La coerenza nella fede Quando ciò che crediamo diventa ciò che viviamo

La fede non è soltanto un insieme di verità nelle quali diciamo di credere. È un modo di vivere, di pensare, di scegliere e di entrare in relazione con Dio e con gli altri. Per questo uno degli aspetti più importanti della vita spirituale è la coerenza: la capacità di creare, per quanto umanamente possibile, un’armonia tra ciò che professiamo con le labbra e ciò che testimoniamo attraverso la nostra vita.
Essere coerenti nella fede non significa essere perfetti. Nessun uomo lo è. Significa, piuttosto, essere sinceri davanti a Dio, riconoscere le proprie contraddizioni e non trasformare la religione in una maschera dietro la quale nascondere ciò che realmente siamo. La coerenza cristiana nasce proprio da questa sincerità.
La distanza tra ciò che crediamo e ciò che viviamo
Ogni essere umano conosce una certa distanza tra i propri ideali e la propria vita concreta. Desideriamo essere pazienti, ma ci arrabbiamo. Parliamo di perdono, ma conserviamo rancore. Chiediamo misericordia a Dio, ma talvolta siamo severissimi nel giudicare gli altri. Confessiamo l’amore cristiano e poi possiamo diventare incapaci di ascoltare chi ci sta accanto. Questa contraddizione appartiene alla fragilità della condizione umana.
Il problema spirituale non nasce semplicemente dal fatto di cadere, ma dal momento in cui smettiamo di riconoscere la nostra caduta e cominciamo a giustificarla.
Esiste una grande differenza tra l’uomo che pecca e dice: «Signore, ho sbagliato, aiutami a cambiare», e colui che costruisce continuamente spiegazioni per convincere se stesso e gli altri che ciò che fa è sempre giusto. Nel primo caso esiste ancora uno spazio per la conversione. Nel secondo rischia di nascere l’autoinganno.
L’aspetto psicologico della coerenza
Anche dal punto di vista psicologico, vivere continuamente in contraddizione con ciò che affermiamo di essere può generare una tensione interiore.
Quando una persona proclama determinati valori ma agisce stabilmente in maniera opposta, può sperimentare disagio, senso di colpa, frustrazione o conflitto interiore. Per ridurre questa tensione, l’essere umano può arrivare a modificare la propria interpretazione della realtà, giustificando comportamenti che, in altri momenti, avrebbe riconosciuto come sbagliati.
È uno dei pericoli dell’autoinganno: non cambiamo il nostro comportamento per avvicinarlo ai nostri valori, ma cambiamo progressivamente il modo di giudicare il nostro comportamento per non sentirci più in contraddizione. La sincerità verso se stessi diventa allora fondamentale.
Dire a noi stessi: «Ho sbagliato» non è necessariamente una sconfitta psicologica. Può essere, al contrario, un segno di maturità. Significa essere capaci di guardare la propria vita senza costruire continuamente difese e giustificazioni.
Una religiosità sana non dovrebbe alimentare l’illusione di essere moralmente superiori agli altri. Dovrebbe renderci più consapevoli delle nostre responsabilità, dei nostri limiti e del bisogno di lavorare continuamente su noi stessi.
Cristo e la sincerità del cuore
Nel Vangelo, Cristo manifesta una particolare severità non tanto verso la fragilità dell’uomo, quanto verso l’ipocrisia religiosa. Questo è estremamente significativo.
Cristo incontra peccatori, persone ferite, uomini e donne che hanno commesso errori. Eppure offre loro la possibilità di rialzarsi. Ciò che denuncia con forza è invece quella religiosità che cura l’apparenza dimenticando il cuore. Perché? Perché quando la fede diventa soltanto esteriorità può perdere la sua capacità di trasformare l’uomo.
Possiamo frequentare la chiesa, conoscere le preghiere, osservare digiuni e tradizioni, parlare continuamente di Dio e, nello stesso tempo, conservare nel cuore orgoglio, rancore, invidia, desiderio di dominio o disprezzo verso il prossimo.
Le pratiche religiose rimangono preziose, ma devono condurre verso una trasformazione interiore. La preghiera dovrebbe renderci più capaci di amare. Il digiuno dovrebbe insegnarci il dominio di noi stessi. La confessione dovrebbe educarci alla verità. La Liturgia dovrebbe trasformare il nostro modo di guardare il prossimo. La carità dovrebbe liberarci progressivamente dall’egoismo.
Se tutto questo non avviene immediatamente, non significa che la nostra vita spirituale sia inutile. Significa che il cammino deve continuare.
Coerenza non significa perfezione
Qui è necessaria una distinzione fondamentale. Talvolta confondiamo la coerenza con l’assenza di errori. Ma se fosse così, nessun essere umano potrebbe definirsi coerente.
La coerenza cristiana non consiste nel poter dire: «Non sbaglio mai», ma nell’avere il coraggio di dire: «Quando sbaglio, non voglio chiamare bene ciò che so essere male». È una differenza enorme.
Il cristiano cade e si rialza. Pecca e si pente. Si allontana e ritorna. Conosce momenti di debolezza e momenti di grande forza spirituale. La vita spirituale non è una linea perfettamente retta. La coerenza consiste nella direzione che scegliamo di mantenere.
È come il pellegrino che cammina verso una meta: può inciampare, fermarsi, perfino prendere temporaneamente una strada sbagliata. Ciò che conta è riconoscere nuovamente la direzione e riprendere il cammino.
La sincerità davanti a Dio
Davanti agli uomini possiamo costruire un’immagine di noi stessi. Davanti a Dio questa costruzione perde ogni significato. La preghiera autentica comincia quando smettiamo di recitare una parte.
Dio non ha bisogno della nostra immagine pubblica. Non dobbiamo convincerlo della nostra bontà, della nostra dignità o della nostra innocenza.
Possiamo presentarci davanti a Lui così come siamo. Con la fede e con i dubbi. Con l’amore e con le ferite. Con le virtù e con le debolezze. Con ciò che abbiamo compreso e con ciò che ancora non riusciamo a cambiare. Questa sincerità non allontana da Dio. Al contrario, apre la possibilità dell’incontro.
Nella tradizione spirituale ortodossa il pentimento non è semplicemente il sentimento doloroso della colpa. La metanoia indica un cambiamento della mente, del cuore e della direzione della vita. Per cambiare, però, dobbiamo prima riconoscere sinceramente dove ci troviamo.
Il pericolo della doppia vita
Uno dei pericoli più seri della religiosità è costruire due vite parallele: una religiosa e una quotidiana Nella prima siamo credenti, devoti, rispettosi delle tradizioni.
Nella seconda agiamo come se il Vangelo non avesse alcuna conseguenza sulle nostre decisioni, sui rapporti familiari, sul denaro, sul lavoro, sulla sessualità, sul potere, sul modo di parlare degli altri o sulla capacità di perdonare.bMa il cristianesimo non può essere confinato soltanto dentro le mura della chiesa. La vera domanda spirituale comincia spesso quando usciamo dalla chiesa.
Come tratto la persona che mi ha ferito? Come parlo di chi non è presente? Come utilizzo il potere che possiedo? Come mi comporto con chi non può offrirmi nulla in cambio?
Sono la stessa persona davanti agli altri e quando nessuno mi vede?bÈ qui che la fede incontra la vita.
La coerenza genera credibilità
La coerenza possiede anche una dimensione comunitaria. Una persona può pronunciare parole bellissime su Dio, ma se la sua vita le contraddice continuamente, quelle parole perdono progressivamente forza.
Questo vale in modo particolare per sacerdoti, monaci, vescovi, catechisti e per chiunque abbia una responsabilità nella comunità ecclesiale. L’autorità spirituale non nasce soltanto dal ruolo. Nasce anche dalla testimonianza.
Il fedele percepisce quando incontra una persona autentica. Non necessariamente perfetta, ma autentica. Talvolta una persona che riconosce umilmente un proprio errore può essere spiritualmente più credibile di chi cerca continuamente di apparire irreprensibile. Perché l’umiltà crea fiducia, mentre la perfezione ostentata crea distanza.
La fede come cammino verso l’unità interiore
Dal punto di vista psicologico e spirituale, potremmo dire che la coerenza conduce progressivamente verso una maggiore unità della persona.
Non essere più una persona davanti a Dio, un’altra davanti alla comunità e un’altra ancora nella vita privata. Naturalmente questa unità non si raggiunge in un giorno. È il lavoro di tutta una vita.
La preghiera, l’esame di coscienza, la confessione, il digiuno, la direzione spirituale, la lettura delle Scritture e la partecipazione alla vita sacramentale possono diventare strumenti attraverso i quali impariamo progressivamente a conoscere noi stessi alla luce di Dio. E conoscere se stessi significa anche scoprire qualcosa di scomodo: non siamo sempre ciò che immaginiamo di essere.Ma proprio da questa scoperta può iniziare la vera crescita spirituale.

Non chiedere agli altri ciò che non chiediamo a noi stessi
Esiste infine una forma molto concreta di coerenza cristiana: applicare innanzitutto a noi stessi ciò che chiediamo agli altri.
Se chiediamo perdono, dobbiamo imparare a perdonare.
Se desideriamo essere compresi, dobbiamo cercare di comprendere.
Se chiediamo misericordia, dobbiamo esercitare misericordia.
Se pretendiamo sincerità, dobbiamo essere sinceri.
Se chiediamo rispetto, dobbiamo rispettare.
Se desideriamo che gli altri abbiano pazienza con le nostre debolezze, dobbiamo imparare ad avere pazienza con le loro. È facile trasformare la religione in uno strumento con cui misurare gli altri. Molto più difficile è permettere al Vangelo di diventare lo specchio nel quale guardiamo noi stessi.

Ed è forse proprio qui che comincia la maturità spirituale.
La coerenza nella fede non è perfezione, rigidità o assenza di debolezze. È sincerità del cuore. Significa cercare ogni giorno di diminuire la distanza tra ciò che crediamo, ciò che diciamo e ciò che viviamo. Il cristiano autentico non è colui che non cade mai, ma colui che non trasforma la propria caduta in una verità comoda. È colui che conserva il coraggio di guardarsi dentro, chiedere perdono, correggersi e ricominciare.
Forse una delle preghiere più sincere che possiamo rivolgere a Dio è proprio questa: «Signore, aiutami a non apparire ciò che non sono. Fammi conoscere ciò che realmente sono, dammi il coraggio di riconoscere i miei errori e la forza di diventare, giorno dopo giorno, più vicino a ciò che Tu mi chiami ad essere»
Perché alla fine la fede non si misura soltanto dalle parole che pronunciamo davanti a Dio, ma anche dal modo in cui viviamo davanti agli uomini.
E quando fede, parola e vita cominciano ad incontrarsi, nasce quella coerenza che non ha bisogno di essere proclamata: diventa testimonianza.

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