PERSEGUITATO COME “NON CANONICO”, VENERATO COME SANTO: CHI HA SBAGLIATO?

La vicenda di San Giovanni Maximovich è una delle più eloquenti della storia recente dell’Ortodossia. Per decenni fu guardato con sospetto, accusato, calunniato e ostacolato, considerato scismatico “raskolnik” . Fu consacrato vescovo dalla ROCOR, che in quel periodo non era in comunione con il Patriarcato di Mosca, a causa della tragica situazione provocata dalla persecuzione sovietica. Eppure, oggi proprio il Patriarcato di Mosca lo venera come uno dei suoi Santi più grandi.

Questa realtà pone una domanda scomoda: se oggi è santo, ieri i suoi sacramenti erano validi oppure no? Se Dio lo glorificava già allora, chi aveva ragione: Dio o gli uomini?

La risposta della tradizione ortodossa è chiara.

La canonicità non coincide sempre con le decisioni amministrative di un determinato momento storico. I canoni esistono per custodire la Chiesa, non per distruggere la Chiesa. Nei periodi di persecuzione, di guerra, di occupazione politica o di confusione ecclesiastica, la storia dimostra che la vita della Chiesa non può essere ridotta a una semplice questione burocratica.

I Padri distinguono sempre tra la pienezza della Chiesa e gli errori, le passioni o persino le ingiustizie dei suoi membri. Nessun Sinodo è infallibile in ogni sua decisione disciplinare; infallibile è soltanto Cristo, che guida la Chiesa attraverso lo Spirito Santo.

La validità sacramentale non nasce dal favore di un gruppo ecclesiastico né dall’odio di un altro. Essa nasce dalla successione apostolica, dalla retta fede e dall’opera dello Spirito Santo. Se fosse sufficiente una campagna di accuse per annullare la grazia, allora nessun santo sarebbe sopravvissuto ai propri persecutori.

La storia della Chiesa dimostra esattamente il contrario.

Molti santi furono sospesi a Divinis , deposti, condannati, esiliati e perfino scomunicati da uomini che oggi nessuno ricorda, mentre quei santi sono venerati su tutti gli altari dell’Ortodossia.

Pensiamo a Sant’Atanasio il Grande, esiliato cinque volte; a San Giovanni Crisostomo, deposto da un sinodo; a San Massimo il Confessore, mutilato come eretico; a San Nectario di Egina, perseguitato da confratelli vescovi ed sospeso a Divinis ; e, in tempi moderni, a San Giovanni Maximovich.

La domanda allora cambia. Non è: “Chi aveva il timbro canonico?” La vera domanda è:”Chi manifestava i frutti dello Spirito Santo?” Perché Cristo ha detto: “Li riconoscerete dai loro frutti.” Non dai loro decreti. Non dalle loro campagne diffamatorie. Non dalle loro maggioranze sinodali. Ma dai loro frutti.

Qui nasce una riflessione ancora più dura. Quando una persona usa la “canonicità” come arma per distruggere un fratello, forse non sta difendendo la Chiesa: sta difendendo il proprio orgoglio. Quando la verità diventa pretesto per odiare, la verità è già stata tradita.

Quando i canoni diventano un martello invece che un bisturi, non siamo più davanti allo spirito dei Padri, ma allo spirito del fariseismo. Esiste infatti una differenza enorme tra zelo per la Chiesae fanatismo ecclesiastico. Lo zelo cerca la salvezza dell’altro. Il fanatismo cerca la sua condanna, lo zelo piange, il fanatismo gode. Lo zelo corregge, il fanatismo umilia.

Ed è qui che nasce l’ipocrisia. L’ipocrisia incomincia quando pretendiamo di parlare in nome della Chiesa mentre siamo guidati dall’invidia, dalla rivalità, dalla vendetta o dall’odio personale. Si possono citare tutti i canoni a memoria e, nello stesso tempo, essere lontanissimi dallo spirito dei canoni. I Padri chiamano questo stato prelest’ spirituale: l’illusione di credere di servire Dio mentre si servono le proprie passioni.

San Giovanni Maximovich non fu canonizzato perché apparteneva alla ROCOR. Fu canonizzato perché visse il Vangelo fino in fondo. La sua santità non è stata creata dalla canonizzazione; la canonizzazione ha soltanto riconosciuto ciò che Dio aveva già manifestato. Per questo la sua vita costituisce anche un giudizio silenzioso sulla storia.

Coloro che lo perseguitarono oggi sono ricordati solo dagli storici. Lui è ricordato dalla Chiesa come santo. Questa è forse la lezione più tagliente:

I tribunali ecclesiastici possono sbagliare. Lo Spirito Santo no. La prudenza canonica è necessaria. La successione apostolica è necessaria. L’ordine ecclesiale è necessario. Ma quando la disciplina diventa strumento di odio, quando la canonicità viene usata come un’arma per annientare chi vive santamente, allora non siamo più davanti all’Ortodossia dei Padri, ma davanti al peccato umano travestito da zelo religioso.

La storia di San Giovanni Maximovich insegna che la Chiesa è santa, ma i suoi membri possono essere peccatori; i canoni sono santi, ma chi li applica può essere dominato dalle passioni.

E, alla fine, non sarà l’uomo a giudicare la santità. Sarà Cristo. Ed è Cristo che ha dato l’ultima parola sulla vita di San Giovanni Maximovich.

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