La Vergine Maria occupa un posto speciale nella fede e nella preghiera della Chiesa ortodossa. È chiamata Theotókos, cioè «Madre di Dio», Sempre Vergine e Panaghia, «Tutta Santa». La Chiesa, però, non adora Maria. L’adorazione appartiene soltanto al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. Maria viene venerata perché Dio l’ha scelta come Madre di Gesù Cristo e perché ella ha risposto alla sua chiamata con fede e obbedienza. Onorare Maria significa soprattutto proclamare che Gesù Cristo è veramente Dio diventato uomo.
Per comprendere correttamente la posizione ortodossa è necessario distinguere tra adorazione e venerazione. L’adorazione, in greco latreía, appartiene esclusivamente al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. Nessuna creatura, neppure la più santa, può ricevere l’adorazione dovuta a Dio.
La venerazione è invece l’onore tributato a coloro nei quali la grazia divina ha operato in maniera particolare. La Chiesa venera i santi perché in loro riconosce l’opera di Cristo. Fra tutti i santi, Maria riceve un onore unico perché è la Madre del Signore e perché ha accolto il Verbo di Dio con fede, obbedienza e purezza.
La Chiesa non venera Maria separatamente da Cristo. Al contrario, la onora proprio a causa di Cristo. Ogni autentica venerazione della Madre conduce al Figlio, secondo le sue parole pronunciate alle nozze di Cana: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Giovanni 2,5). Maria non trattiene l’attenzione su di sé, ma orienta continuamente la Chiesa verso il Signore.

La Theotókos, nel disegno della salvezza
La salvezza è interamente opera della grazia di Dio. Nessuna creatura può salvare il mondo con le proprie forze. Tuttavia Dio, nel suo amore, non tratta l’essere umano come uno strumento privo di libertà.
Il Signore chiama la persona a rispondere e a cooperare liberamente con la grazia. Questa cooperazione viene chiamata, nella tradizione ortodossa, sinergia. Il momento dell’Annunciazione manifesta perfettamente questa verità. L’arcangelo Gabriele annuncia a Maria il progetto divino, ma attende la sua risposta. La Vergine dice: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola»(Luca 1,38).
Il suo consenso non è un semplice particolare secondario. Maria offre liberamente a Dio la propria persona, il proprio corpo e l’intera propria esistenza. Per mezzo dello Spirito Santo, il Figlio eterno assume da lei la nostra vera natura umana. Maria non è la fonte della salvezza: la fonte è Dio. Ella è però la serva obbediente attraverso la quale il Salvatore entra nella storia umana. La sua risposta rappresenta anche la risposta che ogni cristiano è chiamato a dare: «Avvenga per me secondo la tua parola».
La Chiesa legge l’Antico Testamento alla luce di Cristo. Alcuni testi sono profezie direttamente messianiche; altri vengono riconosciuti come figure spirituali dell’Incarnazione e della Madre di Dio.
Dopo la caduta, Dio dice al serpente: «Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua discendenza e la sua discendenza» (Genesi 3,15). La discendenza vittoriosa della donna è anzitutto Cristo, che sconfigge il peccato, la morte e il demonio. Maria appartiene a questo mistero perché da lei nasce il Salvatore.
La Chiesa vede così un legame tra Eva e Maria: attraverso Eva entra nella storia la disobbedienza; attraverso l’obbedienza della Vergine viene al mondo Cristo, vincitore della morte.
La profezia della Vergine
Il profeta Isaia annuncia: «Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele»
(Isaia 7,14). Il Vangelo secondo Matteo applica espressamente questa profezia alla nascita di Gesù: «Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta»
(Matteo 1,22). Il nome Emmanuele significa «Dio con noi». La nascita verginale manifesta che la salvezza viene dall’iniziativa divina e che colui che nasce da Maria è veramente il Figlio di Dio.
Il profeta Ezechiele contempla una porta del santuario che rimane chiusa perché attraverso di essa è passato il Signore: «Questa porta rimarrà chiusa: non verrà aperta, nessuno vi passerà, perché vi è passato il Signore, Dio d’Israele» (Ezechiele 44,2).
Il significato storico immediato riguarda il santuario. Nella lettura tipologica dei Padri, la porta chiusa diventa anche immagine della verginità perpetua di Maria: il Signore è entrato nel mondo attraverso di lei, consacrandola completamente a Dio.
L’Arca della nuova Alleanza
L’Arca dell’Alleanza custodiva i segni della presenza di Dio in mezzo a Israele. La Chiesa riconosce nella Vergine la nuova Arca, perché ella ha portato nel proprio grembo non soltanto i simboli della presenza divina, ma il Verbo di Dio incarnato.
Esiste un significativo parallelismo tra il trasferimento dell’Arca raccontato in 2 Samuele 6 e la Visitazione raccontata in Luca 1: Davide domanda: «Come potrà venire da me l’arca del Signore?»; Elisabetta domanda: «A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?»; Davide danza davanti all’Arca; Giovanni esulta nel grembo di Elisabetta; l’Arca rimane tre mesi nella casa di Obed-Edom; Maria rimane circa tre mesi presso Elisabetta. Maria è dunque contemplata come l’Arca vivente che porta Cristo, nuova ed eterna Alleanza tra Dio e l’umanità.
La liturgia ortodossa applica alla Madre di Dio anche altre immagini veterotestamentarie: il roveto ardente che brucia senza consumarsi; la scala di Giacobbe che unisce cielo e terra; il tabernacolo della presenza divina; il vaso contenente la manna; il vello di Gedeone sul quale discende la rugiada; il monte santo dal quale viene la pietra non tagliata da mano umana.
Queste immagini non trasformano Maria in una divinità. Mostrano che il suo grembo è diventato il luogo nel quale il Creatore ha assunto la natura della propria creatura.
La Madre di Dio nel Nuovo Testamento
L’arcangelo Gabriele saluta Maria con parole straordinarie: «Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te» (Luca 1,28). Il saluto angelico non costituisce ancora una preghiera rivolta a Maria, ma rivela l’elezione e la grazia ricevute dalla Vergine. Dio l’ha preparata per una missione unica: diventare la Madre del Messia.
Quando Maria visita Elisabetta, quest’ultima, piena di Spirito Santo, esclama: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?» (Luca 1,42-43).
Elisabetta non parla soltanto per entusiasmo umano: il Vangelo precisa che è piena di Spirito Santo. Il riconoscimento della dignità di Maria appartiene dunque alla testimonianza evangelica. L’espressione «madre del mio Signore» contiene già il nucleo del titolo Theotókos. Maria è madre di Gesù; Gesù è il Signore; perciò Maria è veramente Madre del Signore.
Maria proclama: «D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata» (Luca 1,48). La venerazione ecclesiale della Madre di Dio compie questa profezia. La Chiesa la chiama beata non perché Maria possieda una grandezza indipendente da Dio, ma perché: «Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente» (Luca 1,49).
Il Magnificat è profondamente teocentrico. Maria non glorifica sé stessa, ma proclama: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore» (Luca 1,46-47). Anche Maria ha bisogno della salvezza di Dio. La sua santità non è autonoma: è il frutto più luminoso della grazia divina accolta liberamente.
Le nozze di Cana
Alle nozze di Cana, Maria si accorge della necessità degli sposi e dice a Gesù: «Non hanno vino» (Giovanni 2,3). Ella non ordina a Cristo che cosa debba fare, ma presenta con discrezione una necessità umana. Poi invita i servi all’obbedienza: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Giovanni 2,5).
La Chiesa contempla in questo episodio un’immagine dell’intercessione della Madre di Dio. Maria porta a Cristo le necessità degli uomini e conduce gli uomini all’obbedienza verso Cristo.
Nel momento della Crocifissione, Maria rimane accanto al Figlio. Gesù dice a lei: «Donna, ecco tuo figlio». Poi dice al discepolo amato: «Ecco tua madre» (Giovanni 19,26-27).
Il significato immediato riguarda l’affidamento concreto di Maria al discepolo. La tradizione ecclesiale riconosce anche un significato spirituale: nel discepolo amato, ogni discepolo di Cristo è chiamato ad accogliere la Madre del Signore.
Maria nella comunità apostolica
Dopo l’Ascensione, gli apostoli perseverano nella preghiera: «Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù» (Atti 1,14). Maria non è separata dalla Chiesa. Si trova al suo interno, in comunione con gli apostoli e in attesa della discesa dello Spirito Santo.
Maria come nuova Eva
Il parallelismo tra Eva e Maria è uno dei più antichi insegnamenti mariani della Chiesa. Eva, ancora vergine, ascolta la parola del serpente e disobbedisce a Dio. Maria ascolta la parola dell’angelo e risponde con fede. Eva accoglie una parola di menzogna; Maria accoglie la Parola divina. Dalla disobbedienza viene la morte; dall’obbedienza di Maria nasce Cristo, vincitore della morte.
Questo parallelismo non significa che Maria sia la controparte femminile di Cristo. Il nuovo Adamo è Cristo. È lui che salva e ricapitola in sé l’umanità. Maria è la nuova Eva perché, mediante la fede e l’obbedienza, coopera alla venuta del nuovo Adamo. La sua grandezza consiste nell’essere la prima a mostrare pienamente come la libertà umana possa rispondere alla grazia divina.
Nei primi secoli non troviamo ancora tutte le feste, gli inni e le forme liturgiche che si svilupperanno successivamente. Troviamo però molto presto i fondamenti biblici e teologici della venerazione mariana.
La principale testimonianza del I secolo è costituita dal Nuovo Testamento. In esso incontriamo:
- la concezione verginale di Cristo;
- il saluto dell’arcangelo;
- la proclamazione di Maria come benedetta fra le donne;
- la profezia secondo cui tutte le generazioni la chiameranno beata;
- la sua intercessione a Cana;
- la sua presenza presso la Croce;
- la sua partecipazione alla preghiera della comunità apostolica.
Le fonti conservate non permettono di ricostruire nel I secolo un sistema completo di feste mariane. Tuttavia contengono già tutti gli elementi essenziali della successiva riflessione ecclesiale.
Sant’Ignazio di Antiochia
All’inizio del II secolo, sant’Ignazio di Antiochia difende la realtà dell’Incarnazione contro coloro che consideravano soltanto apparente l’umanità di Cristo. Nella Lettera agli Efesini parla della verginità di Maria, del suo parto e della morte del Signore come di tre grandi misteri compiuti da Dio. Per Ignazio, la nascita da Maria dimostra che Cristo non possiede un corpo apparente. Il Figlio di Dio è entrato realmente nella storia, ha assunto una vera natura umana ed è nato veramente dalla Vergine. La testimonianza su Maria è quindi, fin dalle origini, una testimonianza su Cristo.
San Giustino Martire
Verso la metà del II secolo, san Giustino Martire formula chiaramente il parallelismo Eva–Maria. Nel Dialogo con Trifonescrive che Eva, vergine e incorrotta, accolse la parola del serpente e generò disobbedienza e morte. La Vergine Maria, invece, accolse con fede e gioia l’annuncio dell’arcangelo Gabriele e rispose: «Avvenga per me secondo la tua parola». Attraverso di lei è nato colui che distrugge il serpente e libera dalla morte coloro che credono in lui.
In Giustino troviamo già una vera interpretazione teologica della missione di Maria. La Vergine è inserita nel grande contrasto tra disobbedienza e obbedienza, morte e vita.
Sant’Ireneo di Lione
Sant’Ireneo, alla fine del II secolo, sviluppa ulteriormente il pensiero di Giustino. Nella sua opera Contro le eresieafferma: «Il nodo della disobbedienza di Eva fu sciolto dall’obbedienza di Maria; ciò che la vergine Eva aveva legato con la sua incredulità, la Vergine Maria lo sciolse con la fede». Ireneo chiama Maria anche «causa di salvezza» per sé e per il genere umano.
Questa espressione deve essere compresa correttamente. Maria non è il Salvatore e non redime l’umanità mediante un proprio potere. Cristo soltanto è il Redentore. Maria è «causa di salvezza» in senso subordinato: attraverso il suo libero consenso, il Salvatore ha assunto la nostra umanità ed è entrato nella storia. La salvezza viene da Dio, ma la creatura umana non è esclusa dalla cooperazione con la grazia.
Il Protovangelo di Giacomo
Nella seconda metà del II secolo appare il Protovangelo di Giacomo. Si tratta di un testo apocrifo e non di un libro appartenente alla Sacra Scrittura. Il testo racconta la nascita e l’infanzia di Maria, nomina i suoi genitori Gioacchino e Anna e insiste sulla sua consacrazione e verginità.
Non tutto ciò che viene narrato può essere considerato un fatto storico accertato. Il documento è tuttavia importante perché testimonia il crescente interesse dei cristiani del II secolo verso la santità e la missione della Madre del Signore.
Tertulliano
Tra la fine del II e l’inizio del III secolo, Tertulliano riprende il parallelismo Eva–Maria per difendere la realtà della carne di Cristo. La sua testimonianza mostra anche che non tutte le questioni mariane erano già state formulate in modo uniforme. Tertulliano, infatti, non sembra sostenere chiaramente la verginità perpetua di Maria dopo la nascita di Gesù.
Questo elemento invita alla precisione storica. La dottrina della Chiesa si chiarisce progressivamente attraverso la preghiera, la riflessione teologica, il confronto con le eresie e la testimonianza conciliare.
Clemente di Alessandria
Clemente di Alessandria difende la nascita verginale di Cristo e stabilisce un rapporto simbolico tra Maria e la Chiesa. Maria è vergine e madre: vergine nella sua consacrazione a Dio e madre perché genera Cristo secondo la carne. Anche la Chiesa è vergine nella purezza della fede e madre perché genera spiritualmente i credenti mediante il Battesimo. Questa relazione tra Maria e la Chiesa diventerà molto importante nella teologia patristica.
Origene
Origene commenta ampiamente i racconti evangelici dell’infanzia di Gesù. Conosce le tradizioni riguardanti la verginità perpetua e considera straordinaria la vocazione di Maria.
Egli ricorda anche che la «spada» annunciata dal santo profeta Simeone avrebbe attraversato la sua anima: «E anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Luca 2,35). Maria non viene presentata come una figura estranea alla condizione umana. Ella vive la fede, la sofferenza e la prova. È santificata dalla grazia, ma rimane una creatura salvata da Cristo.
Una delle più antiche preghiere mariane conservate è conosciuta con il titolo latino Sub tuum praesidium. Il testo greco invoca: «Sotto la tua misericordia ci rifugiamo, o Madre di Dio. Non disprezzare le nostre suppliche nelle necessità, ma liberaci dai pericoli, o sola pura e sola benedetta».
Il papiro sul quale è stata conservata la preghiera viene spesso datato al III secolo, anche se la datazione paleografica è discussa e alcuni studiosi propongono il IV secolo. Il documento dimostra comunque che l’invocazione della Madre di Dio è molto antica e precede la piena fioritura della liturgia bizantina.

Dalla Chiesa antica al Concilio di Efeso
A partire dal IV secolo, la devozione alla Madre di Dio diventa maggiormente visibile. Si sviluppano:
- omelie dedicate alla Vergine;
- inni liturgici;
- chiese poste sotto la sua protezione;
- feste mariane;
- rappresentazioni iconografiche;
- una più precisa terminologia cristologica.
Sant’Efrem il Siro canta la purezza e la maternità divina della Vergine. Sant’Atanasio di Alessandria, san Gregorio il Teologo e altri Padri utilizzano e difendono il titolo Theotókos. Il momento decisivo è il terzo Concilio ecumenico, celebrato a Efeso nel 431.
Nestorio, patriarca di Costantinopoli, esitava ad accettare il titolo Theotókos e preferiva chiamare Maria Christotókos, cioè «Madre di Cristo». Dietro la discussione sul titolo mariano si trovava una questione cristologica fondamentale: Gesù Cristo è una sola Persona oppure l’unione di due soggetti distinti? La Chiesa proclamò Maria Theotókos per difendere l’unità della Persona di Cristo. Colui che Maria ha partorito secondo la carne è lo stesso Figlio eterno di Dio.
Maria non è madre della natura divina né origine della divinità. È però veramente Madre di Dio perché il figlio nato da lei non è una persona umana separata dal Verbo: è il Verbo stesso divenuto uomo. Il titolo mariano protegge quindi la fede cristiana nell’Incarnazione.
I principali insegnamenti della Chiesa ortodossa
Questo è il principale insegnamento dogmatico sulla Vergine. Il titolo Theotókos custodisce tre verità inseparabili: Gesù Cristo è veramente Dio; Gesù Cristo è veramente uomo; Gesù Cristo è una sola Persona divina.
Negare che Maria sia Madre di Dio può condurre a dividere Cristo in due soggetti: un uomo nato da Maria e il Figlio di Dio unito successivamente a lui. La Chiesa confessa invece che il Verbo eterno ha assunto dalla Vergine una natura umana completa.
La tradizione ortodossa confessa Maria vergine prima, durante e dopo la nascita di Cristo. La sua verginità non rappresenta un disprezzo del matrimonio o della vita familiare. Il matrimonio è santo e viene benedetto dalla Chiesa. La verginità di Maria esprime piuttosto l’unicità della sua consacrazione e il carattere assolutamente singolare dell’Incarnazione. I «fratelli di Gesù» menzionati nei Vangeli vengono interpretati dalla tradizione come parenti prossimi oppure come figli di Giuseppe nati da un precedente matrimonio.
La Chiesa chiama Maria Panaghia, «Tutta Santa». Ciò significa che la grazia di Dio ha operato in lei in maniera straordinaria e che ella ha risposto fedelmente alla propria vocazione. La sua santità non è una santità indipendente da Dio. Maria stessa chiama Dio «mio Salvatore». Ella appartiene all’umanità redenta da Cristo.
L’Ortodossia non accoglie generalmente la definizione cattolica romana dell’Immacolata Concezione del 1854, perché comprende diversamente la trasmissione del peccato ancestrale. Questo non significa che la Chiesa ortodossa consideri Maria una peccatrice nel senso ordinario. La celebra come purissima e Tutta Santa, riconoscendo nello stesso tempo che anche lei è salvata dalla grazia del Figlio.
La Dormizione della Madre di Dio
La Chiesa ortodossa celebra il 15 agosto la Dormizione della Santissima Madre di Dio. Maria condivide realmente la condizione mortale dell’umanità. La sua morte viene chiamata «dormizione» perché, in Cristo risorto, la morte è diventata un sonno in attesa della vita eterna.
La festa proclama che la Madre della Vita è stata glorificata dal proprio Figlio e partecipa già alla vita del Regno. L’Ortodossia conserva questa fede soprattutto attraverso la liturgia, l’innografia e l’iconografia, senza necessariamente adottare tutte le formulazioni scolastiche sviluppate successivamente in Occidente.
Gli ortodossi chiedono alla Madre di Dio di pregare e intercedere per loro. Questa pratica nasce dalla fede nella comunione dei santi. La morte non separa i membri del Corpo di Cristo. Coloro che vivono in Cristo continuano a pregare e a partecipare alla comunione della Chiesa.
Maria non prende il posto di Cristo. Cristo è l’unico Salvatore e il solo Mediatore della redenzione. L’intercessione di Maria è completamente dipendente da lui.
Quando la Chiesa canta: «Santissima Madre di Dio, salvaci», la parola «salvaci» non significa «redimici mediante il tuo potere». Significa: «Soccorrici, proteggici e intercedi per noi presso tuo Figlio».
Anche la Sacra Scrittura usa il verbo «salvare» in senso subordinato. San Paolo afferma di cercare di «salvare alcuni» attraverso il proprio ministero e invita san Timoteo a perseverare perché così salverà sé stesso e coloro che lo ascoltano. Ciò non trasforma Paolo o Timoteo in redentori accanto a Cristo. Allo stesso modo, la Madre di Dio aiuta la Chiesa mediante la propria preghiera, ma ogni grazia e ogni salvezza provengono dal Signore.
La tradizione ortodossa contempla Maria come immagine personale della Chiesa. Come Maria accoglie il Verbo nel proprio grembo, così la Chiesa accoglie la Parola di Dio e la offre al mondo. Come Maria è vergine e madre, così la Chiesa custodisce integra la fede e genera nuovi figli mediante il Battesimo.
La presenza della Theotokos nella liturgia e nell’iconografia
La Madre di Dio è costantemente ricordata nella preghiera ortodossa. Durante le celebrazioni il sacerdote o il diacono invita il popolo a fare memoria: «Della tuttasanta, purissima, più che benedetta e gloriosa Signora nostra, Madre di Dio e Sempre Vergine Maria». La comunità risponde affidando sé stessa e tutta la propria vita a Cristo Dio.
Gli inni rivolti alla Vergine sono chiamati theotokía. La loro funzione principale è custodire la dottrina dell’Incarnazione. Essi proclamano che colui che non può essere contenuto dall’universo ha accettato di essere contenuto nel grembo della Vergine.
Anche l’icona della Madre di Dio è sempre cristologica. Maria viene normalmente raffigurata insieme al Bambino Gesù. Una mano sostiene il Figlio, mentre l’altra lo indica: questo gesto esprime visivamente la sua missione. Maria indica Cristo come «la Via». Le tre stelle poste sul capo e sulle spalle della Vergine indicano tradizionalmente la sua verginità prima, durante e dopo la nascita del Signore. L’icona non presenta Maria come una dea autonoma. La mostra come la Madre che porta, contempla e indica il Salvatore.
La venerazione della Madre di Dio non è un residuo folkloristico del passato. Possiede una profonda importanza per la vita della Chiesa contemporanea. Ogni volta che la Chiesa chiama Maria Theotókos, confessa che Gesù è veramente Dio incarnato.
In un’epoca nella quale Cristo viene spesso ridotto a maestro morale, profeta o personaggio storico, il titolo «Madre di Dio» continua a proclamare la fede apostolica.
Il Verbo ha assunto una vera natura umana dal corpo della Vergine. Il corpo non è dunque una prigione da disprezzare, ma può diventare tempio dello Spirito Santo. La maternità, la gravidanza e la nascita vengono illuminate dall’Incarnazione. Dio ha voluto entrare nella storia attraverso la realtà concreta di una madre.
Maria non è una divinità irraggiungibile. È una persona umana pienamente aperta all’azione di Dio. In lei la Chiesa contempla ciò che la creatura può diventare mediante la grazia: non assorbita o annullata da Dio, ma trasfigurata e introdotta nella comunione divina.
La festa della Dormizione annuncia che la morte non ha l’ultima parola. La glorificazione della Madre di Dio anticipa la speranza riservata a tutta la Chiesa. Ciò che Cristo ha operato in lei manifesta la destinazione finale dell’umanità redenta: la risurrezione, la comunione con Dio e la vita del Regno.
La Chiesa ortodossa venera la Santissima Vergine Maria perché Dio stesso l’ha scelta come Madre del Verbo incarnato e perché ella ha risposto liberamente alla chiamata divina.
La Chiesa non adora Maria e non la colloca accanto alla Santissima Trinità. L’adorazione appartiene soltanto a Dio. Maria rimane una creatura umana, ma è la creatura che ha ricevuto la vocazione unica di offrire al Figlio di Dio la nostra natura umana. La sua venerazione è fondata sulla Sacra Scrittura, testimoniata dalla riflessione dei primi Padri e confermata dalla vita liturgica della Chiesa.
Sant’Ignazio difende la realtà della nascita di Cristo dalla Vergine. San Giustino presenta Maria come nuova Eva. Sant’Ireneo insegna che la sua obbedienza scioglie il nodo della disobbedienza di Eva. Le antiche preghiere cristiane testimoniano la fiducia nella sua intercessione. Il Concilio di Efeso proclama il titolo Theotókos per custodire la verità sull’unica Persona di Cristo.
Tutta la grandezza della Madre di Dio conduce al Figlio. Maria non oscura Cristo, ma lo manifesta. Non trattiene i fedeli presso di sé, ma ripete alla Chiesa di ogni tempo: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». La sua vita può essere riassunta dalle parole del Magnificat: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore».
Venerare rettamente la Madre di Dio significa, quindi, glorificare il mistero dell’Incarnazione, riconoscere la potenza della grazia e imparare a rispondere alla chiamata divina con la stessa fede: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola».


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