiera dei fedeli: “Di nuovo e più volte…”

* “Sapienza.” Quindi, il diacono entra nel Santuario attraverso la porta meridionale.

Esclamazione: “ Affinché, custoditi dal tuo potere in ogni tempo…” [91]

** “Amen.”

APERTURA DELLE PORTE SANTE

** “Noi che misticamente raffiguriamo…”

Lettura della preghiera in segreto da parte del prete [92]: “Nessuno fra i legati dai desideri…”

Il diacono riceve il turibolo e, dopo avervi messo l’incenso [93], si accosta al prete e, ricevuta la sua benedizione, incensa la tavola dell’altare sui quattro lati, il santuario e il prete. [94]

Triplice recitazione da parte del clero di “Noi che misticamente raffiguriamo….” con inchini [95].

Il diacono dice anche il Salmo 50 e i Tropari penitenziali, come desidera [96], assieme al prete, ed ed entrambi vanno alla protesi, il diacono per primo [97], e questi incensa il santuario, dicendo tra sé:

“ O Dio, purifica me peccatore” (tre volte). Al prete dice:

“ Solleva, Presule.” Il prete, preso l’aer lo pone sulla spalla sinistra del diacono, [98] dicendo,

“ Sollevate le mani…”

Allo stesso modo, sollevando il disco, lo pone su capo del diacono. [99] Il diacono allo stesso tempo tiene il turibolo con una delle sue dita.

Il prete porta il santo calice [100].

Il Grande Ingresso

Il diacono (per primo) e il prete escono per la porta settentrionale, precededuti dai ceri, e fanno un circuito del tempio, [101] pregando,

* “Il Signore Dio si ricordi nel suo regno del gran presule…” [102]

CHIUSURA DELLE PORTE SANTE E DELLA CORTINA [103]

** “Per accogliere il Re dell’universo… Alleluia (3 volte) .”

Il diacono entrando per le porte sante sta [104] sul lato destro, e quando il prete sta per entrare il diacono gli dice:

* “Il Signore si ricordi del tuo sacerdozio nel suo regno.”

Il prete risponde:

“Il Signore si ricordi del tuo iero-(ovvero, “consacrato”) diaconato nel suo regno, in ogni tempo, ora e sempre e nei secoli dei secoli.”

Il prete pone il calice sulla santa mensa; prende il disco dal capo del diacono e lo pone sulla santa mensa, dicendo, “Il nobile Giuseppe…” “Tu eri nella tomba con il corpo…” “come portatore di vita…” Quindi, tolti i veli dal disco e dal calice, li mette ai lati della santa mensa, e preso l’aer dalla spalla del diacono [105], lo pone, dopo averlo incensato, sopra ai santi doni, dicendo: “Il nobile Giuseppe…”

Quindi, preso il turibolo dalla mano del diacono, incensa tre volte, dicendo: “Benefica, Signore, nel tuo compiacimento Sion…”

Quindi, restituito il turibolo, il prete china il capo e dice al diacono: [106]

“Ricordati di me, fratello e concelebrante.” Il diacono:

* “Il Signore Dio si ricordi nel suo regno del tuo sacerdozio.”

Il diacono, dopo aver chinato il capo, e tenendo l’orario con tre dita della mano destra, dice al prete: [107]

* “Prega per me, presule santo.”

“Lo Spirito santo verrà su di te e la potenza dell’Eccelso ti adombrerà.”

* “Lo Spirito stesso sarà insieme a noi tutti i giorni della nostra vita.”

* “ Ricordati di me, presule santo.”

“Il Signore Dio si ricordi di te nel suo regno, in ogni tempo, ora e sempre, e nei secoli dei secoli.”

* “Amen.” Dopo aver baciato la destra del prete, il diacono esce dalla porta settentrionale. Stando al posto consueto dice la

Litania

* “Completiamo la nostra preghiera…” [108]

Preghiera della Proscomidia (in segreto): [109] “Signore Dio onnipotente…”

Dopo aver letto la preghiera, l’esclamazione:

“Per le indulgenze…”

** “Amen.”

“Pace a tutti.” ** “E allo spirito tuo.”

* “Amiamoci gli uni gli altri…” [110]

** “Padre, Figlio e santo Spirito…” [111]

Tripla lettura (in segreto) da parte del prete di: “Ti amerò, Signore…” e bacio dei santi doni (sull’aer): prima la cima del disco, poi la cima del calice, poi il bordo della santa mensa di fronte a lui. E il diacono, rimanendo al proprio posto, si inchina con il prete e bacia l’orario sul punto dove è segnata la croce e quindi esclama:

* “ Le porte, le porte, con sapienza stiamo attenti.”

APERTURA DELLA CORTINA[112]

** “Credo in un solo Dio…” [113]

Il prete dice il Simbolo in segreto mentre agita l’aer sopra ai santi doni. [114]

* “Stiamo composti, stiamo con timore…”

** “Misericordia di pace, sacrificio di lode.”

Il prete quindi, dopo avere tolto l’aer dai santi doni e dopo averlo baciato, lo depone su un lato, dicendo:

“La grazia del nostro Signore…” [115]

(si volta verso il popolo e benedice con la mano). Il diacono fa un inchino ed entra nel santuario. Poi, preso un ripidio, ventila piamente i santi doni.

** “Econ lo spirito tuo.”

“In alto teniamo i cuori.”

** “Li teniamo verso il Signore.”

“Rendiamo grazie al Signore.”

** “Degno e giusto…” [116]

Lettura in segreto della preghiera di ringraziamento:

“Degno e giusto è cantarti…”

Esclamazione:

“Cantando, esclamando, gridando l’inno trionfale…”

** “Santo, santo, santo, il Signore Sabaoth…”

E qui il diacono, preso l’asterisco dal santo disco, fa sopra di esso il segno della croce, [117] e, dopo averlo baciato, lo mette da parte dove stanno i veli (vedi l’Arkhieratikon). Quindi va a stare al lato destro, e, preso un ripidio, lo agita dolcemente al di sopra dei santi doni, con ogni attenzione e timore, perché non vi si posino mosche o altri insetti. Se non ci sono i ripidia, fa la stessa cosa con uno dei veli.

“Insieme con queste beate potenze…”

Esclamazione:

“Prendete, mangiate: questo è il mio corpo, spezzato per voi in remissione dei peccati.”

Mentre si dicono queste parole, il diacono indica il santo disco al prete, tenendo l’orario con tre dita della mano destra. Allo stesso modo, quando il prete dice: “Bevetene tutti,” indica il santo calice.

“Parimenti anche il calice dopo la cena, dicendo:”

Esclamazione:

“Bevetene tutti: questo è il mio sangue, della nuova alleanza, versato per voi e per molti in remissione dei peccati.”

** “Amen.”

Il prete prega (in segreto): “Memori dunque di questo comandamento salvifico…”

Esclamazione: “ Offrendoti il tuo dal tuo, in tutto e per tutto.”

Mentre si dicono queste parole il diacono mette da parte il ripidio, forma una croce con le braccia, e sollevati il santo disco e il santo calice, si inchina con compunzione.

** “A te cantiamo, ti benediciamo…” [118]

E il prete prega: “Ancora ti offriamo questo servizio razionale…” [119]

Il diacono quindi ripone i ripidia al loro posto e si avvicina al prete ed entrambi si chinano tre volte davanti alla santa mensa, pregando e dicendo:

“Signore, tu che all’ora terza hai mandato sui tuoi apostoli il tuo Spirito tuttosanto…” [120]

Versetto: * “Un cuore puro crea in me…” Ancora:

“Signore, tu che all’ora terza hai mandato sui tuoi apostoli il tuo Spirito tuttosanto…”

Versetto: * “Non rigettarmi dal tuo volto…” E ancora:

“Signore, tu che all’ora terza hai mandato sui tuoi apostoli il tuo Spirito tuttosanto…”

Quindi, piegando il capo e indicando con l’orario il santo pane, il diacono dice in segreto:

* “Benedici, presule, il santo pane.”

E il prete, avanzando, fa il segno della croce sui santi doni, dicendo: [121]

“E fa’ di questo pane il prezioso corpo del tuo Cristo.” Diacono:

* “Amen.” E ancora il diacono:

* “Benedici, presule, il santo calice.”

E il prete, benedicendo, dice:

“E fa’ di ciò che è in questo calice il prezioso sangue del tuo Cristo.” Il diacono:

* “Amen.” E ancora il diacono, indicando entrambi i doni, dice:

* “Benedici, presule, entrambi i santi doni.” E il prete, benedicendo entrambi i doni, dice:

“Cambiandoli per opera del tuo Spirito santo.” Diacono:

* “Amen, amen, amen.” [122]

Inchino completo (a terra) dei servitori consacrati. [123]

Quindi il diacono, chinato il capo al prete, dice:

* “Presule santo, ricordati di me, peccatore.”

Il prete dice:

“Il Signore Dio si ricordi di te nel suo regno, in ogni tempo, ora e sempre, e nei secoli dei secoli.” Il diacono: * “ Amen.” E torna al luogo dove stava prima, e, preso un ripidio, ventila i santi doni, come prima.

Il prete prega: “Affinché diventino per chi ne partecipa… Ancora ti offriamo…”

Esclamazione (alla fine della preghiera segreta):

“In ispecie per la tuttasanta, purissima…”

Mentre pronuncia queste parole, il prete, preso il turibolo, incensa il lato frontale della tavola dell’altare (si veda l’ Arkhieratikon). E il diacono incensa la tavola dell’altare sui quattro lati. [124]

** “Degno davvero è…” [125]

Il diacono legge i dittici.

Il prete prega:

“Per il santo profeta [126] . .. Ancora ti preghiamo… Ancora ti offriamo…”

Esclamazione:

“Anzitutto ricordati, Signore, ..”

** “E di tutti, e di tutto.”

E il diacono commemora la lista dei viventi.

Il prete prega:

“Ricordati, Signore, di questa città…”

Esclamazione:

“E dacci d’una sola bocca e d’un solo cuore…”

** “Amen.”

Il prete esclama (voltandosi a occidente e benedicendo con la mano):

“E siano le misericordie del gran Dio e salvatore nostro…”

** “E con lo spirito tuo.”

Il diacono, dopo avere preso il tempo dal prete (cioè dopo aver ricevuto la sua benedizione), e dopo essere uscito a mettersi al posto abituale, dice ( la litania):

* “Avendo fatto memoria di tutti i santi…”

Il prete prega:

“Ti affidiamo tutta la nostra vita…”

Esclamazione (dopo aver detto la preghiera in segreto):

“E rendici degni, Sovrano, di…” [127]

** “Padre nostro…”

“Poiché tuo è il regno…”

** “Amen.”

“Pace a tutti.”

** “E allo spirito tuo.”

* “Inchinate il vostro capo al Signore.”

** “A te, Signore.”

Il prete prega:

“Ti rendiamo grazie, Re invisibile…”

Esclamazione (dopo aver detto la preghiera in segreto):

“Per la grazia, le indulgenze…”

** “Amen.”

Il prete prega:

“Sii intento, Signore Gesù Cristo…” Mentre il prete dice questa preghiera, il diacono, stando davanti alle porte sante, si avvolge con l’orario a forma di croce. Quindi il prete e il diacono si inchinano allo stesso tempo, ciascuno al proprio posto, dicendo tre volte in segreto:

“O Dio, purifica me peccatore e abbi misericordia di me.” E quando il diacono vede il prete stendere la mano per toccare il santo pane e fare la santa elevazione, dice:

* “Stiamo attenti.”

CHIUSURA DELLA CORTINA

Il prete (dopo aver detto la preghiera in segreto) esclama, elevando il santo pane:

“I doni santi ai santi.” [128]

** “Uno solo è il Santo, uno solo è il Signore…”

** Verso di comunione. [129]

E il diacono rientra nel santuario.

Frazione dell’agnello e comunione del clero

* RIAPERTURA DELLA CORTINA E DELLE PORTE SANTE [130]

Il diacono, inchinandosi una volta, riceve il Calice [131] con riverenza e va alle porte, e sollevando il calice alla vista dei fedeli, dice:

* “Con timore di Dio e con fede avvicinatevi.”

** “Benedetto colui che viene…”

Comunione dei laici [132]

Il prete pone il calice sulla santa mensa e quindi (benedicendo il popolo) esclama:

“Salva, o Dio, il tuo popolo…”

E il diacono e il prete ritornano alla santa mensa, e il prete incensa tre volte, dicendo tra sé:

“Innàlzati sopra i cieli, o Dio…”

** “Abbiamo visto la vera luce…” [133]

Il prete prende il santo disco, lo pone sul capo del diacono, e il diacono lo riceve con riverenza, [134] guarda fuori dalle porte, senza dire nulla, va alla protesi e ripone il disco (sul tavolo dell’offertorio).

Il prete, dopo avere fatto un inchino, prende il santo calice, e si volta verso le porte, dicendo in segreto: “Benedetto il nostro Dio…”

Esclamazione:

“In ogni tempo, ora e sempre…” [135]

TRASFERIMENTO DA PARTE DEL PRETE DEI SANTI DONI SULLA TAVOLA DELL’OFFERTORIO [136] E LORO INCENSAZIONE DA PARTE DEL DIACONO

** “Amen.”

** “Sia colma la nostra bocca della tua lode…”

E il diacono esce dalla porta settentrionale al suo posto abituale e dice:

* “In piedi, avendo ricevuto i divini…” [137]

E il prete, tenendo il vangelo in verticale, dopo avere ripiegato l’antimensio, fa su di esso il segno nella croce con il vangelo. [138] Esclama:

“Poiché tu sei la nostra santificazione…”

** “Amen.”

“In pace usciamo.”

** “Nel nome del Signore.”

* “Preghiamo il Signore.”

** “Kyrie elesion.”

Preghiera all’ambone

“Tu che benedici quelli che ti benedicono…”

Mentre si dice la preghiera il diacono sta sulla destra di fronte all’icona di Cristo, tenendo l’orario, a capo chino, fino alla conclusione della preghiera. [139]

** “Amen.”

** “Sia benedetto il nome del Signore…” (3 volte)

** “Benedirò il Signore in ogni tempo…” (Salmo 33)

Alla conclusione della preghiera all’Ambone, il prete entra per le porte sante e, andando alla protesi, dice la preghiera alla consumazione dei santi doni: [140]

“Tu sei il compimento della legge…”

Il diacono rientra dalla porta settentrionale, consuma i doni in modo timorato e completo. [141]

Distribuzione dell’antidoro da parte del prete. [142]

“La benedizione del Signore sia su di voi…” (E benedice i fedeli con la mano.)

** “Amen.”

“Gloria a te, Cristo Dio, speranza nostra, gloria a te”

** “Gloria… e ora…”

** “Kyrie eleison.” (3 volte)

** “Benedici.”

Grande congedo [143]

** POLICRONIO

* CHIUSURA DELLE PORTE SANTE E DELLA CORTINA.

Il clero si sveste dei paramenti alle preghiere: [144]

“Ora congeda il tuo servo, Sovrano…” Trisagio. Padre Nostro. Tropario e Contacio di san Giovanni Crisostomo e il Teotochio: “Patrocinio irriprovato dei cristiani,” Tropario del giorno, se lo si desidera, “ Kyrie eleison” (12 volte), “Più insigne dei cherubini.. Gloria… e ora…” Congedo. [145]

Traduzione dell’igumeno Ambrogio (Patriarcato di Mosca) Torino, A.D. 2012

[1] Madre Victoria, del nostro monastero di Santa Barbara, è ora impegnata in questo degno progetto.

[2] NASTOL’NAYA KNIGA dl’a Sv’ashchenno-Tserkovno-Sluzhitelej, S.V. Bulgakov. Seconda edizione, Kharkov, 1900.

[3] Posobie k izucheniju USTAVA BOGOSLUZHENIJA Pravoslavnoj Tserkvi, Konstantin Nikol’skij. Sesta edizione. San Pietroburgo, 1900.

[4] NASTOL’NAYA KNIGA Sv’ashchenno-Sluzhitel’a. Patriarcato di Mosca. Mosca, dal 1900 in poi.

[5]“Orthodox Catholic Prayer and Ritual”, arcipreti mitrati Michael Gelsinger e Albert George Fadell, Buffalo, 1961. (Ciclostilato)

[6] Il LITURGIKON dell’Arcidiocesi Antiochena è possibilmente la miglior traduzione esistente in inglese della Divina Liturgia e degli offici della Chiesa, come traduzione; tuttavia, le sue rubriche sono in conflitto in alcuni casi con le nostre, e non è sempre chiaro quali rubriche siano più coerenti con il Tipico che usa non soltanto la nostra Chiesa, ma anche quella antiochena e quelle di altre tradizioni.

[7] Le rubriche qui fornite, per la maggior parte, si applicano anche al servizio della Divina Liturgia di San Basilio il Grande, che differisce dalla Liturgia di San Giovanni, per gli scopi dell’opera presente, principalmente per la lunghezza delle relative preghiere. Le differenze di rubriche esistenti tra le Liturgie saranno citate nelle note a piè di pagina.

[8] Vi sono molte buone ragioni perché il clero entri nel santuario quando arriva in chiesa e faccia le preparazioni per il servizio prima di fare le preghiere di ingresso davanti alle porte sante. Nondimeno, in tali casi il clero deve ancora dire queste preghiere davanti alle porte.

— La riassa (r ason), o tonaca esterna, è la veste ordinaria del clero ortodosso, e sotto di essa si indossa un podriassnik (anteri), o tonaca interna. Nelle parrocchie di tradizione russa, la riassa è riservata a diaconi, preti, vescovi e monaci, mentre nelle parrocchie ortodosse greche si possono osservare salmisti o lettori che portano il rason. Nelle diocesi che osservano la pratica russa, al termine della Divina Liturgia in cui è stato ordinato un diacono, quel diacono, dopo avere consumato i santi doni e compiuto, con il prete, la conclusione delle preghiere di ringraziamento dopo la santa comunione, si accosta al vescovo che lo ha ordinato per ricevere un appropriato consiglio spirituale e la benedizione per indossare la riassa. Quale che sia l’abitudine di un singolo diacono o prete al di fuori del tempio, dentro il tempio si deve sempre indossare la riassa eccetto quando si indossa lo sticario del diacono o del prete.

—Il clero che ha il privilegio di indossare una skufia o kamilavka durante gli offici divini entra in chiesa portando tale copricapo, e quando entra nel santuario, lo toglie per baciare la santa mensa, quindi lo reindossa per uscire di fronte alle porte sante per leggere le preghiere d’ingresso, e sta a capo coperto fino alla lettura del tropario, “Veneriamo la tua purissima immagine…” quando deve togliere skufia o kamilavka per baciare le icone del Salvatore e della sua Madre e recitare la preghiera “Signore, stendi la mano…” È meglio lasciare il capo scoperto finché si è baciata la santa mensa, soprattutto perché alcuni baciano l’icona di San Michele (o l’altra icona che sta sulla porta meridionale) mentre entrano.

—Non si indossa alcun paramento durante la lettura delle preghiere di ingresso, poiché nessuna delle preghiere appropriate per indossarla è stata ancora letta. (Bulgakov, p. 80 e p.575.)

—A una celebrazione collettiva (con più di un prete o diacono) il clero si raduna all’altare e si posiziona intorno a esso secondo l’ordine prescritto. Dopo avere baciato la tavola dell’altare si esce per iniziare le preghiere: quelli sul lato destro escono dalla porta meridionale e quelli sul lato sinistro dalla porta settentrionale assieme al primo celebrante.

[9] Quanto alla domanda se un diacono possa leggere da solo le preghiere di ingresso quando è, per esempio, in ritardo, Bulgakov sostiene, correttamente, che è resposabilità del diacono essere subordinato al prete, essere a sua disposizione al suo arrivo in chiesa, e che il diacono è obbligato a leggere le preghiere assieme al prete, come prescritto nei libri degli offici.

[10] Bulgakov, seguendo il precedente del Chinovnik ( Arkhieration, Officium) che riserva i tropari al vescovo, qui li assegna al prete; oggi, tuttavia, quasi ovunque, tutto (tranne la benedizione iniziale, l’esclamazione del Padre Nostro, Signore, stendi la mano,e Perdona, rimetti e condona) è detto dal diacono.

[11] In una concelebrazione, tutto il clero, dopo la recita di Tu che sei fonte di misericordia, fa assieme tre prosternazioni e venera le icone secondo il rango. Quindi tutti i preti leggono a capo chino la preghiera, Signore, stendi la mano. Dopo averla letta, si inchinano l’uno all’altro. Quelli sulla destra si inchinano verso quelli sulla sinistra e vice versa, quindi tutti si inchinano al popolo.

[12] Il diacono intona per primo: “Preghiamo il Signore.”

– Nella pratica contemporanea il prete (o vescovo) legge in aggiunta la preghiera, Condona, rimetti e perdona, o Signore, subito dopo Signore, stendi la mano, quindi fa tre inchini alla cintola e solo dopo di questi si volta al popolo.

[13] Il prete bacia il santo vangelo, e quindi la tavola dell’altare: il diacono bacia la croce manuale che sta sul la tavola dell’altare, quindi la tavola dell’altare.

—A una concelebrazione, tutti entrano nel santuario e stanno ai propri posti, secondo l’anzianità, quindi fanno questi inchini e baci. In seguito vanno a indossare i paramenti. In alcuni luoghi si baciano l’un l’altro la mano con il rettore o con l’altro prete che presiede, prima di andare a indossare i paramenti.

— L’ordine di anzianità a una concelebrazione è questo: Il più anziano (ovvero, colui che presiede) sta di fronte alla santa mensa, da solo, e il resto sta ai lati destro e sinistro della tavola (o dell’analoghio, se vi sono davanti, per esempio alla Veglia), tutti rivolti verso la tavola. Il secondo in rango (ovvero, il primo dopo il prete che presiede) sta per primo sul lato destro (meridionale). Il terzo in rango sta per primo sull lato sinistro (settentrionale). Il quarto in rango sta sul lato destro, a fianco del secondo in rango, e così si alternano avanti e indietro. L’anzianità si determina in vari modi; comunque, a prescindere da come sia determinata, resta il principio generale che solo uno sta di fronte alla tavola dell’altare o all’analoghio— il prete che presiede. Il resto sta sui lati destro e sinistro, rivolti alla tavola dell’altare o all’analoghio, eccetto quando devono segnarsi e inchinarsi a oriente (definito “pregare Dio” nei manuali) o al prete che presiede.

[14] La vestizione prima della Divina Liturgia è più solenne della vestizione prima delle altre funzioni, in cui, ordinariamente, il prete benedice semplicemente ogni paramento, si segna e bacia la croce cucita sul paramento prima di indossarlo (di solito, l’epitrachilio, il felonio e le soprammaniche), senza pronunciare alcuna preghiera speciale (e i libri delle altre funzioni non riferiscono alcuna speciale preghiera di vestizione). Prima della Divina Liturgia, invece, il prete veste ogni paramento appropriato al suo rango e pronuncia un verso prescritto dalle Sacre Scritture su ogni paramento prima di indossarlo. I soli altri momenti in cui un prete si riveste di tutti i suoi paramenti sono questi: a) all’aggregato pasquale di Officio di Mezzanotte e Mattutino (in russo: “Zautren’a”), b) al Vespro pasquale, c) al Vespro del grande Venerdì prima di portare fuori l’epitafio, e c) ai tre Mattutini nel corso dell’anno (1 agosto, 14 settembre e Domenica della Venerazione della Croce) prima di portare fuori la Croce preziosa. Ma in tutte queste occasioni non si leggono le preghiere, a meno che la Divina Liturgia non segua immediatamente dopo il Mattutino.

[15] Il diacono, così come tutti gli altri servitori che hanno la benedizione per indossare lo sticario, avrà, ancor prima delle preghiere di ingresso (v. sopra, nota 7) piegato accuratamente lo sticario in forma quadrata con il retro del paramento in alto. Deve quindi essere tenuto piegato sugli avambracci estesi, in modo che il collo sia verso il diacono, dando così modo al prete di fare il segno della croce sul paramento verso l’alto. Si può far notare qui che alcuni sticari hanno la santa croce ricamata entro il bordo dell’area incorniciata sulla parte superiore del paramento, specialmente gli sticari usati solo dai ministranti, mentre gli sticari usati dai diaconi hanno, più appropriatamente, la santa croce ricamata al di sotto del bordo dell’area incorniciata.

[16] Se il rettore è in chiesa, allora, anche se il rettore non celebra, i diaconi, ministranti, etc., chiedono la sua benedizione per indossare i sacri paramenti.

[17] Il Tipico dice (cap. 7 & 9), quando spiega i termini, “(baciando) in cima, dove c’è la croce,” e “(baciando la) croce alla sommità.” In generale, alla vestizione, si bacia la croce su ogni paramento, e ogni servitore lo fa quando si riveste di ogni paramento consacrato. Anche se questo non è menzionato nel libro dell’officio, la maggior parte segue la pia usanza di baciare la mano del prete quando egli la posa sul paramento (paramenti) mentre lo (li) benedice.

[18] Oggi la pratica accettata è che il diacono prepari la protesi (tavola dell’offertorio) mentre attende l’arrivo del prete nel tempio portando i veli e l’ Aer, mettendo in ordine i vasi sacri, e ponendo la lancia sul piatto per il prete. Tuttavia, i libri degli offici prescrivono che ciò sia fatto dal diacono dopo le preghiere di ingresso e la vestizione, ovvero in pieni paramenti.

— Inoltre in alcuni luoghi, e.g., Gerusalemme, i libri degli offici in uso prescrivono che il diacono reciti il tropario della pre-festa della Natività di Cristo, Preparati, o Betlemme, mentre sistema i vasi sacri per la Proscomidia.

[19] Il calice dovrebbe essere posto alla destra del diskos (i.e., dal punto di osservazione dei servitori). Dovrebbe essere posto in modo che il lato su cui è raffigurato il volto del nostro Signore Gesù Cristo sia rivolto verso i servitori. Quel lato è chiamato il fronte del calice. I lati sono quelli dove sono raffigurati la Madre di Dio e san Giovanni il Teologo (oppure san Giovanni il Precursore), mentre il retro è il lato con l’immagine della preziosa croce.

[20] Bulgakov esprime un’opinione ufficiale che, dato che solo il clero ordinato, i.e., dai diaconi in su, può osare toccare gli oggetti sacri, i servitori d’altare non possono toccare i veli e l’ aer. Sia che i veli e l’ aer siano oppure no da includere tra gli “oggetti sacri,” la proibizione non dovrebbe estendersi in alcun caso ai suddiaconi, dato che a questi è è permesso togliere dalla stessa tavola dell’altare (e riporvi) i dikiri e trikiri, così come aprire e richudere le porte sante (a una funzione ierarchica).

[21] Non ci sono differenze nelle preghiere di vestizione tra usi russi, greci o altre tradizioni; tuttavia, a Gerusalemme, le frasi, Preghiamo il Signore, Kyrie eleison, sono prescritte come parti che il diacono recita prima di ogni verso della vestizione, non solo nell’ordine archieratico, ma anche in quello sacerdotale del servizio della Divina Liturgia.

[22] Il nastro del nabedrennik si mette di solito sotto la cintura e il nabedrennik stesso è sulla coscia destra, a meno che il prete non sia stato anche insignito della palitza. In quant’ultimo caso, la palitza va sulla destra e il nabedrennik sulla sinistra. Questi paramenti, e tutti i segni di distinzione del genere, vanno indossati ogni volta in cui sono prescritti i pieni paramenti, senza distinzione tra giorni “quotidiani” e festivi. Certamente, il prete che tiene i paramenti “migliori” per le grandi feste mentre indossa un paramento “ordinario” per la celebrazione della domnenica/risurrezione sembrerebbe avere una povera comprensione delle prioritià liturgiche.

— La preghiera, Cingi la spada al tuo fianco è la preghiera della palitza, ma si usa allo stesso modo per il nabedrennik, dato che non c’è alcuna preghiera particolare assegnata al nabedrennik, che fu introdotto nella Chiesa russa, ma in nessun’altra chiesa ortodossa, nel secolo XIX, secondo l’archimandrita Cipriano (Kern).

[23] Fare la Proscomidia in paramenti meno che pieni non è acceptabile, poiché contraddice sia la lettera che lo spirito dei libri liturgici ortodossi. Resta comunque un’eccezione, e cioè che i copricapi assegnati non si indossano ancora. I copricapi assegnati come privilegio rappresentano una certa autorità che non è richiesta nel fare la Proscomidia. Anche un vescovo, secondo le rubriche dell’ Archieratico, si toglie la mitra episcopale prima di completare la Proscomidia al momento del Grande Ingresso.

— Dopo la Proscomidia, prima dell’inizio della Liturgia dei Catecumeni, si indossa la skufia o kamilavka, che viene tenuta indosso, eccetto durante la lettura del Santo Vangelo, fino al Cherubico.

— Per l’incensazione che segue il congedo della Proscomidia, un diacono a cui è stata concessa la kamilavka, o uno che la porta in virtù del suo stato monastico, la indossa.

— In una concelebrazione, un prete fa la Proscomidia: è il più giovane, oppure colui di cui è il turno secondo l’ordine di una cattedrale. Secondo i libri tradizionali degli offici, solo quel singolo prete puo estrarre particole “in ricordo di…” o “per la salute e la salvezza di…” mentre i preti concelebranti dovrebbero fornirgli i nomi di tutti quelli che vogliono commemorare. Tuttavia, è piuttosto diffusa la pratica di fornire a ciascun prete concelebrante la propria prosfora, con la quale fare le proprie commemorazioni personali e permanenti, al modo di un vescovo.

— Il diacono, in pieni paramenti, prende parte con il prete alla Proscomidia, come implica il libro dell’officio. In Russia al diacono che non prendeva parte alla Proscomidia a causa di prigrizia o avversione era negata la santa comunione in quella Liturgia. (“Notizie ecclesiastiche,” 1890. pp. 26, 42.)

— È completamente inaccettabile che la Proscomidia si compia in un altro momento, per esempio durante l’Ora Prima alla Vigilia. Non solo ciò è disordinato, riguardo all’oridine degli offici, ma implica anche, di fatto, l’inizio della Divina Liturgia senza preghiere di ingresso e non in pieni paramenti.

[24] Anche se è vero, e può essere dimostrato, che in diversi tempi e luoghi si è usato un numero variabile di prosfore (fino a sette), i libri degli offici autorizzati per l’uso del clero della Diocesi dell’Ovest della Chiesa Ortodossa in America richiedono chiaramente l’uso di cinque prosfore per la Divina Liturgia, un uso sancito dal Nomocanone 213. [L’Arciprete Basil Rhodes e altri mi hanno informato che prosfore multiple, ovvero cinque, sono usate pure nei monasteri greci del Monte Athos.] Nondimeno, solo una è preposta e preparata per il mistero stesso, e il mistero non si serve neppure con tutta quella prosfora, ma solo con quella parte di essa che è chiamata “agnello”. E noi comunichiamo a un solo pane, l’ agnello (1 Corinzi 10,17). Vi sono casi in cui non si possono ottenere cinque prosfore per la Liturgia, come qundo un prete deve dare la comunione a un morente e non c’è una “riserva eucaristica” (e una Divina Liturgia non è stata già celebrata di recente), e non sono disponibili cinque prosfore. Se ce ne fosse solo una, in questo caso le particole possono essere prese dai pezzi laterali che rimangono dopo l’estrazione dell’agnello. Sarebbe saggio che il prete di una parrocchia conservi diverse prosfore in chiesa ogni settimana per tali emergenze, per potere prevenire questa difficile situazione.

— Un prete esperto avrà di solito più di cinque prosfore a disposizione di prima di iniziare ogni Divina Liturgia, per fare fronte agli imprevisti.

— Se capita che un prete abbia solo cinque prosfore, e non riesce al primo tentativo di estrarre l’agnello, o la prima prosfora risulta difettosa, e deve usarne una seconda per l’agnello, allora prenderà la particola della Theotokos dalla terza, i nove ordini dalla quarta, e le particole per i vivi e i morti dalla quinta. Se circostanze simili lo riducono a tre prosfore, allora, dopo avere preso da una l’agnello, prenderà la particola della Theotokos e dei nove ordini dall’altra, e le particole per vivi e morti dalla terza, oppure dopo avere preso la particola della Theotokos dalla seconda e dei nove ordini dalla terza, prenderà quindi le particole per vivi e morti dai lati di qualsiasi prosfora disponibile. In un’emergenza, si possono usare i pani preparati per la Litia, dato che sono fatti secondo la ricetta della prosfora. Dato che questi non hanno il sigillo richiesto, un prete che li usa dovrebbe almeno incidere su di essi la croce con la lancia.

— Le prosfore da usare come agnelli devono consistere di due parti rotonde differenti, che riflettono le due nature di Cristo. Ogni piccola pagnotta in due parti è formata e cucinata separatamente. Le prosfore non devono essere cucinate come “panettoni”, senza crosta sui lati. E tutte devono essere impresse con il marchio tradizionale con una croce a quattro braccia, e le lettere IHC XC NI KA, oppure IC XC NI KA. Inoltre, la prosfora da usare per l’agnello deve essere un poco più densa di come sarebbe se fosse stata appena sfornata: è più facile da tagliare e mantiene meglio la sua forma sul disco. Se capita che la prosfora sia troppo fresca — appena sfornata — allora il prete può rovesciare l’agnello sul disco (dopo averlo trafitto con la lancia), a faccia in giù, fino a “Cantando, esclamando e gridando l’inno trionfale…” In generale, il prete deve supervisionare e controllare la cottura delle prosfore con coscienza e con zelo, soprattutto nelle nuove parrocchie e missioni. Le prosfore devono essere ben solide e dense, in modo che il taglio non dia particole sformate o briciole.

[25] Alla tavola dell’offertorio il prete, quando dice le parole: “Ci hai riscattati dalla maledizione della legge,” bacia il disco; “con il tuo prezioso sangue,” bacia il bordo del calice; “inchiodato alla Croce,” bacia la sommità dell’asterisco; “e trafitto dalla lancia,” bacia la lancia; “hai effuso l’immortalità sugli uomini,” bacia il cucchiaio; “Salvatore nostro, gloria a te,” bacia il piattino dei tagli. Un’altra pratica è baciare il piattino con l’immagine della Croce al posto della sommità dell’asterisco alle parole, “inchiodato alla Croce,” e baciare il secondo piattino, “della Theotokos”, al posto del piattino dei tagli alla fine. Questo si fa seguendo una regola non scritta, ed è motivato da senso di pietà verso i vasi eucaristici.

—Il prete non parla ad alta voce quando pronuncia le preghiere della Proscomidia, per non disturbare la lettura delle Ore che ha luogo nello stesso tempo; l’altra parte, deve leggerle a voce abbastanza alta per essere udito dal diacono.

[26] Mentre i libri degli offici dirigono il prete a prendere la prosfora nella mano sinistra, la maggior parte dei preti lo interpreta come una richiesta di tenere fermo con la sinistra il pane da cui si taglia l’agnello, mentre si taglia l’agnello che rimane sul piatto. Ciò si applica anche al pane della Theotokos e a quello dei nove ordini. Molti preti, d’altro canto, trovano conveniente tenere nella mano i pani per le commemorazioni dei fedeli, mentre rimuovono le particole.

[27] Questo taglio si fa diagonalmente su ogni lato, così che il fondo dell’agnello sia leggermente più ampio che la sommità; inoltre, ogni lato è tagliato completamente, fino al fondo. Se un bordo quadrato circonda il sigillo, i tagli si iniziano o sul bordo o al suo esterno. Nei giorni in cui si aspettano molti comunicanti, si prepara un agnello più largo: Si può fare una prosfora più larga e più alta, e iniziare a tagliare più esternamente oltre al sigillo.

— I pezzi che rimangono dal taglio dell’agnello sono il vero antidoro. In tempi più antichi c’era un certo pericolo che persone pie ma poco erudite li considerassero il corpo di Cristo. Si deve sottolineare che queste porzioni non si lasciano sul disco durante la santa trasformazione del pane nel corpo di Cristo. Oggi, si può udire un’opinione ancor più strana: che tutte le particole sul disco si trasformino nel corpo di Cristo! Questa opinione è usata per giustificare la pratica di porre tutte le particole nel calice prima della comunione dei fedeli, usando perfino parole quali: “Non sta a noi dire che il Signore trasforma solo l’agnello!” Tuttavia, anche se si vuole dare credito a questa dubbia giustificazione, noi dobbiamo pur sempre comunicare a UN SOLO PANE, L’AGNELLO, come l’Apostolo dice così chiaramente. E le particole devono essere poste nel calice non come comunione ma dopo la comunione, come commemorazioni di coloro che rappresentano e mentre si prega per il lavacro dei loro peccati nel sangue di Cristo (ricordando, come si ripeterà in seguito, che la particola della Theotokos è, per santa usanza, posta separatamente nel calice, prima di enunciare le parole, “Lava, Signore,…”).

[28] La “destra” qui significa il lato destro dal punto di vista del sigillo; in altre parole, il lato sinistro del prete: dall’alto in basso.

[29] Il prete deve avere cura di fare questi tagli abbastanza profondi, così che l’agnello possa essere diviso nettamente al momento della frazione, mentre deve essere attento, allo stesso tempo, di non tagliarlo completamente. Se lo fa, deve iniziare da capo, per avere un solo pane.

—-Il resto del pane lasciato dopo avere tagliato l’agnello va insieme ai resti degli altri pani come prosfora.

[30] Il prete deve di fatto trafiggere l’agnello, e non fare solo un gesto puntandolo. Qui, ancora, il lato giusto è il lato destro dell’agnello, quello a sinistra del prete. La maggior parte dei preti tiene fermo l’agnello con un dito della mano sinistra, passando sopra alla mano sinistra con la destra che tiene la lancia, e quindi trafiggono verso il basso nel lato della porzione segnata NI.

[31] In altre parole, il prete benedice l’unione subito dopo avere trafitto l’agnello sul lato destro.

—Certe edizioni più antiche del nostro libro degli offici del prete (XIII-XV secolo) e alcune edizioni greche prescrivono che mentre benedice l’unione il prete pronunci le parole, “L’unione del santo Spirito, in ogni tempo, ora e sempre…” I nostri attuali libri dell’officio non prescrivono questa né un’altra frase (“Benedetto il nostro Dio…” “Nel nome del Padre e…”). Bulgakov, citando queste istruzioni e altre istruzioni scritte del suo tempo, dice chiaramente che qui nulla dovrebbe essere pronunciato dal prete: la benedizione stessa è sufficiente a permettere al diacono di versare nel calice il vino e l’acqua.

—In alcuni luoghi il diacono versa da due ampolle il vino e l’acqua nel calice mentre il prete benedice. In altri luoghi il diacono versa vino e acqua in una coppa separata prima di chiedere la benedizione: il prete benedice il vino e acqua già mescolati mentre il diacono versa da questa coppa nel calice.

[32] C’è un’usanza, osservata soprattutto nella Russia sud-occidentale, di prendere la particola della Theotokos da una “prosfora della Theotokos” fatta apositamente (i.e., una prosfora impressa con un’immagine della Madre di Dio e con la lettera “M” per “Maria”). Ciò non significa, nemmeno nell’area in questione, che uno non possa prendere la particola della Theotokos da una prosfora che non ha quel sigillo, perché questo è un uso strettamente locale: la regola che si applica ovunque nella Chiesa russa chiede di fatto che tutte le prosfore usate alla Proscomidia abbiano lo stesso sigillo — la croce a quattro braccia o punte, e l’iscrizione: IHC.XC.NI.KA, e Bulgakov scrive che perciò questo è sempre il caso nella Russia nord-occidentale. Egli fa notare la decisione del Concilio di Mosca del 1667 sullo stesso tema e la stessa prescrizione nelle “Novaja Skrizhal” (“Le nuove tavole” dell’Arcivescovo Beniamino). Tuttavia, fa notare che al tempo in cui scriveva, la pratica di usare una prosfora speciale per la Theotokos si stava imponendo con forza in tutta la Russia — nelle Lavre e nelle cattedrali stavano usando non solo prosfore della Theotokos ma anche prosfore speciali dei “santi” e delle “feste”!

[33] Per la disposizione delle particole, si veda il diagramma nel libro dell’officio.

[34] Il prete che compie la Proscomidia può, mentre estrae particole dalla “ prosfora a nove ranghi”, commemorare assieme a profeti, ierarchi, etc., altri santi non citati nel libro dell’officio; per esempio, il santo di cui il prete porta il nome, o un santo venerato in modo speciale o venerato nella regione (a Novgorod, per esempio, Sant’Antonio il Romano, etc.). Tali santi si menzionano assieme agli altri santi del loro rango — un profeta con i profeti, un santo ierarca con i santi ierarchi, etc. Se si legge il libro dell’officio pubblicato a Kiev, si vede che nella preghiera “Salva, o Dio, il tuo popolo…” alla Litia e al Mattutino e nei congedi stampati, i santi ierarchi, principi, monaci e monache venerati a Kiev sono stampati, ciascuno al proprio posto, con gli altri santi dello stesso rango. Si veda anche sotto, al congedo e durante l’anafora.

[35] Le particole sono poste a sinistra dell’agnello (alla destra del prete e in ordine verticale, non orizzontale), secondo il diagramma nel libro dell’officio.

— I libri dell’officio in uso nelle chiese greche (e l’eccellente “Liturgikon” dei nostri frateli antiocheni) commemorano non solo gli esseri umani santificati nella Proscomidia, ma anche i santi angeli!

Gli angeli sono ricordati alla prima particola (rango) presa dalla prosfora a nove ranghi, con questa formula: “In onore e memoria ( sic) dei grandi condottieri Michele e Gabriele, e di trutte le potenze incorporee del cielo.” San Giovanni il Battista non è quindi commemorato a parte, ma (come primo) nella seconda particola con gli altri profeti menzionati. Io considero migliore la pratica della Chiesa russa. Dopo tutto, la ragione per cui gli ortodossi prendono nove particole, e di conseguenza dividono i santi in nove ranghi è a causa dei nove ranghi dei santi angeli! Che cosa significa “commemorare” tutti e nove i ranghi degli angeli in una sola tra nove particole?

—Bulgakov avverte che non c’è alcuna giustificazione per designare la prosfora a nove ranghi come un compenso materiale per il diacono, e aggiunge che i resti di ogni prosfora possono essere distribuiti solo con la benedizione del prete.

[36] Due particole più grandi sono prese dalla prosfora per i vivi, dallo strato superiore della prosfora, al centro, appena sotto al sigillo: la prima è per il metropolita o vescovo locale e per il vescovo che ha ordinato il prete, se è vivente, e per tutti gli altri membri della gerarchia. La seconda può essere presa per il capo dello stato, ma questo si fa di solito solo quando il capo di stato è ortodosso. Si può prendere questa seconda particola anche per i fondatori e benefattori del tempio o monastero.

Togliendo due particole dalla quarta prosfora e una dalla quinta (v. nota 38), si può sempre distinguere queste prosfore, se si devono fare in seguito commemorazioni aggiuntive. Piccole particole per i viventi si prendono andando attorno a sinistra sulla sezione superiore della prosfora.

— La pratica di commemorare le autorità civili non è fissa. Alcuni qui commemorano il presidente degli Stati Uniti per nome. Altri commemorano solo la funzione. Altri commemorano “i governanti” o “le autorità civili del nostro paese”, etc. Storicamente, solo una persona ortodossa era menzionata per nome in ogni preghiera udibile o segreta composta dalla Chiesa. Qui, come altrove, il vescovo locale determina la pratica appropriata per tutte le parrocchie sotto il suo omoforio.

[37] V. nota 31.

[38] Una grande particola è presa dal centro dell’area proprio sotto al sigillo. Piccole particole per i defunti sono prese nello stesso modo di quelle per i viventi. V. sopra.

—Le particole offerte per i santi, come per i viventi e i defunti non hanno lo stesso effetto santificante e purificatore che ha, esclusivamente, il sacrificio di Cristo. Non sono, pertanto, consacrate nel Corpo di Cristo e non possono essere date ai fedeli come comunione. Allo stesso tempo, hanno un grande significato per quelli in memoria dei quali sono offerte, e mostrano la sollecitudine di preghiera della Chiesa per loro, e nello stare accanto all’agnello e nell’essere infuse con il sangue di Cristo li rendono partecipi dei doni della grazia. Secondo Agostino, nel caso dei virtuosi, servono come ringraziamento: per chi non è completamente malvagio servono come purificazione dal peccato; e anche nel caso dei perduti completi, ai quali non portano beneficio a causa della loro ostinazione, servono nondimeno come conforto per i viventi.

[39] Secondo la pratica più stretta, gli altri preti, sia celebranti che non celebranti, non estraggono particole per i viventi e i defunti, ma solo il prete assegnato, o che è di turno a fare la Proscomidia. La partecipazione di altri preti, secondo questa pratica, è limitata alla loro lettura di nomi, mentre il prete che fa la Proscomidia estrae le particole. Anche una pratica più indulgente non permette a un diacono di estrarre particole.

Il diacono legge i nomi e il prete ripete “Ricorda, o Signore” mentre estrae ciascuna particola.

—Solo lettori e ministranti tonsurati possono leggere nomi ad alta voce, in presenza del prete.

—Quando ci sono molti nomi, le particole possono essere estratte sia dal fondo che dalla cima della prosfora.

—L’istruzione di prendere una particola per ogni nome si dovrebbe interpretare come “ non più di una particola.”

Si può pensare alla prosfora a nove ranghi, dove si estrae una particola per un’intera classe di santi, molti dei quali elencati per nome. Di volta in volta, sono sorte pratiche sbagliate, come quella di estrarre 40 particole per un defunto, come sostituto della sua commemorazione alla Divina Liturgia quotidiana per 40 giorni! Questa è la ragione per la severità di “una particola” per nome, e non è per permettere che ogni nome abbia una particola corripondente estratta dalla prosfora.

—Nulla proibisce a un prete di estrarre particole sia per i vivi che per i defunti dalla stessa prosfora offerta da un fedele.

—Quando alla Proscomidia si invia nel santuario un libretto di memoriali senza un pane, il prete estrae le particole dalle prosfore “di servizio” (i.e., della Proscomidia) per i vivi e i defunti.

—In quei luoghi dove per la maggior parte i libretti di memoriali si inviano senza prosfore [sia per ignoranza che per il fatto che l’offerta di pani con i libretti non è in accordo con l’uso parrocchiale (come capita, specialmente, in parrocchie provenienti dall’uniatismo)], allora chi prepara le prosfore deve avere cura di fare le prosfore di servizio per i vivi e i defunti di una misura maggiore nei gioni in cui ci sono molte commemorazioni.

[40] È permesso prendere particole per i viventi e i defunti dalle prosfore fino al Grande Ingresso.

—Nel libro dell’officio dei vescovi (“Chinovnik”) si dice che prima del Grande Ingresso il vescovo ricorda l’imperatore e tutta la casa regnante, il santo Sinodo, e gli altri ortodossi… Quindi il resto dei servitori si accosta al vescovo… “ed essi fanno memoria di chiunque desiderano tra I viventi, dicendo solo il nome.”

—Un prete non dovrebbe mai permettere a qualcuno di leggere i nomi da un libretto dei memoriali o da un foglio quando egli stesso non è al tavolo delle offerte a estrarre particole dalla prosfora offerta assieme al libretto o al foglio.

—Dato che dopo la comunione dei fedeli tutte le particole devono essere immerse nel calice il prete deve avere cura che nei giorni in cui c’è un numero straordinariamente grande di commemorazioni si metta più vino nel calice al servizio della proscomidia, oppure che egli estragga particole estremamente piccole.

[41] In tempi antichi il celebrante, prete o vescovo, poneva sempre da solo i grani di incenso nel turibolo mentre diceva la preghiera.

[42] Se si sta facendo la Proscomidia a una celebrazione ierarchica, allora tutto il testo che segue è omesso. Il vescovo leggerà la preghiera, “O Dio, Dio nostro,” durante la Grande Litania. Leggerà le rimanenti preghiere al tempo del Grande ingresso dopo avere estratto le particole, e il diacono lo assisterà mentre copre i doni secondo il rito fino a “Benedetto sei tu, Dio nostro: così ti sei compiaciuto; gloria a te.” Qui, dunque, a una celebrazione ierarchica, il prete coprirà i doni, con incensazione, semplicemente con l’asterisco, i piccoli veli e l’aer, senza dire alcunché. In alcuni luoghi queste azioni ora si fanno senza neppure incensare.

[43] Baciare l’asterisco quando lo si incensa e prima di porlo sul disco, e baciare i piccoli veli e l’aer prima di coprire con loro il disco e il calice, è la pratica di molti preti, è non c’è niente di sbagliato, dato che su tutti è almeno impressa l’immagine della croce.

—Il diacono dovrebbe, per l’incensazione dell’asterisco e dei due piccoli veli, così come per la benedizione del turibolo, tenere il turibolo in questo modo: dopo aver tirato la catena collegata al coperchio del turibolo, in modo che il coperchio sia sollevato al di sopra della coppa del turibolo di circa una decina di centimetri, prende la coppa del turibolo dal fondo e la solleva, aperta, verso il prete, mostrando il carbone e l’incenso che brucia alla vista del prete, in modo che il prete possa tenere l’asterisco e i piccoli veli sopra il fumo, lasciandone qualche traccia su questi oggetti mentre li ripone sul disco e sul calice.

[44] V. nota 40.

[45] V. nota 40.

[46] V. nota 40.

[47] Mentre è chiaro dal Tipico che la cortina dell’altare si apre per la prima volta alla Divina Liturgia solo al momento in cui il diacono (o il prete, se non c’è diacono) che ha compiuto la Proscomidia inizia l’incensazione, molti hanno adottato la pratica di aprire la cortina alla benedizione per l’inizio delle Ore. Questo è un errore: l’apertura della cortina, come l’incensazione, non ha nulla a che vedere con la lettura delle Ore, dato che entrambe le azioni sono preliminari della Divina Liturgia; infatti, quando le Ore si leggono in altri contesti è chiaro che l’officio delle Ore non è un officio dell’altare, ma un officio del nartece, e quando la cortina e le porte si aprono durante le Ore, questo è perché il celebrante possa portare fuori il libro del vangelo, come avviene alle Ore Regali alla Natività e alla Teofania e alle Ore del grande Venerdì.

—La benedizione per l’inizio delle Ore dovrebbe essere data dal prete che svolge la Proscomidia così che la conclusione della loro lettura coincida con l’inizio della Liturgia dei Catecumeni.

Nella maggior parte dei luoghi questa lettura dura circa venti minuti; perciò, se il tempo previsto per l’inizio della Liturgia dei Catecumeni alla domenica fosse, diciamo all’ora canonicamente prescritta delle 9 del mattino, allora il prete dovrebbe pronunciare la benedizione circa alle 8 e 40. Dato che alcuni preti sono in grado di fare l’intera Proscomidia in circa venti minuti, pronunciano la benedizione iniziale della Proscomidia ad alta voce, benedicendo così simultaneamente anche l’inizio delle Ore. Questo sarebbe, naturalmente, impossibile in quei luoghi dove la maggior parte dei fedeli, o tutti, offrono prosfore e commemorazioni e/o dove c’è un gran numero di commemorazioni “permanenti”, dato che l’officio della Proscomidia prenderebbe più di venti minuti, forse un’ora o più.

—Qui è prescritta una incensazione completa del tempio, che è descritta nel capitolo del Tipico menzionato in precedenza.

[48] Nel libro degli offici del prete non ci sono istruzioni di elevare le mani all’inizio della Liturgia, all’Inno Cherubico, e prima della consacrazione dei doni. Ma questa è una pratica universale. Alcuni, alle parole, “O Dio, purifica me…” fanno tre inchini alla cintola e tre elevazioni delle mani. Alcuni elevano le mani a ogni preghiera separata: “Re celeste,” (1), “Gloria a Dio…”(2), e al secondo “Gloria a Dio…”(3). Altri elevano le mani così: “Re celeste…”(1), “Gloria a Dio” (due volte) (2), e “Signore, schiudi le mie labbra…” (3), anche se “Bulgakov” dice chiaramente che, “L’esclamazione, ‘Signore, schiudi le mie labbra’…si dice senza elevare le mani.” La maggior parte dei preti nella Diocesi dell’Ovest, secondo la mia osservazione personale, fanno tre inchini alla cintola con la triplice ripetizione di “O Dio, purifica me…”, ed elevano le mani solo a “Re celeste..” e al resto, come sopra. Quattro elevazioni delle mani non sono una pratica tradizionale.

—A Pasqua e durante il periodo pasquale, si deve osservare la rubrica che richiede che tutti gli offici inizino con la triplice ripetizione di “Cristo è risorto dai morti…” come anche l’altra rubrica, che “Re celeste” non si legga affatto, né all’inizio né in altri punti, fino a Pentecoste. Alcuni, con poca giustificazione, interpretano queste due rubriche separate come una sola rubrica, ovvero che “Cristo è risorto…” rimpiazza, o sostituisce, per esempio, “Re celeste” o “Venite, adoriamo.” Questo non è vero. Il miglior modo per osservare le due rubriche a questo punto è, a Pasqua e durante il periodo pasquale, di leggere al posto di “Re celeste,” alla prima elevazione delle mani, “Cristo è risorto dai morti…” tre volte, quindi alla seconda elevazione delle mani leggere il primo “Gloria negli eccelsi a Dio…” e continuare come al solito.

[49] La ripetizione del Tropario: “Cristo è risorto…” è discussa nella nota precedente. Che cosa si legge tra l’Apodosi della Pasqua e la festa della Trinità?

—Alla Liturgia della festa dell’Ascensione, si legge il Tropario dell’Ascensione, seguito da “Gloria negli eccelsi…”; l’Apodosi dell’Ascensione cade il venerdì prima della Trinità.

—Al sabato prima della Trinità, che è un sabato di memoria dei defunti, il Tropario dei defunti, “Tu che nel profondo della sapienza…” quindi, “Gloria negli eccelsi…” (Gli stessi Tropari sono cantati al posto di “Abbiamo visto la vera luce.”) (vedi oltre)

[50] “Il diacono, riconoscendo il suo grado inferiore, si accontenta di baciare la sola trapeza; il prete, tuttavia, dà gloria a Cristo stesso baciando il vangelo, che significa Cristo re, seduto sul trono”. (Dalle “Nuove Tavole” e dalle “ Notizie ecclesiastiche” del 1890, pag. 42)

—A una concelebrazione, dopo la Proscomidia e la lettura delle Ore, tutti i preti stanno attorno alla tavola dell’altare per ordine di anzianità. Le preghiere a mani elevate prima dell’inizio della Liturgia sono lette in modo udibile solo dal primo celebrante, e solo lui eleva le mani, mentre gli altri preti si limitano a fare tre inchini alla tavola dell’altare, pregando per l’effusione della grazia del santo Spirito e la sua assistenza alla Liturgia. Di solito, il primo celebrante bacia l’evangeliario e tutti gli altri preti e il diacono baciano la tavola dell’altare. In seguito tutti si inchinano a chi presiede e poi gli uni agli altri.

[51] Il prete fa il segno della croce, benedicendo il diacono, e quindi il diacono gli bacia la mano.

[52] Ecco lo schema che i diaconi seguono quando lasciano il loro posto all’angolo sud-ovest della tavola dell’altare per uscire dal santuario. Fanno il segno della croce, si inchinano, baciano la tavola dell’altare, vanno a grandi passi al soglio alto, e poco prima di passare al lato nord, fanno ancora il segno della croce, si inchinano al soglio alto (est), azione prequentemente descritta come “pregare Dio,” si girano e si inchinano al celebrante (naturalmente, senza un altro segno di croce) e quindi vanno alla porta settentrionale e ne escono. Le parole “a grandi passi” sono state scelte deliberatamente, poiché il diacono ortodosso non va in punta di piedi, non fa “passetti”, non si piega mentre cammina, né fa altri gesti o movimenti esagerati di pietà o sottomissione personale, tanto amati dal mondo liturgico individualista non ortodosso. Il diacono ricorda di essere un servitore, sicuramente, ma un servitore dell’Altissimo.

[53] Qui, come altrove, mentre il diacono compie la sua esclamazione, solleva la mano destra, tenendo l’orario con tre dita. Nella sinistra tiene il libro dell’officio. Così come il prete, eccetto in circostanze straordinarie o difficili, non intona a memoria. Non indica alcuna persona o cosa con il suo orario a meno che non gli sia specificamente indicato di farlo dal libro dell’officio (come alle parole di istituzione).

[54] A questo punto il prete fa il segno della croce con (“sollevandolo un poco”) il bordo inferiore del vangelo sulla tavola dell’altare, est, ovest, nord e sud, e quindi depone il vangelo sulla tavola dell’altare. Quest’azione è prevista nel Chinovnik, ma in pratica è divenuta “pratica corrente” anche alla celebrazione del prete.

— Il segno della croce deve essere fatto abbastanza ampio e alto in modo che quelli che pregano nella chiesa possano accorgersene. Ciò è vero di tutti i segni di croce del prete: devono essere tracciati nell’aria in modo che i fedeli siano in grado di osservarli. Una buona regola sarebbe di fare sempre il segno tanto largo quanto lo farebbe una persona in piedi di fronte a un adulto, che stia posando le punte delle sue dita sulla fronte, lo stomaco e le spalle della persona. In nessun modo un celebrante ortodosso dovrebbe preoccuparsi di banalità quali apparire o non apparire umile oppure orgoglioso. Il celebrante umile è contrassegnato dall’ubbidienza.

Ogni ingiunzione di fare il segno della croce quanto più piccolo possible viene da fonti esterne alla tradizione liturgica ortodossa.

—Il prete, come il diacono, non legge o prega o intona a memoria, ma legge dal suo libro dell’officio. A conferma di ciò, al prete è dato un libro dell’officio, assieme alle altre insegne essenziali dell’azione liturgica, alla sua ordinazione. Si veda Hapgood (e altri): “Ciò si fa pure… con il libro delle officiature, che gli è dato come guida nel santo ministero; poiché egli non dice le preghiere a memoria, ma le legge.” Inoltre, queste istruzioni erano di solito stampate negli Sluzhebniki (libri dell’officio del clero): “Il libro dell’officio è sempre necessario per una celebrazione; che le preghiere non siano dette a memoria: poiché se il prete servisse a memoria, senza il libro, commetterebbe un peccato mortale: ne risulterebbero infatti molte pause, omissioni e balbettii …”

—Dato che il prete deve leggere dal proprio libro dell’officio e dato che non sempre entrambe le mani sono libere per tenere il libro, un santuario pienamente equipaggiato avrà un analoghio presso (ma non sopra) l’angolo nord-occidentale della santa mensa, su cui piazzare il libro dell’officio. Questo analoghio di solito è pure dotato di un gancio per appendere il triplice candeliere pasquale, per averlo a portata di mano nel periodo pasquale. La tradizione che abbiamo ricevuto non permette di appoggiare sulla santa mensa assolutamente nulla se non ciò che è prescritto; peranto, il libro dell’officio non si pone sulla tavola dell’altare, né vi si installa sopra un leggìo nello stile cattolico romano. La santa mensa è chiaramente consacrata per essere “glorificata al di sopra del trono della misericordia” e per essere la “dimora del Signore della gloria.” Alla conclusione della benedizione liturgica di ogni oggetto, icona, paramento sacro, etc., il prete tocca con l’oggetto benedetto la santa mensa, o ve lo pone sopra, e questa è la conclusione di tale benedizione; pertanto, si presume che tutto ciò che si pone sopra la tavola dell’altare sia santificato e consacrato. Un libro dell’officio posato sull’altare diventerebbe in tal modo un oggetto di venerazione.

[55] Il diacono fa il segno della croce e quindi un inchino alla cintola dopo ogni petizione. Tiene alto l’orario con le tre dita della sua mano destra mentre pronuncia ogni petizione. Pronuncia la petizione a voce alta, chiara e senza fretta, in modo udibile a tutti. Il diacono deve ricordare che sta guidando il popolo di Dio nella preghiera, e non sta dominando le loro preghiere. Deve evitare, pertanto, di esprimere alcunché del genere di idiosincrasia personale, come melodie originali e fiorite, crescite e decrescite drammatiche di volume e tempo, oppure dimostrazioni ostentate di umiltà di postura. (Per quanto duramente un dato diacono provi a servire “esattamente come tutti gli altri”, le caratteristiche personali dategli da Dio saranno evidenti a tutti, proprio come l’iconografo che è più fedele ai lineamenti prescritti nei libri canonici sarà incapace di prevenire che il proprio stile personale venga alla luce.) Allo stesso tempo, nessun diacono dovrebbe servire con una monotonia tanto incolore, aristocratica e condiscendente da smorzare la sensibilità dei fedeli e pertanto portarli alla tentazione di sognare a occhi aperti. Nessun servitore della chiesa, in assoluto, dovrebbe essere indifferente all’estetica del culto eucaristico di congregazione. Si deve rendere grazie a Dio quando il diacono ha una bella voce ed è sensibile alla melodia — ovvero ”ha orecchio.” Né si troverebbe appropriato, per analogia, che una persona cieca dalla nascita dipinga le sante icone. I membri del clero non si limitano a cantare le petizioni delle litanie, fare le esclamazioni o cantare le Scritture; ci si aspetta che cantino anche secondo le melodie canoniche: la Magnificazione al Mattutino, il ritornello (del diacono) prima della nona ode del canone a una grande festa, il “Venite, adoriamo…” alla Veglia di tutta la notte, l’ico alla sesta ode del canone ai funerali e alle panichide, “Venite, adoriamo…” a un officio ierarchico, “Luce radiosa” a una Liturgia ierarchica dei Presantificati, etc. Se un diacono è “sordo ai toni”, questo sifnifica che non può compiere adeguatamente una parte importante del suo servizio. Quelli che presentano se stessi per il servizio alla Chiesa o sperimentano una “chiamata interiore” come quella conclamata dai dotti della Germania illuminista o dell’Europa pietista, alla maniera di Meister Eckhardt o Johann Arndt, senza aspettare umilmente una chiamata attentamente considerata da parte della Chiesa, possono considerare queste cose.

—Bulgakov esprime l’opinione che la base della frase: “il diaconato in Cristo,” letteralmente, “En Hristo” sia una variante di “euhristou”, ovvero: utile, benefico.

[56] Nella parte di una celebrazione ierarchica in cui il vescovo non è ancora entrato nel santuario, i diaconi non vanno a stare al posto consueto e designato del diacono al centro, davanti alle porte sante chiuse o aperte, per non bloccare l’accesso visuale del vescovo a oriente, ma intonano le litanie davanti all’icona del Salvatore o della Theotokos sull’iconostasi. Tuttavia, nessuna restrizione del genere si applica o si deve applicare altrove: né a una celebrazione “ presbiterale” ne a una celebrazione gerarchica quando il prete o vescovo è nel santuario, rivolto a oriente. In tutti i libri ortodossi degli offici la rubrica che dirige il diacono a lasciare il suo posto e ad andare a porsi davanti all’icona di Cristo o della Theotokos si trova dopo l’esclamazione. Inoltre, le petizioni diaconali, la preghiera segreta, le risposte del coro (o del popolo), e l’esclamazione costituiscono un’unità, un’entità di preghiera. Non ci può essere questione di “fare a turno.” L’esclamazione conclude le petizioni della litania. Si fa lo stesso errore quando un diacono continua a fare le intonazioni davanti all’icona e non davanti alle porte sante dopoche il vescovo è entrato nel santuario.

[57] Questa preghiera non è intitolata: “Preghiera della Grande Litania alla Liturgia”, perché non lo è. Un’opinione frequentemente espressa vuole che l’esclamazione della Grande Litania sia la conclusione di questa preghiera, e che la preghiera dovrebbe essere letta prima dell’esclamazione, per giunta ad alta voce. Ciò è problematico, dato che ogni Grande Litania termina con la stessa esclamazione, così come l’esclamazione alla Litania che occupa il secondo posto, ovvero la prima Piccola Litania dopo la Grande Litania, è sempre “Poiché tua è la sovranità…” e, alla terza, “Poiché tu sei Dio buono…” Così il carattere della litania e il suo posto nell’officio determinano l’esclamazione, non il contenuto di qualsiasi preghiera che si fa in prossimità. Una proposta più verosimile sarebbe che queste preghiere, chiamate, rispettivamente, Preghiere della Prima, Seconda, e Terza Antifona, fossero sempre lette durante il canto delle Antifone, o in connessione con questo canto (e le litanie con le loro esclamazioni siano state inserite molto più tardi), come era abitudine in tutta la Chiesa ortodossa, fino a tempi molto recenti, ovunque.

[58] Le antifone quotidiane si trovano stampate in un tradizionale libro dell’officio, l’ Irmologion, e alla fine del Libro delle letture apostoliche (“Apostolo”). Queste antifone si cantano in quei giorni (feriali) in cui, secondo l’Ordo per la Liturgia del santo o della commemorazione del giorno, non ci sono istruzioni di cantare i Tropari dal canone alle Beatitudini (Tipico, cap. 21). La diffusa pratica di ignorare questa regola e di cantare sempre le antifone tipiche è da deplorare. Nei giorni in cui secondo il Tipico ortodosso sono prescritte le antifone quotidiane, queste devono essere cantate.

[59] Le antifone tipiche sono stampate sull’Irmologio. Si cantano nei giorni feriali quando c’è l’indicazione di cantare selezioni dal canone del Mineo o del Triodio; alle domeniche; alle feste con Grande Dossologia, Polieleo e Vigilia; nei periodi di ante-festa e post-festa, e alle apodosi delle feste; e per tutto il periodo del Pentecostario.

[60] Le antifone festive si cantano: il 6 gennaio, 6 agosto, 14 settembre, 25 dicembre, alla Domenica delle Palme, tutta la Settimana Luminosa, all’Ascensione del Signore e al giorno di Pentecoste.

[61] Le “Beatitudini” (oppure gli insegnamenti del nostro Signore sulla beatitudine con l’aggiunta dei Tropari di un Canone) costituiscono la terza antifona tipica. Nell’Ottoico, ci sono Tropari “breatitudinali” specialmente composti e stampati. I Tropari prescritti per essere cantati “alle Beatitudini” nel Mineo o nel Triodio sono i Tropari dei Canoni del Mattutino. Se leggiamo, nel Tipico o nelle altre prescrizioni liturgiche, “Beatitudini del tono,” o “Beatitudini del sistema degli otto toni,” questo si riferisce ai Tropari “beatitudinali” nell’Ottoico. Se leggiamo “Beatitudini dalla 3a (o dalla 6a, o dalla 3a e dalla 6a) Ode del santo,” questo si riferisce al Canone nel Mineo. Se leggiamo “Beatitudini della festa,” questo si riferisce ai Tropari dal Canone della festa. Se leggiamo “Beatitudini del Triodio,” questo si riferisce ai Tropari dal Canone del Triodio. “Su 4,” “su 6,” etc., indica quanti Tropari si devono combinare con i versetti delle Beatitudini. Se le direzioni nel Mineo indicano solo canti dalla 3a Ode, allora (nei giorni feriali tranne il sabato), si devono cantare quattro selezioni dall’Ottoico e quattro Tropari dalla 3° Ode del Canone del santo nel Mineo. (Ai sabati le selezioni dal Mineo si cantano prima di quelle dall’Ottoico.) Se le direzioni nel Mineo indicano canti dalla 3a e dalla 6a Ode “(su 8”), allora si devono omettere le selezioni dall’Ottoico.

[62] Le porte sante si aprono per fare il Piccolo Ingresso con il libro dei vangeli dopo la Piccola Lituania e la sua esclamazione, “Poiché tu sei Dio buono…” e rimangono aperte per la letture dal libro dell’Apostolo (di solito, ma non sempre, una delle Epistole) e dal Vangelo.

—Alle Liturgie di san Basilio e di san Giovanni Crisostomo che iniziano con il Vespro le porte sante si aprono per il Piccolo Ingresso al Vespro e si chiudono dopo il canto di “Luce radiosa” e il Prochimeno. Dopo l’ultima Paremia, tuttavia, si aprono durante la Piccola Litania all’esclamazione, “Poiché santo sei tu…” e rimangono aperte anche per le letture dall’Apostolo e dal Vangelo.

[63] Anche se ora, secondo pratiche e usi accettati, il prete, dopo un triplo inchino davanti alla tavola dell’altare, e quindi dando il libro del vangelo al diacono, bacia il libro e la tavola dell’altare prima del Piccolo Ingresso e anche dopo il Piccolo Ingresso, non si trovano simili istruzioni scritte né nel libro dell’officio del prete né nell’Archieratico. Tuttavia, nell’Archieratico c’è l’istruzione per il vescovo di baciare la tavola dell’altare al Piccolo Ingresso: “Entrato all’altare, bacia il trono.”

—In alcuni luoghi, il prete fa due inchini alla cintola con il segno della croce (e mentre fa due inchini, il diacono ne fa tre) poi bacia il bordo della tavola dell’altare assieme al diacono, solleva il vangelo, e lo passa al diacono che, baciando la mano destra del prete, prende il vangelo e, dopo che il prete ha fatto il terzo inchino e il segno della croce, precede il prete al trono alto, dicendo lungo il percorso, “Preghiamo il Signore.” Il prete dice la preghiera dell’ingresso davanti al trono alto, entrambi vi si inchinano, quindi diacono e prete si inchinano l’uno all’altro prima di uscire dalla porta settentrionale a stare di fronte alle porte sante.

[64] A una Divina Liturgia ierarchica, i preti fanno il Piccolo Ingresso a capo coperto; perciò, dice Bulgakov, “l’uso di alcuni, di togliere la propria skufiya o kamilavka per il Piccolo Ingresso a una Divina Liturgia presbiterale, non ha giustificazione.”

—Il vangelo dovrebbe essere sostenuto dalle sole mani del diacono: il solo momento in cui ne appoggia il bordo superiore sul petto, mentre lo sostiene con la sola mano sinistra, è quando esclama, “Benedici, presule, il santo ingresso.” Quindi deve indicare con la mano destra. Quando tiene il vangelo con entrambe le mani, tuttavia, non dovrebbe portarlo troppo in alto, ovvero, in modo che il bordo inferiore del vangelo sia all’altezza delle sue spalle. Quando il diacono fa il segno della croce con il vangelo e intona, “Sapienza, in piedi” (si vedano il libro dell’officio e il Chinovnik), allora può elevare un poco il vangelo. Quanto a un prete che serve senza un diacono, dovrebbe portarlo “sul petto,” ovvero, in modo che si appoggi sul suo petto (Tipico, cap. 2) nello stesso modo in cui ci si aspetta che lo tenga per darlo a baciare (ai confratelli o ai fedeli) al Mattutino, e in modo che il bordo superiore del vangelo non sia più in alto del livello delle sue spalle. Naturalmente, quando deve fare con esso il segno della croce, lo eleva con entrambe le mani.

—Quando i cantori arrivano al penultimo Tropario della Terza Antifona (ovvero, quando le antifone tipiche sono cantate con i Tropari beatitudinali prescritti, al “Gloria.” Quando si cantano le antifone festive, questo vorrebbe dire il canto del Tropario festivo per la penultima volta), questo è l’ordine da seguire quando serve più di un prete: il rettore (o l’altro prete che presiede) fa tre inchini (si veda la nota precedente) davanti alla tavola dell’altare, bacia il vangelo e lo dà al diacono. A questo punto il prete che è secondo per rango gira attorno alla tavola dell’altare e si mette alla sinistra del rettore; entrambi fanno un inchino alla tavola dell’altare e la baciano, quindi girano attorno al lato destro della tavola dell’altare dietro al diacono. Dopo di loro il terzo e il quarto dei preti vanno di fronte alla tavola dell’altare, si inchinano, la baciano, e vanno dietro al rettore, e così via. E così escono dal santuario, l’uno dopo l’altro in ordine di anzianità (mentre i diaconi vanno esattamente al contrario: se ce n’è più di uno, il più giovane va per primo). I preti che stavano sulla destra della tavola dell’altare vanno a stare sulla destra fuori del santuario; quelli che stavano sulla sinistra vanno a stare sulla sinistra, mentre il rettore sta nel centro, rivolto verso le porte sante. La benedizione della mano verso oriente, la pronuncia delle parole prescritte e il bacio del vangelo sono fatti solo dal rettore. Alo stesso modo solo il rettore, entrando nel santuario dopo il diacono, bacia le icone su entrambi i lati delle porte sante. Il rettore benedice pure i ceroferari. In seguito bacia la tavola dell’altare, fa un inchino e sta al proprio posto. Gli altri preti non benedicono, non baciano il vangelo, e mentre entrano nel santuario dopo il rettore, quelli che stavano sulla destra baciano solo la piccola icona del Salvatore, quelli che stavano sulla sinistra baciano solo l’icona della Theotokos, mentre entrano nel santuario. Nel santuario, quando tutti sono al proprio posto, fanno tutti un inchino alla tavola dell’altare, la baciano, e quindi si inchinano al rettore.

— Bulgakov qui nota che “L’uso nei monasteri femminili al tempo del Piccolo Ingesso alla Liturgia di portare il vangelo all’igumena perché lo baci, così come l’uso di magnificarla nelle litanie come “tutta insigne” non ha assolutamente alcuna giustificazione.”

— Si dovrebbe enfatizzare che la benedizione data con la mano al Piccolo Ingresso alla Liturgia e al Vespro è impartita al ceroferario (o ai ceroferari), e non alla congregazione. Nel caso improbabile che non ci sia alcun ceroferario, allora il prete non si volta affatto a occidente prima di passare per le porte sante.

[65] I diaconi che viaggiano in altre diocesi e terre dovrebbero tenere a mente che, fino a tempi piuttosto recenti, si insegnava ai diaconi a intonare questo “Preghiamo il Signore” a voce alta, interrompendo le beatitudini proprio prima dell’ultima: “Gioite ed esultate…” e il coro avrebbe risposto “Kyrie, eleison.” Questo non è il nostro uso.

[66] Entrando nel santuario al Piccolo Ingresso della Liturgia come a quello del Vespro, il prete secondo la pratica stabilita, bacia le piccole icone ai lati delle porte sante e benedice il ceroferario. Prima bacia l’icona sul lato meridionale, e quindi volgendosi a occidente dà la benedizione prescritta, e infine bacia l’icona sul lato settentrionale (ma se sta servendo senza un diacono è meglio porre il vangelo sull’altare prima di baciare le icone e benedire il ceroferario). Dopo avere posto il vangelo sulla tavola dell’altare, il prete e il diacono fanno un inchino e baciano la tavola.

[67] “Venite, adoriamo…” è talvolta chiamato “versetto d’ingresso.” Ma il termine “versetto d’ingresso” si applica più correttamente a quei versetti prescritti per le feste del Signore che il diacono esclama immediatamente dopo “Sapienza, in piedi!” Questi costituiscono talvolta un versetto aggiuntivo della Terza Antifona.

[68] Stabilire l’ordine del canto di Tropari e Contaci alla Divina Liturgia non è sempre semplice, e dipende dall’occasione e dal numero di commemorazioni. Si applicano regole speciali, per esempio, ai periodi di ante-festa e post-festa, e si devono consultare queste regole oppure l’edizione annuale delle rubriche ecclesiastiche. C’è tuttavia una regola generale che può essere usata nella maggior parte dei casi: i Tropari si cantano collettivamente prima dei Contaci. Inoltre, se c’è da cantare un Tropario e un Contacio del Signore o di una delle sue feste, allora il Tropario e il Contacio del Signore si canteranno per primi in entrambi i gruppi. Se c’è un Tropario della Theotokos o di una delle sue feste, sarà cantato dopo il Tropario del Signore, e prima di ogni Tropario di un santo. Il Tropario di un santo si canterà al terzo posto, se ci sono tre Tropari. In una domenica tipica, anche se in quel giorno non c’è alcuna speciale commemorazione della Theotokos (e anche se il tempio non è dedicato a lei), un Tropario/Contacio standard conclude il canto dei Tropari e Contaci. In un tempio del Signore o di un santo, è il Contacio: “Patrocinio irriprovato dei cristiani,” mentre in un tempio dedicato alla Theotokos, è il Contacio del tempio che occupa il posto conclusivo. C’è un’espressione che dice che questo Teotochio “copre” il resto.

[69] Ecco i passi che fa il diacono, giunto a questo punto: lascia il proprio posto alla destra del celebrante, va verso il trono alto, prega, quindi si volta e, dopo aver baciato il lato della tavola dell’altare, si piega con le mani estese e dice: “Benedici, presule… etc.” Dopo che il prete lo benedice, il diacono gli bacia la mano, come fa sempre quando il prete gli porge qualcosa.

[70] Ovvero, in questo caso, l’ultimo dei Contaci.

[71] In America, i preti non esclamano “Signore, salva i pii, e ascoltaci,” se servono senza diaconi; tuttavia, è corretto che lo facciano. Il Santo Sinodo della Chiesa di Russia lo ha chiaramente espresso nel 1997, dettagliando le procedure. Inoltre, secondo Bulgakov, il Pellegrino russo A. N. Muraviev, che era a Costantinopoli il 12 marzo 1850 alla Divina Liturgia della Domenica dell’Ortodossia, celebrata dal patriarca, osservava come il patriarca stesso esclamasse “Signore, salva i pii, e ascoltaci,” dalla cattedra alta, elevando in alto lo sguardo e le braccia.

[72] Il diacono è uscito dal santuario dopo aver baciato la mano del prete, e ha pronunciato, “Signore, salva i pii, e ascoltaci” rivolto, dal centro della solea, all’icona del Signore. Dopo che il prete ha pronunciato l’esclamazione, che termina con “ora e sempre,” il diacono si volta, rivolto ai fedeli. Solleva l’estremità del suo orario, prima verso il kliros destro (meridionale), mentre intona “e nei secoli dei secoli,” e continua in un arco verso tutta la chiesa da sud a nord mentre pronuncia la frase, prolungando l’ultimo “secoli” finché non è rientrato nel santuario dirigendosi verso il trono alto, da dove si segna e si inchina al prete mentre il coro canta “Amen,” e quindi ritorna al suo posto accanto al prete.

[73] Secondo le procedure tramandate, quando il coro canta “Amen” a questo punto, è il segnale perché il lettore lasci il suo posto (che in un monastero si presume essere tra i fratelli nel kliros) e vada nel santuario. Qui fa un inchino a oriente, quindi si volta e si inchina al celebrante come richiesta di benedizione per la lettura che segue. Il celebrante benedice il lettore e pone la sua mano sulla sommità del libro delle letture apostoliche, e il lettore gli bacia la mano. Quindi va al trono alto, e, nella prospettiva di attraversare lo spazio di fronte, si inchina al trono alto, si volta e si inchina al celebrante, quindi procede attraverso la porta settentrionale e va a stare in centro alla navata, aspettando la benedzione di “pace.” Il lettore quando porta il libro lo tiene per il bordo inferiore con la mano sinistra, mentre la cima del libro è appoggiata sulla spalla sinistra, lasciando la mano destra libera di fare il segno della croce. Non apre il libro fino alla fine del suo annuncio del titolo della lettura. Questa pratica presume che il lettore sappia a memoria il Prochimeno. I Prochimeni e Alleluiatici sono stampati al fondo dell’Apostolo (libro ortodosso delle letture apostoliche). Si presume che un lettore sia competente degli aspetti musicali delle intonazioni e, pertanto, sia consapevole delle melodie appropriate (“toni”) di Prochimeni e Alleluiatici in modo che i suoi responsori non solo si armonizzino con quelli del coro o dei fedeli ma anche “diano loro il tono” per il canto appropriato della melodia prescritta. In pratica, comunque, è sul diacono che è venuta a pesare questa responsabilità, ed è lui che “dà il tono” secondo la melodia prescritta, con il suo primo “Stiamo attenti,” anche prima della pace. Un diacono dovrebbe aver imparato tutte le melodie quando era un lettore; per di più, dovrebbe mantenere contatti/legami con il direttore del coro più frequenti di quelli della maggior parte degli altri servitori.

[74] Al posto di Santo Dio… al 6 gennaio, 25 dicembre, Sabato di Lazzaro e grande Sabato, a ogni Liturgia da Pasqua all’Apodosi di Pasqua, e a Pentecoste, “Quanti in Cristo siete stati battezzati, di Cristo vi siete rivestiti, alleluia,” e alla terza domenica della Grande Quaresima e al 14 settembre “Alla tua Croce…”

—La “Preghiera del Trisagio” prescritta si legge nello stesso modo anche quando il Trisagio è rimpiazzato da “Quanti in Cristo” o “Alla tua Croce.” In tali occasioni, il prete, leggendo “l’inno tre volte santo,” deve pensare all’inno che sta rimpiazzando il Trisagio, e deve egli stesso leggere tre volte: “Quanti in Cristo,” o “Alla tua Croce.”

[75] I libri dell’officio della nostra Chiesa Ortodossa in America non sono chiari in questo punto. Sia il Liturgico degli antiocheni che lo Sluzhebnik del Patriarcato di Mosca dicono chiaramente che i celebranti fanno tre inchini dicendo essi stessi il Trisagio. Le volte in cui il clero lo ripete sono le stesse alle celebrazioni sacerdotali e ierarchiche. Si deve sottolineare che queste si fanno separatamente dal coro: il numero totale di ripetizioni della frase sarà pertanto lo stesso a una Divina Liturgia ierarchica.

—I celebranti fanno tre inchini, ripetendo ogni volta, “Santo Dio, Santo Forte, Santo Immortale, abbi misericordia di noi.” Non ripetono il Gloria e il resto.

—Di solito prima di andare al trono alto il prete bacia l’altare, ma non il vangelo, e lo bacia dopo di lui il diacono che serve con lui. Quindi il prete va al trono alto e lo benedice.

—A una concelebrazione, dopo il rettore tutti i preti, dopo aver baciato l’altare, stanno a entrambi i lati del trono alto in ordine di anzianità, ovvero, i più anziani più vicini al rettore.

—Non è appropriato che un prete vada a stare allo stesso trono alto, bensì che si sieda o che stia in piedi a sud di esso. Secondo le decisioni del Grande Concilio di Mosca del 1666-7, se un qualsiasi prete si permette di sedersi sul trono alto (dove è il posto e il seggio del vescovo), allora per tale “disordine” e “trasgressione”, “sarà rimosso dal sacerdozio.”

[76] Da un posto all’altro vi è una certa diversità nelle traduzioni delle parole che introducono la lettura. Gli esempi seguenti sono in ordine di precedenza, il primo il migliore, l’ultimo il meno preferibile: 1) “Lettura dalla lettera del santo apostolo Paolo ai Galati.” 2) “Una lettura dalla lettera del santo apostolo Paolo ai Galati.” 3) “La lettura dalla lettera del santo apostolo Paolo ai Galati.” L’uso dell’articolo “la” crea una falsa implicazione che esista una singola lettura da quella lettera.

—Comunemente, i nostri lettori leggono le letture delle Epistole in un tono ascendente, salendo di semitoni (talvolta di quarti), appropriatamente ripartiti in circa un’ottava (13 semitoni). Se un lettore non sa fare tali distinzioni, e non sa valutare la dimensione di un intervallo, non dovrebbe provare questo metodo, ma piuttosto cercare di leggere in un tono retto sostenuto, senza far salire o scendere la voce per alcuna enfasi tranne che per la conclusione. Ogni lettura che deve essere seguita da un’altra lettura dovrebbe finire con una cadenza leggermente ascendente, quindi discendente. L’ultima (o una sola) lettura si conclude con cadenza crescente (ascendente, discendente, ascendente).

[77] Questo “Pace a te che hai letto”, o “Pace a te” non è rivolto all’intera congregazione riunita, ma solo individualmente al lettore che ha concluso la lettura dall’Apostolo e che sta per continuare leggendo l’Alleuiatico; perciò, la frase (e la risposta, “E con lo spirito tuo”) si dicono a bassa voce, non intonate.

[78] Questo “Sapienza” si intona a voce piena.

[79] Il lettore dovrebbe limitarsi ad annunciare l’Alleluia e il suo tono, e non cantarlo egli stesso. L’abitudine del lettore di dire immediatamente dopo “Sapienza:” “Alleluia! Alleluia! Alleluia!” è sorta in un periodo in cui i versi dell’Alleluia erano caduti in desuetudine. Se ci sono tre versi prescritti, allora il lettore annuncia l’Alleluia e il tono seguiti immediatamente dal primo verso. Quindi il coro inizia a cantare Alleluia. Altrimenti, il coro risponde cantando Alleluia tre volte appena il lettore ha annunciato il tono.

[80] Se il diacono inizia la sua incensazione prima del Vangelo a questo punto, allora deve solo incensare come al solito entro il santuario, inclusi clero e servitori, e quindi, fuori del santuario, l’icona sopra alle porte sante, quindi le icone del Signore e della Theotokos, prima di tornare a incensare il fronte della tavola dell’altare, il trono alto, il prete che sta al proprio posto, e infine restituisce il turibolo.

[81] La pratica accettata è qui differente da quella del libro dell’officio. Il diacono riceve il vangelo dal prete, esce sulla solea, si volta verso oriente e pone il suo orario sula sommità di un analoghio piazzato da un servitore, tiene il libro del vangelo ritto sull’analoghio, piega il capo sul bordo superiore del libro e intona a voce alta: “Benedici, presule….” Quando il prete ha concluso la preghiera, “Dio, per le preghiere…” il diacono sta a testa alta e intona “Amen.” Un altro diacono o il prete (ma non il diacono che sta per leggere il Vangelo) dovrebbe intonare “Sapienza, in piedi, ascoltiamo il santo vangelo.”

[82] Questo “pace”, come quello al lettore dopo la lettura dell’Apostolo, è privato e non si intona a voce alta.

[83] D’abitudine il prete benedice i fedeli elevando il vangelo e facendo con esso il segno della croce verso di loro, prima di riporlo sul tavolo dell’altare.

[84] Anche se le porte dovrebbero essere chiuse a questo punto, molti le lasciano aperte fino all’ “Amen” di questa supplica intensa (e la litania per i defunti, se ne segue una), anche se non v’è giustificazione razionale per farlo.

[85] Quando si intona la petizione per le autorità ecclesiastiche, il prete apre il terzo inferiore dell’antimensio, dove è firmato il nome del vescovo diocesano.

[86] Questa Litania nella pratica più rigorosa non si recita alle domeniche. Ma quando è divenuta una pratica stabilita e dove mai o raramente si celebrano Liturgie quotidiane eccetto che nelle maggiori feste, e dove parimenti non si servono Liturgie memoriali al sabato, non è una grave violazione dell’ordine recitarla alla domenica.

[87] Nelle nostre chiese, la parte superiore dell’antimensio si apre alla petizione: “Riveli loro il vangelo della giustizia,” e non dopo l’esclamazione di questa litania. Al momento dell’esclamazione, il prete solleva la spugna dal riquadro centrale (riquadro “cinque”) dell’antimensio, fa il segno della croce toccando con la spugna il riquadro centrale in alto (riquadro “due”), quindi il riquadro centrale in basso (riquadro “otto”), quindi il riquadro centrale a sinistra (riquadro “quattro”) e infine il riquadro centrale a destra (riquadro “sei”), prima di portare la spugna alle labbra e riporla sul riquadro in alto a destra (riquadro “tre”).

[88] Le esclamazioni diaconali che iniziano con “Quanti siete catecumeni, uscite,” sono condivise tra due o tre diaconi, se serve più di un diacono. Il protodiacono o il primo dei diaconi inizia da dentro il santuario, vicino alle porte sante (chiuse, naturalmente), rivolto verso il secondo diacono: “Quanti siete catecumeni, uscite!” e il diacono al di fuori risponde, e se c’è un altro diacono oltre al primo e quello al di fuori, fa la successiva esclamazione, e il diacono al di fuori conclude, continuando con la prima petizione della prima Litania dei (per i) fedeli.

[89] Se servono due o più diaconi, allora il primo o il protodiacono conclude il dialogo di congedo dei catecumeni con il secondo diacono, riceve la benedizione del prete e fa ora la parte iniziale dell’incensazione dell’Inno cherubico, ovvero, tutta l’incensazione nel santuario.

[90] Il significato di questa litania e della seguente sono fraintesi quasi ovunque a causa del loro nome fuorviante: “Litanie dei fedeli.” Queste non sono litanie “dei” fedeli, ma litanie “per i” fedeli nel senso che sono dette PER loro, non DA loro. Ciò è sottolineato, per così dire, dall’espressione “per i nostri peccati e le ignoranze del popolo.” Non c’è alcuna giustificazione speciale, pertanto, per leggere o cantare queste preghiere ad alta voce, piuttosto che in segreto. Forse l’espressione fuorviante e molto comune “Litania dei fedeli” è derivata dall’intera sezione della Divina Liturgia, chiamata, nelle opere accademiche liturgiche, “Liturgia dei fedeli,” dato che inizia dopo il rinvio dei catecumeni.

[91] Questa esclamazione è abitualmente riservata al primo tra i preti concelebranti, così com’è riservata al vescovi in una funzione ierarchica.

[92] Bulgakov menziona che in molti luoghi quando un prete serve senza un diacono, può leggere la preghiera “Nessuno fra i legati dai desideri…” mentre incensa, e non ha bisogno di attendere di finire la preghiera prima di iniziare l’incensazione.

[93] “Dopo avervi messo l’incenso.” In origine la preghiera era detta dal prete o dal vescovo mentre egli stesso metteva l’incenso nel turibolo. In ogni modo, qui e altrove nelle funzioni, si deve leggere l’intera preghiera, e non solo la frase “ti offriamo l’incenso.”

[94] E secondo la pratica odierna continua a incensare: le porte sante aperte, l’iconostasi, i cori, il popolo, l’icona sopra le porte, l’icona del Signore e l’icona della Theotokos, tornando accanto al prete per la ripetizione dell’Inno cherubico.

[95] “Con inchini,” significa che diacono e prete fanno assieme tre inchini mentre il prete pronuncia “O Dio, purifica noi peccatori (oppure me peccatore).” E quindi entrambi fanno un inchino alla conclusione di ogni lettura dell’Inno Cherubico.

[96] In pratica, il diacono dice il Salmo 50 e, se il tempo lo permette, i Tropari penitenziali, e altre preghiere a sua scelta mentre incensa, piuttosto che in seguito assieme al prete.

[97] In pratica, il diacono bacia il bordo della tavola dell’altare, andandole intorno in senso antiorario di fronte alla protesi, mentre il prete bacia l’antimensio e la tavola dell’altare, quindi si volta e si inchina ai fedeli prima di andare direttamente alla tavola dell’offertorio senza girare attorno alla tavola dell’altare.

[98] Vale a dire, il prete pone l’aer sulla spalla sinistra del diacono, fissando il bordo superiore nel collare del suo sticario.

[99] Sia alla sommità del capo sia al livello della fronte. Il diacono bacia la mano del prete mentre quest’ultimo gli pone il disco e lo tiene con entrambe le mani, tenendo con la destra anche l’orario e possibilmente, soprattutto se non c’è un servitore d’altare, il turibolo.

[100] Porta il calice con entrambe le mani, a un livello tale da poter vedere direttamente i fedeli sopra al bordo. Se non c’è il diacono, porta sia il calice che il disco. La mancanza del diacono non ha alcun effetto su ciò che possono portare gli altri preti concelebranti.

[101] Ai nostri tempi non fanno un “circuito del tempio”, ma procedono assieme davanti all’iconostasi e si mettono di fronte alle porte sante aperte, fianco a fianco, rivolti ai fedeli. I servitori d’altare, andando di fronte a loro, non vanno direttamente al centro del tempio dalla porta diaconale settentrionale, ma guidano il diacono e il prete al centro della solea prima di scendere e di voltarsi verso l’altare. Dovrebbe esserci coordinazione tra clero e cantori, in modo che i cantori non terminino di cantare finché il clero ha raggiunto le proprie posizioni davanti alle porte sante ed è pronto a iniziare le commemorazioni.

[102] Ai nostri tempi, sapendo che il popolo, se incoraggiato, ha grande stima delle commemorazioni al Grande Ingresso, il clero è tentato di introdurvi sempre più commemorazioni, e di rendere ogni commemorazione più lunga possibile. Né i libri dell’officio greci né quelli slavonici contemplano queste cose, ma indicano solo una commemorazione, o: “Il Signore Dio si ricordi nel suo regno di tutti noi cristiani ortodossi…” o “Il Signore Dio si ricordi nel suo regno di voi e di tutti i cristiani ortodossi…” Che tutti i parroci e i preti concelebranti lo tengano a mente ed evitino ripetizioni logorroiche che prolungano insensatamente la Liturgia inserendo, là dove non sono previste, intercessioni ben ripetute altrove nei testi approvati della Liturgia, soprattutto all’anafora!

[103] Cioè, si chiudono simultaneamente alla copertura dei santi doni con l’aer. Non c’è una giustificazione per non chiudere la cortina, così come non c’è una giustificazione per mettere da parte l’aer a questo punto.

[104] Più comunemente il diacono si inginocchia al lato meridionale della tavola dell’altare finché il prete ha sollevato il disco dal suo capo.

[105] Qui è d’aiuto se il diacono stesso toglie l’aer dalla propria spalla, lo tiene steso afferrandolo per i due angoli superiori, e con una mano tiene il turibolo dietro all’aer, in modo che il prete possa prendere l’aer, avvolgerlo velocemente attorno al turibolo aperto e quindi metterlo sul calice e sul disco prima di incensare.

[106] Nel caso in cui un diacono serve ma non si comunica (un diacono può servire a due o più Liturgie in un giorno, ma può comunicarsi solo una volta), questo dialogo è omesso.

[107] Sia i libri dell’officio greci che quelli slavonici ( Hieratika, Sluzhebniki) usano questo dialogo; tuttavia, è diverso dal dialogo nel “Chinovnik” o “Archieratico” slavonico, poiché in quest’ultimo è il diacono che dice al vescovo, “…la potenza dell’Eccelso ti adombrerà.” In alcuni libri dell’officio in America questo testo è stato deliberatamente alterato per allinearlo a quello del Chinovnik, ma senza giustificazione.

[108] Se si serve la Liturgia dopo il Vespro, allora questa prima petizione include le parole “della sera”: “Completiamo la nostra preghiera della sera al Signore.” Allo stesso modo, invece di “che tutto il giorno sia…” il testo dovrebbe essere “che tutta la sera sia…” E così alla fine della Liturgia, “Chiedendo che tutto il giorno sia perfetto,” diviene “Chiedendo che tutta la sera sia perfetta…”

[109] Il titolo completo di questa preghiera è “La preghiera della Proscomidia, dopo che i santi doni sono stati posti sulla santa trapeza.” È un errore mettere questa preghiera alla fine delle petizioni del diacono nella litania, come se l’esclamazione fosse la sua conclusione. Si dovrebbe leggere appena possible, dopo che i doni sono stati posti sull’altare: o dopo la petizione, “Perché siamo liberati…” o, se l’arrangiamento musicale del Cherubico ha una conclusione prolungata, si può leggere anche prima che la litania abbia inizio. Ciò è importante soprattutto in una Liturgia di san Basilio, dato che la preghiera è molto lunga, e decisamente non è una preghiera del popolo, dato che il prete prega che il sacrificio sia offerto “per i nostri peccati e per le ignoranze del popolo,” e che la grazia discenda su “questi doni e su tutto il tuo popolo.”

[110] Bulgakov fa notare, “La pratica di alcuni preti anziani, soprattutto in Zadnieprovskij Malorossia (la Piccola Russia al di là del fiume Dniepr) di dire mentre baciano il disco, il calice e la tavola dell’altare, “Santo Dio,” etc, anche se non è proibita, in senso stretto dovrebbe essere evitata dai preti, dato che è una pratica prescritta solo per i vescovi (come dice il Chinovnik): tali parole non si trovano nel testo del libro dell’officio che il prete deve seguire.”

[111] Durante il canto di “Padre, Figlio e santo Spirito” a una concelebrazione, tutti i preti fanno un triplo inchino davanti alla tavola dell’altare, pronunciando a ciascun inchino, “Ti amerò, Signore, mia forza…,” etc. Quindi il primo celebrante si segna una volta (e non tre volte) e bacia l’aer sopra al disco, sopra al calice e quindi il bordo della tavola dell’altare davanti a lui. Quindi procede sul lato destro della tavola dell’altare, al primo posto a partire dalle porte sante. La stessa cosa è fatta da tutto il resto dei preti, che si susseguono l’uno dopo l’altro in ordine di anzianità, e in questo tempo ogni prete va di fronte alla tavola dell’altare andando in senso antiorario. Quelli che stanno sul lato destro vanno in circolo attorno alla tavola dell’altare e quelli che stanno sul lato sinistro vanno direttamente di fronte alla tavola dell’altare. Dopo aver fatto ciò che è prescritto, il secondo prete va dal lato di fronte all’altare verso il prete che presiede, che gli dice “Cristo è in mezzo a noi.” Il secondo prete dice, “Lo è e lo sarà,” dopo di che si baciano l’un l’altro sulla spalla destra, quindi il secondo prete continua a girare attorno alla tavola dell’altare e si pone alla destra del primo celebrante, al secondo posto a partire dalle porte sante. Esattamente la stessa cosa è fatta da tutto il resto dei preti, ciascuno va dal primo celebrante al prete successivo dopo essersi baciati e scambiati il saluto, e vanno a stare in ordine di anzianità sul lato destro, andando se necessario anche sul lato sinistro della tavola dell’altare. In questo processo, chiunque viene per primo saluta con “Cristo è in mezzo a noi,” e chi viene dopo di lui risponde “Lo è e lo sarà.” Dopo che tutti i preti hanno scambiato il bacio, vanno di nuovo a stare ai loro posti attorno alla tavola dell’altare. Riguardo al bacio reciproco tra i preti prima del Simbolo della Fede, Bulgakov fa notare che il “Visitatore della Chiesa” aveva pubblicato un’istruzione che, sulla base del libro dell’officio, i preti si baciano solo sulla spalla, e non si baciano l’un l’altro la mano, ma a una funzione gerarchica baciano, oltre la spalla, la mano del vescovo.

—Se servono diversi diaconi, ciascuno di loro bacia la croce sul proprio orario, quindi si baciano l’un l’altro sulla spalla, dicendo esattamente le stesse cose che dicono i preti. Con solo due diaconi, questo non avviene dato che uno di loro sta servendo fuori del santuario sull’ambone, mentre l’altro sta servendo nel santuario.

[112] La cortina rimane aperta da questo punto fino all’esclamazione “I doni santi ai santi,” dove è di nuovo chiusa.

[113] Bulgakov fa notare che nell’Arkhieratikon si dice che il Simbolo della fede alla Divina Liturgia è pronunciato dai fedeli in modo pio e ritmico, e da questo si deve capire che è cantato e non recitato. Secondo il “Visitatore della Chiesa” del 1892, nella Chiesa russa la pratica di cantare il Credo alla Liturgia è universale. Il concistoro spirituale della diocesi di Poltava fece la propria decisione speciale che in tutte le parrocchie e chiese domestiche della diocesi alla Divina Liturgia è permesso solo il canto del Simbolo della fede. La lettura prosaica del Credo potrebbe essere permessa solo nel caso dell’istruzione ai fedeli sul suo significato… Ma ciò dovrebbe essere fatto in modo eccezionale e molto accurato. La lettura deve essere in tono misurato di voce. Anche il decano del distretto dovrebbe essere avvisato di un tale evento… La diocesi di Ryazan, nella sua rivista diocesana, dichiarò che il Credo e il Padre Nostro dovrebbero essere cantati nel modo più accurato e distinto possibile, per dare la possibilità a quelli che pregano non solo di ripeterli in chiesa, ma anche di impararli.

[114] D’abitudine l’aer è sollevato alla frase, “e ascese ai cieli.” A una concelebrazione della Divina Liturgia, tutti i preti senza eccezione agitano l’aer sopra ai santi doni, leggendo in segreto il Simbolo della fede. Dopo l’elevazione, i due preti più anziani portano l’aer abbastanza vicino al primo celebrante perché lo possa baciare (ed egli è l’unico a baciarlo), e quindi l’aer è dato al più giovane dei preti, che lo piega e lo ripone o sul lato sinistro della tavola dell’altare oppure sulla tavola dell’offertorio.

[115] Le parole conclusive dell’esclamazione, “La grazia del nostro Signore Gesù Cristo,” sono pronunciate dal prete rivolto al popolo, mentre benedice i fedeli con la mano… Ma durante le esclamazioni seguenti, “In alto teniamo i cuori,” “Rendiamo grazie al Signore,” il prete deve voltarsi verso oriente e non verso i fedeli come fanno alcuni. (“Istruzioni per i preti di villaggio,” 1898) All’esclamazione, “In alto teniamo i cuori,” il prete dovrebbe “elevare non solo le braccia, ma anche il suo cuore, assieme ai suoi pensieri.”(“ Visitatore della Chiesa,” 1897, p. 45)

[116] Bulgakov dice, “in oriente” (e dicendo “in oriente” intende le chiese dell’est, vale a dire, i Patriarcati ecumenici di Costantinopoli, Alessandria, e Gerusalemme), non si suona alcuna campana durante il tempo della Liturgia. Là battono solo il cosiddetto bylo (simandron) o una singola campana prima dell’inizio di una Divina Liturgia e in seguito non la suonano più. Il solo suono che è fatto è quando tutti nel santuario si sono comunicati. A quel punto, un prete batte il calice con il cucchiaio per fare un rumore che indica ai cantori sul kliros che possono smettere di cantare il versetto di comunione. La nostra pratica di suonare la campana al “Degno” è, dice, una peculiarità pedagogica della sola Chiesa russa. La pratica ebbe inizio al tempo del patriarca Ioakim. In quel tempo alla celebrazione della Divina Liturgia suonavano la campana più larga del campanile dopo la consacrazione dei doni e l’esclamazione da parte del prete delle parole, “In ispecie per la tuttasanta…” quando i cantori iniziavano a cantare: “Degno davvero è dir di te beata…” Bulgakov procede a ipotizzare che l’idea di suonare la campana “al Degno,” era applicata a una precedente istanza di un tale canto: dopo “Rendiamo grazie al Signore,” quando i cantori cantano: “DEGNO e gusto è (adorare…)”. Quindi, a suo parere, questa pratica fu mossa indietro nel tempo anticipandola al Credo che la precede, tanto che in alcuni luoghi sorse la pratica di suonare la campana “al Credo.”

Fu questa pratica tardiva, forse degenerata, che fu portata sulle coste americane dai primi preti missionari e direttori di coro. Sembrerebbe che la pratica di suonare “da Degno a Degno” (ovvero, attraverso l’Anafora), come altri, tra cui Nikol’skij, opinano, sia più vicina a qualunque fosse un’intenzione originale a questo proposito: allertare quelli che non sono in chiesa a essere attenti alla Chiesa e a Dio durante i momenti più solenni della Liturgia, anche se non potevano esservi fisicamente presenti.

[117] Quando un prete serve senza un diacono o con un diacono che non partecipa della Santa Comunione, fa egli stesso il segno della croce sul disco con l’asterisco.

[118] La maggior parte dei testi in uso nelle chiese ortodosse in America oggi dice “ Ti offriamo il tuo dal tuo, in tutto e per tutto.” Il vescovo Basil nel suo Liturgicon fa notare che il più antico testo in greco si traduce meglio con “ Avendoti offerto il tuo dal tuo,” oppure “Offrendoti il tuo dal tuo.” Ciò che dice si applica esattamente al testo slavonico in quel punto: «Тебе приносяще» non è una frase dichiarativa attiva, ma una clausola participiale subordinata. Questo rende chiaro come il seguente inno, “A te cantiamo, ti benediciamo,” etc., sia una continuazione di “Avendoti offerto il tuo dal tuo.” Il prete deve pronunciare “A te cantiamo,” etc., egli stesso, così come pronuncia il Trisagio, il Sanctus, il Credo, il Padre Nostro, etc., ovvero, in modo distinto dal canto comune.

—Bulgakov fa notare: “In alcune chiese, non hanno vergogna di far passare una raccolta di offerte a questo punto, in un tempo in cui i fedeli pregano con una speciale compunzione!” Tali pratiche, così come l’inizio della raccolta proprio prima di questo punto, la pausa durante la preghiera, e quindi la ripresa al termine della preghiera, non sono tollerate nella Diocesi dell’Ovest. Se si ritiene appropriato portare raccolte di offerte nel santuario, dovrebbe esservi posto per tale scopo un cestino, che una persona incaricata può raccogliere dopo che la Liturgia è conclusa.

[119] Durante le parole, “questi doni presentati,” il prete che presiede indica disco e calice.

[120] Prima del Tropario dell’Ora Terza, il prete e il diacono fanno tre inchini, dicendo a ciascuno, “O Dio, purifica me peccatore.” Ogni volta che legge il Tropario il prete eleva entrambe le mani, e il diacono eleva l’orario con la mano, e concludono ogni versetto di salmo segnandosi e facendo un inchino.

[121] Alla santificazione dei santi doni, il prete deve pronunciare le parole in modo accurato e distinto, e le parole e il segno della croce devono essere ogni volta sincronizzati: Quando dice, “questo pane” indica a est del disco, “il prezioso,” indica a ovest del disco, “corpo,” indica a nord, e “del tuo Cristo”, a sud. Lo stesso schema è ripetuto sopra al calice. Infine, “Cambiandoli”, a est dei santi doni; “per opera”, a ovest dei santi doni, “del tuo Spirito”, a nord dei santi doni, “santo,” a sud dei santi doni.

[122] Se il prete serve senza diacono, alla santificazione dei santi doni dovrebbe pronunciare l’“Amen” tre volte. La triplice ripetizione dell’Amen serve come espressione della fede che le offerte del pane e del vino, separatamente e insieme, sono divenuti il vero corpo e sangue di Cristo. Il direttore del coro deve essere attento a prolungare il canto di “A te cantiamo, ti benediciamo,” in modo che i fedeli non si sentano tentati di usurpare gli Amen, che, secondo il testo tramandato della Liturgia, non sono mai stati detti dal “popolo”, ma solo dal diacono o dal prete. In quei luoghi dove il direttore del coro, al contario, velocizza il canto di “A te cantiamo, ti benediciamo,” perché il popolo possa usurpare quegli Amen, anche con gran vigore ed entusiasmo, i fedeli sono tentati di credere in un falso insegnamento, vale a dire, che la ripetizione di quegli Amen sia in qualche modo una partecipazione nella consacrazione dei santi doni! Ciò sembra non meno implausibile della vecchia nozione cattolico-romana che la pronuncia delle parole di istituzione provoca la transustanziazione degli elementi!

[123] Riguardo agli inchini profondi o prosternazioni, secondo Bulgakov, alcuni affermano che secondo la pratica della nostra Chiesa alla Liturgia al clero è richiesto di fare tre inchini profondi e mai più di quattro: uno dopo la consacrazione dei santi doni; il secondo al Padre Nostro; il terzo alla lettura di “Condona, rimetti, perdona,” prima di comunicarsi ai santi misteri; e il quarto alle parole, “Ecco, mi avvicino al Re immortale e mio Dio.”. Secondo l’opinione di altri, gli inchini profondi sono richiesti alla consacrazione dei santi doni; al canto del Padre Nostro, e due alla santa comunione. Un terzo gruppo indica inchini profondi del clero in tre punti: prima della consacrazione dei santi doni; prima del Padre Nostro, e alla santa comunione. In altri luoghi, si faceva un inchino profondo appena prima del Tropario dell’Ora Terza, esprimendo le precedenti parole, “…ti chiedamo, e ti preghiamo, e ti supplichiamo…”, da altre parti ancora prima delle parole, “O Dio, purifica me peccatore”, dopo il Padre Nostro. Bulgakov cita una copia di organi ecclesiastici che sostengono che in nessun tempo e in nessun luogo tali inchini profondi, come espressione dei più profondi sentimenti di umiltà e riverenza, sono mai stati proibiti.

[124] Le parole “ In specie per la tuttasanta…” sono dette ad alta voce mentre il prete incensa la parte anteriore della santa mensa. Quindi il diacono incensa solo intorno alla mensa. Bulgakov fa notare che l’uso seguito da alcuni preti nelle parrocchie della Piccola Russia, di non prendere affatto il turibolo, ma di toccare meramente la mano del diacono che tiene il tutibolo mentre lo oscilla tre volte di fonte all’altare, è reminescente di un “formalismo giudaico-farisaico, che permette ogni sorta di bizzarre abbreviazioni al posto del vero culto.”

—Un prete senza diacono incensa solo la parte anteriore della mensa, facendo quietamente le sue commemorazioni.

—Mentre pronuncia le parole, “In specie…” il prete dovrebbe incensare in modo “fervente”, ovvero, nove volte con tre inchini: lo stesso tipo di incensazione prescritta prima di portare i doni dall’altare alla tavola dell’offertorio, con le parole, “Innàlzati…”

[125] Eccetto al grande Giovedì e al grande Sabato, alla Liturgia di san Basilio il Grande invece di “Degno davvero” si canta “O colmata di grazia”. Talvolta, ovvero a tutte le grandi feste del Signore e della Theotokos, anche se cadono di domenica, al grande Giovedì e al grande Sabato, “Degno davvero” è rimpiazzato dalla nona Ode del Canone con il suo ritornello. Si può trovare nel Mineo, nel Triodio, Irmologio e Obikhod, con o senza ritornello. Un inno cantato al posto di “Degno davvero” è di solito chiamato in russo zadostoinik (задостоиник). Il termine sarebbe l’equivalente di “pro-degno”; l’inno si canta secondo le istruzioni del Tipico. Per esempio, si veda il Tipico per l’8 settembre. Tuttavia, nell’Obikhod con Note per la Liturgia, al Sabato di Lazzaro, c’è un’istruzione di cantare l’Irmo della nona Ode del Canone al posto di “Degno davvero”. Ma secondo il Tipico non esiste tale istruzione, come esiste in tutti gli altri casi, dovunque sia prescritto un sostituto di “Degno davvero”. Pertanto, si deve cantare, come al solito, “Degno davvero”. È per altro vero che in quel giorno al Mattutino si canta la nona Ode del Canone al posto del Magnificat, ma questa base non è sempre sufficiente per cantare un sostituto di “Degno davvero” alla Liturgia. Per esempio, al Mattutino del 1 e del 30 gennaio, non cantiamo il Magnificat, ma alla Liturgia cantiamo il solito “Degno davvero”; di converso, quando una festa che ha ritornelli speciali al nono Irmo al posto del Magnificat cade di domenica – quando il proprio della risurrezione non è soppresso, come in tutte le feste della Theotokos che cadono di domenica – allora al Mattutino non rimpiazziamo il Magnificat, ma alla Divina Liturgia cantiamo il nono Irmo con il ritornello, fino all’Apodosi di quella festa. Il sostituto di “Degno davvero” con il suo ritornello può essere cantato per l’intero periodo di 50 giorni della Pentecoste, secondo l’Obikhod del canto Znamennij e del canto greco, ma può essere cantato senza il ritornello secondo il Putevoj Obikhod.

—Bulgakov dichiara che alla Teofania al posto di “Degno davvero” è meglio cantare l’irmo del secondo Canone, seguendo l’Obikhod del santo Sinodo, piuttosto che seguire Bortnianskij e cantare l’irmo del primo Canone.

[126] Con “il santo di cui celebriamo la memoria”, o “di cui facciamo memoria,” intendiamo “il santo di cui è il giorno” alla Proscomidia, vale a dire, il santo il cui nome è elencato nella sezione del calendario del libro dell’officio del prete e nel Tipico, NON in una lista di tutti i possibili santi stampati in questo o quel calendario liturgico onnicomprensivo. Nel Tipico e nella sezione del calendario del libro dell’officio del prete sono elelncanti solo quei santi che hanno effettivamente un officio nel Mineo, attraverso il quale la memoria del santo è di fatto mantenuta o celebrata.

[127] A questa esclamazione, “E rendici degni, sovrano,” il prete non eleva le mani.

[128] Secondo la spiegazione del Patriarca Germano “l’elevazione del preziosissimo corpo simbolizza l’elevazione del nostro Signore sulla Croce e la sua morte su di essa.”

—Non si dovrebbe fare il segno della croce con il santo agnello alle parole, “I doni santi ai santi”. Questo si trova scritto anche nell’Arkhieratikon, dove si dice, “ e il vescovo, preso il santo pane, lo solleva poco più in alto del santo disco, senza fare il segno della croce con esso, e dice:”

—Le parole “I doni santi ai santi,” indicano che sono quelli che sono preparati possono comunicarsi. (Dmitrievskij)

[129] Prima del canto del verso di comunione, una candela accesa si mette di solito davanti alle porte sante chiuse.

—Dopo il verso (o i versi) di comunione, non è proibito cantare irmi, versetti e salmi, ma non si possono introdurre versi composti localmente, né si dovrebbero permettere varianti in stile di concerto operistico.

—Una decisione locale fatta dalla diocesi di Arkhangel stabiliva che dopo il canto del verso (o i versi) di comunione, i salmisti dovevano leggere lentamente e ripetutamente il Credo, il Padre Nostro e i dieci Comandamenti, e il popolo presente doveva ripetere dopo di loro ogni parola, in modo da poterle memorizzare. Poi i salmisti avrebbero spiegato ciò che si era ripetuto.

—A una concelebrazione, dopo aver disposto le porzioni dell’agnello al proprio posto sul disco, come prescritto nel libro dell’officio del prete, e dopo un triplice inchino con la preghiera “O Dio, purifica me peccatore,” il primo prete fa un inchino ai suoi concelebranti al lato destro e sinistro della tavola dell’altare, con le parole “Beneditemi, santi padri,” e questi a loro volta si inchinano al prete che presiede. Quindi il primo celebrante, dicendo, “Ecco, mi avvicino…” fa un inchino profondo, bacia il bordo della tavola dell’altare, prende nella destra una porzione dell’agnello e va alla destra della tavola dell’altare. Il secondo prete, andando attorno alla tavola dell’altare dal lato destro al sinistro e stando al luogo dove era il primo prete, prende una particola, come ha fatto il primo celebrante, e va attorno all’altare, in senso orario, ma non in coda dietro al resto dei preti. Questi, allontanandosi dalla tavola dell’altare, devono fare spazio con pietà a chi porta il santo corpo di Cristo, mentre procede a mettersi al suo posto, a fianco del primo celebrante. I preti non scambiano baci, come è fatto da alcuni, sulla spalla destra con le parole “Cristo è in mezzo a noi” e il resto, perché è una pratica fuori luogo, e non è parte dell’ordine prescritto. Così tutto il resto dei preti in ordine di anzianità dovrebbe andare a ricevere il corpo di Cristo, passando dal lato sinistro alla fronte della tavola dell’altare , e quindi continuare il giro mettendosi in linea con gli altri preti. Il terzo prete sta a fianco del secondo, il quarto a fianco del terzo, e così via attorno alla tavola. Dopo che hanno letto assieme “Credo, Signore, e confesso,” etc., si comunicano al corpo di Cristo. In quel tempo nessuno di loro dovrebbe permettersi di appoggiarsi sulla tavola dell’altare. Dopo la comunione al corpo di tutti i preti, il primo celebrante torna al suo posto davanti alla tavola dell’altare per impartire il santo sangue ai diaconi, che vengono dal lato destro della tavola dell’altare e dopo averlo ricevuto si allontanano dal lato sinistro della tavola dell’altare. Per partecipare al sangue di Cristo, tutti i preti in ordine di anzianità, lo stesso in cui hanno ricevuto il corpo, stanno sul lato destro della tavola dell’altare, fanno un inchino alla cintola, e pronunciano, “Di nuovo, mi avvicino…” Quando si comunicano dovrebbero sempre mettere il bordo superiore del velo sotto il paramento, e non sotto il collare della propria tonaca. Dopo che tutti si sono comunicati, tutti i preti tranne il primo celebrante vanno al tavolo dell’offertorio a ricevere “il fervore” (un pezzo di prosfora e vino mescolato con acqua calda per tergere la bocca). Dopo avere partecipato del sangue di Cristo, il primo celebrante va attorno alla tavola dell’altare e sta sul lato sinistro aspettando finché tutti i preti si sono comunicati. Allora comunica i diaconi con il santo sangue e va al tavolo dell’offertorio. Quando tutti hanno terminato, allora tutti i preti vanno ai propri posti e i diaconi aprono le porte sante. Il primo celebrante, dopo aver baciato il calice lo dà al diacono, che lo porta verso le porte sante, dicendo, “Con timore di Dio…” Il primo celebrante dà la comunione. Ma se ci sono molti comunicanti, anche altri preti possono dare loro la comunione, a turno, dallo stesso calice.

[130] Le porte sante si aprono prima che i doni siano portati fuori, e rimangono aperte fino al completamento della Liturgia.

[131] Il prete bacia il calice mentre lo solleva e lo dà al diacono, così come fa prima di mostrarlo ai fedeli quando lo riporta al tavolo dell’offertorio.

[132] Tutti i laici sono comunicati con il cucchiaio e con la formula “Si comunica il servo (oppure la serva) di Dio (nome) al prezioso e santo corpo e sangue del Signore, e Dio, e Salvatore nostro Gesù Cristo, per la remissione dei suoi peccati e per la vita eterna”. Di solito, agli infanti che non sono ancora stati svezzati si dà solo il sangue. Allo stesso modo, i bambini piccoli che non partecipano ancora al mistero della penitenza (confessione) si possono comunicare con la formula, “Si comunica il figlio (oppure la figlia) di Dio (nome) al prezioso e santo corpo e sangue del Signore, e Dio, e Salvatore nostro Gesù Cristo, per la santificazione dell’anima e del corpo.”

[133] Dal giorno dell’Ascensione fino all’Apodosi di quella festa, si canta il Tropario dell’Ascensione (e si legge all’inizio della Liturgia prima di “Gloria negli eccelsi a Dio”) a questo punto, al posto di “Abbiamo visto la vera luce”. Al sabato della Trinità, tuttavia, non si dovrebbe cantare perché il periodo della festa dell’Ascensione è terminato. Invece, si dovrebbe cantare il Tropario “Tu che nel profondo della sapienza”, oppure il Tropario del tempio.

[134] È preferibile che il diacono prenda il turibolo nella sinistra mentre porta il disco alla tavola dell’offertorio. Non c’è alcuna giustificazione perché il diacono tenga in equilibrio il disco sul capo e incensi i fedeli mentre passa per le porte sante aperte. Le rubriche dicono al diacono unicamente di guardare verso i fedeli, e incensarli a quel punto è un atto completamente insensato e inappropriato. Dopo aver posto il disco sulla tavola dell’offertorio, il diacono può trasferire il turibolo alla mano destra per incensare il prete mentre si avvicina alla tavola dell’offertorio dopo “in ogni tempo, ora e sempre…” e quindi dare il turibolo al prete per incensare i doni, dopo che anche questi sono stati posti sulla tavola dell’offertorio.

[135] Alcuni preti, in ricordo del vangelo in cui Cristo benedice i discepoli, e mentre li benedice e preso di mezzo a loro e portato al cielo, elevano il calice verticalmente e orizzontalmente, facendo il segno della croce in memoria di quella benedizione. Altri non lo fanno. In nessuna circostanza un prete dovrebbe permettersi di posare il calice sul capo dei parrocchiani che a questo punto possono venire alla solea e inginocchiarsi per questo strano scopo.

—Se un prete serve da solo, senza un diacono, fa esattamente la stessa cosa con il calice, ma dopo aver mostrato il calice ai fedeli, ritorna alla tavola dell’altare per prendere il disco e quindi va alla tavola dell’offertorio.

[136] I doni sono coperti con l’aer dopo essere posti sulla tavola dell’offertorio e prima di incensarli.

[137] A questo punto chi porta kamilavka o skufia se la rimette sul capo.

[138] Il prete (a una concelebrazione, il prete che presiede) bacia l’antimensio e la spugna e ripiega l’antimensio (a una concelebrazione, con l’assistenza degli altri preti), prima chiudendo la parte superiore, poi quella inferiore, poi la sinistra e quindi la destra, e il corporale è ripiegato nello stesso ordine.

[139] Da alcune parti, di abitudine, il diacono s’inchina al prete durante la preghiera all’ambone (di solito alle parole, “non abbandonare noi che speriamo in te”) ed entra nel santuario per la porta meridionale e va all’angolo nord-occidentale della santa mensa, dove s’inginocchia e dove il prete può benedirlo e leggere la preghiera prima della consumazione dei santi doni immediatamente al suo rientro nel santuario.

[140] Se non serve un diacono, allora il prete non legge tale preghiera fino a dopo il congedo, al momento in cui consumerà i santi doni.

[141] Dopo aver attentamente consumato i doni e l’intero contenuto del calice, il diacono (o il prete) deve assicurarsi che non resti nel calice la minima particella. Perciò risciacqua il calice (e il cucchiaio) per due volte con un poco di vino, e quindi con una generosa quantità di acqua calda, consumando tutto. Quindi asciuga il calice con la spugna della protesi o con il corporale rosso, pone la spugna nel calice oppure il corporale al di sopra di essa, e quindi rimette in ordine i vasi prima di coprire l’intera tavola dell’offertorio con il corporale largo.

[142] Per lungo tempo non c’è stata l’abitudine di distribuire l’antidoro durante il salmo, mentre il diacono consuma i doni. Nondimeno, è appropriato per il prete rimanere sull’ambone durante il canto del salmo, e anche volgersi verso i fedeli e cantare con loro, quindi benedirli con le parole, “La benedizione del Signore sia su di voi…” prima di rientrare nel santuario per “Gloria a te,” etc.

—Bulgakov indica che i preti non dovrebbero rientrare immediatamente alla tavola dell’altare dopo aver dato la benedizione, ma pronunciare “Gloria a te,” etc., in mezzo alle porte sante e andare alla tavola dell’altare solo per prendere la croce durante il canto del “Kyrie eleison (3), benedici.”

[143] Il prete prende la croce manuale, esce sull’ambone, si segna, pronuncia la benedizione, quindi fa il segno della croce con la croce manuale verso entrambi i cori e il popolo, quindi la bacia e la offre ai fedeli da venerare (baciare). I fedeli devono essere informati che è appropriato baciare l’immagine del Signore ai piedi e non sul volto. Dopo che tutti hanno venerato la croce, il prete benedice nuovamente i fedeli con la croce e la riporta sulla tavola dell’altare e infine si chiudono le porte sante e la cortina.

—Alla terza domenica di Quaresima, il 1 agosto e il 14 settembre, il prete non usa la croce manuale al congedo, poiché una croce è stata posta per venerazione su un analoghio nel centro della chiesa. La stessa cosa si fa tutti i giorni finché si riporta la croce nel santuario. Per il mistero della penitenza, si mette il solo libro dei vangeli, senza la croce, di fronte all’icona non manufatta del Salvatore.

[144] Anche se ci si aspetta che ogni cristiano ortodosso dica individualmente le preghiere di ringraziamento, è divenuto un costume popolare che un lettore le legga ad alta voce dopo la Divina Liturgia.

[145] Ovvero il congedo del giorno: il giovedì, per esempio, “Cristo nostro vero Dio, per le intercessioni della sua purissima Madre, dei santi gloriosi apostoli degni di ogni lode, e del nostro padre tra i santi Nicola, Arcivescovo di Mira in Licia, il taumaturgo, dei nostri venerabili padri teofori e di tutti i santi, abbia misericordia di noi e ci salvi, qual buono e amico degli uomini.”

—I libri dell’officio non prescrivono un “Amen” dopo un congedo, anche se molti cori lo cantano erroneamente dopo tutti i congedi. “Kyrie eleison” (3 volte), oppure “Eis polla eti, despota”, in ogni caso, si cantano senza essere preceduti da “Ame