Padre Ghelasie di Frasinei

In appendice all’Ottavo volume della Filocalia  Sfintelor Nevointe ale Desavarsirii( Bucarest, Humanitas, 2002)  – opera straordinaria di introduzione, raccolta, traduzione e commento in nota dei testi greci della Filocalia da parte di padre Dumitru Staniloae – viene tracciata una sintetica storia dell’Esicasmo nell’Ortodossia Rumena (op.cit. pagg. 521- 604).  In questo scritto il grande teologo rumeno sottolinea la grande ingenuità con la quale gli Occidentali cercano di inquadrare l’Ortodossia Rumena, che non è né di tradizione propriamente greca, né tantomeno slava, bensì latina. Tali erano i Valacchi, Romani extra limes, fuori dai confini dell’Impero Romano d’Oriente. Ovviamente questo spiazza molti e il quesito retorico successivo che riporta in nota Staniloae è quale potrebbe mai essere stato o essere tutt’oggi il contributo Rumeno all’Ortodossia. In entrambi gli ambiti, per quanto misconosciuto, l’apporto è enorme.  Daniele l’Esicasta fu maestro di Stefano il Grande e sintetizza il ruolo di resistenza, conservazione, supporto ed incoraggiamento che l’Esicasmo rumeno ha svolto non solo per il Popolo Rumeno, bensì per l’Ortodossia tutta resistendo alle derive nazionalistiche ed occidentalizzanti delle quali rimanevano vittima ora l’area più propriamente slavo-ortodossa, ora quella greca ed ora entrambe. Richiamandosi ad altri serissimi studiosi, Staniloae ricorda il ruolo di resistenza all’Uniatismo svolto da una pletora di skiti, grotte e kellìdi anonimi santi esicasti, dei quali si conserva memoria nella vita del Popolo Rumeno. Questa raccolta, rigorosa e profonda, della presenza della fiamma viva dell’Esicasmo nella vita del Popolo Rumeno è stata condotta dal padre Ioaniachie Balan, al quale padre Staniloae fa riferimento.  Non si può pensare di sintetizzare qui il lavoro su un argomento tanto importante di una personalità tanto elevata, complessa e profonda quale il padre Dumitru Staniloae, ma mi limiterò a prendere qualche spunto per inquadrare la figura spirituale dello ieromonaco di dolcissima memoria Gheorghe Ghelasie, del Monastero di Frasinei.

La presenza viva dell’Esicasmo daco-rumeno, nella storia della Romania, presenta alcune caratteristiche specifiche. Tra queste, l’anonimato, l’intima vicinanza al Popolo a tal punto da essere davvero assimilabile al fermento vivo che permette a tutta la massa di essere predisposta alla trasformazione spirituale della “panificazione” e la sacralità ed il ritualismo trasfiguratrici con la quale essa trasmette i contenuti sapienziali operativi dell’Arte delle arti e  della Liturgia cosmica della Tradizione della Chiesa Ortodossa. L’Esicasmo nell’Ortodossia Rumena conserva le caratteristiche di un ascetismo attenuato: gli Esicasti trascorrevano i giorni feriali in grotte o capanne di legno, in luoghi ritirati per poi unirsi agli altri fedeli durante i giorni di preparazione delle vigilie e delle feste. Andando via, portavano con sé gli alimenti strettamente necessari alla loro sopravvivenza. Figure del tutto anonime, spesso ricordate con indicazioni assai generiche e dei quali si conserva memoria nella toponomastica della Romania, Paese a dir poco straordinario. La loro presenza ravvivava ed informava il vivere quotidiano del Popolo, conferendo spessore e profondità rare all’immenso e stupefacente patrimonio “folcloristico” di una civiltà di una bellezza davvero più unica che rara. 

Nel descrivere le tecniche e gli obiettivi tipici del perfezionamento spirituale perseguito e condotto nell’ambito dell’Esicasmo Rumeno, Staniloae sottolinea giustamente che il loro estraniarsi dal mondo era relativo al dominio delle passioni e che il dominio che ottenevano su queste, che è la vera impassibilità non li rendeva affatto indifferenti, anzi! Nell’Opera del grande teologo rumeno emerge chiaramente come l’esicasta sia tale per amore, per amore delle persone del popolo, per amore dei fratelli, del prossimo… ciascuno secondo il proprio nome, ciascuno conosciuto personalmente, per essere vicino a tutti in tutte le necessità e tormentate vicissitudini di un popolo perennemente in tribolazione per la propria identità e sopravvivenza.

E’ così che padre Gheorghe Ghelasie si riferisce al suo iniziatore all’Esicasmo come il Vecchio dei Capati. Quando lo conobbi, viveva – Ghelasie – in una specie di grossa botte. Arrivato al Monastero Frasinei, mentre i monaci pagavano e rimandavano a casa gli abitanti dei villaggi sottostanti che li aiutavano nei lavori dei campi e ad accudire il bestiame, cercai di incontrarlo subito, ma ci fecero partecipare ai vespri e al refettorio. Dopo, pareva che nessuno si curasse della mia richiesta. Alla fine mi indirizzarono da lui. Incontrai un monaco che mi invitò a fuggire da quel pazzo che volevo incontrare e quando, insistendo, mi diressi verso le celle, si palesò dicendo che era lui stesso colui che cercavo. Gli porsi una lettera di presentazione. Si ritirò nella sua botte, la lesse e ne uscì sorridente.  Gli posi una serie di quesiti e dopo l’ultima risposta gli raccontai – a conferma – il sogno che avevo fatto quella notte stessa, in albergo (io venivo da Timisoara), che aveva preceduto il mio incontro con lui. Lui rientrò nella botte e ne uscì affidandomi quattro suoi libri: La Medicina Esicasta, Ecce Homo, La Preghiera e Il Vecchio dei Carpazi. Mi raccomandò, particolarmente, Ecce Homo. I suoi libri sono tutt’ora inediti in Italiano. Ho un accordo con i suoi discepoli e figli spirituali per tradurli, sottoporre loro la traduzione e trovare un editore in Italia: un mio carissimo amico si è già reso disponibile.

I contenuti sapienziali dell’Opera di Ghelasie sono molto profondi e densi. Il suo linguaggio è molto rigoroso ed improntato ad un fittissimo simbolismo per il quale ogni parola che usa ha una valenza “tecnica”, metafisico-teologica assai specifica, fortemente connotata e potentemente evocativa.  Ad esempio, a proposito della Preghiera si sofferma sull’iconicità del gesto della preghiera, riassunto nelle prostrazioni.  Tale gesto, la prostrazione profonda, è la traccia del movimento stesso di pentimento e conversione che conduce alla metanoia e non può essere separato dalla respirazione che conduce al gesto sacrale interiore della respirazione della persona, che evoca la formazione dell’Immagine divina in noi. In questo modo, ne La Preghiera, Ghelasie conduce all’Invocazione del Nome di Gesù che solleva tutta la Creazione.  Ghelasie afferma chiaramente che per chi non prega in sole non è sorto, non è ancora sorto … non è mai sorto.

Sempre a questo proposito, Ghelasie descrive come “sorprendesse” il suo anziano maestro atto alla soddisfazione delle esigenze più intime… L’ambiguità e il disorientamento che provoca un simile linguaggio è del tutto adeguato, perché in tutta la sua esposizione il corpo ed il creato restano destinatari eletti della partecipazione alla Gloria Divina. Oltre a questo, però, Ghelasie mostra anche come una certa gestualità iconica, un’apparente immobilismo in ben specifiche posizioni del suo maestro divenissero supporti per un movimento interiore che era terapeutico, ma di una terapia “alimentare”, analoga cioè a quella che lui sviluppa in medicina Esicasta. Analogamente a quest’ultima basata sui ritmi, sulle scelte alimentari dell’Ortodossia in Romania e sui piatti tipici o su certe usanze delle quali – sia degli uni che delle altre – dischiude il senso profondo ( il tirare le orecchie ai bambini che vanno corretti, il suggerire ai malati di mangiare col cucchiaino …)  , il nutrimento interiore del quale ci rende partecipe il gesto iconico è la Luce. Questa illuminazione era, in realtà, ciò che Ghelasie riusciva, sorprendendolo spiandolo svelando nella misura del possibile il mistero in cui si immergeva, a intravedere negli stati in cui entrava il Vecchio. 

Ciò, senza la minima esagerazione, non è neppure la milionesima parte che si possa dire della sua Opera.  L’opera di Ghelasie è davvero notevole e particolarmente preziosa.: lo è per la Chiesa Ortodossa tutta, lo è per l’Esicasmo in genere, lo è per la conoscenza dell’Esicasmo daco-rumeno e lo è per me, che da 20 anni rimugino, nutrendomi, il suo straordinario lascito.

Luca Zolli, servo di Dio     

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