2 luglio festa di San Giovanni Maximovich

vi invitiamo alla Divina Liturgia dedicata per la festa del nostro Santo Prottettore San Giovanni Maximovich sabato ore 10:oo .Venerdi 01 luglio alle ore 18:oo cellebreremo il Grande Vespro dedicato per la festa di San Giovanni Maximovich di qui le Sante Relique gli onoriamo nella nostra Chiesa in via san Gregorio 5

st-john-the-wonderworker-11

Vita di san Giovanni, arcivescovo di Shangai e San Francisco 
Infanzia

L’arcivescovo Giovanni nacque il 4 giugno 1896, nel villaggio di Adamovka, provincia di Kharkov, nel sud della Russia. Era un membro della famiglia di piccola nobiltà russa dei Maximovitch, cui era anche appartenuto san Giovanni di Tobolsk. Al battesimo ricevette il nome di Michele e così l’arcangelo Michele divenne il suo protettore celeste. Era un bimbo malaticcio e mangiava poco.

Ricevette l’istruzione secondaria presso la Scuola Militare di Poltava, che frequentò dal 1907 al 1914. Successivamente si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Imperiale di Kharkov, laureandosi nel 1918, prima che fosse confiscata dai Sovietici.

La città dove vladika Giovanni passò i suoi anni di formazione era davvero una città della Santa Russia e il giovane Michele, sensibile alle manifestazioni di santità, trovò in essa il modello della sua vita futura: c’erano due icone miracolose della Madre di Dio, la Oseryanskaya e la Eletskaya, che venivano portate due volte l’anno in processione dai monasteri dov’erano conservate alla cattedrale della Dormizione. Nel monastero della Protezione, in una grotta affrescata sotto l’altare, riposano i resti del santo arcivescovo Melety Leontovitch, che, dopo la sua morte, nel 1841, diedero un aiuto miracoloso ad alcuni che servivano una panikida per lui, sulla sua bara. Già durante la sua vita l’arcivescovo era venerato per il suo severo ascetismo, specialmente per l’impresa ascetica di astenersi dal sonno: era conosciuto per passare intere notti in piedi immobile, a braccia sollevate, immerso in profonda preghiera. Oltre a ciò, predisse con esattezza il giorno e l’ora della propria morte. Si sa che il giovane Maximovitch aveva una venerazione per questo santo gerarca.

Oggi l’arcivescovo Giovanni potrebbe essere considerato simile al sant’uomo di Kharkov per almeno tre aspetti: si sa che non dormì mai in un letto per quarant’anni; conobbe in anticipo la propria morte; e prima della sua glorificazione, nel 1994, le sue reliquie riposarono in una speciale cappella tombale dove quasi ogni giorno venivano cantate panikide e sulla sua bara veniva letto il salterio da coloro che domandavano il suo aiuto. Questo fu un caso unico di trapianto, com’era in effetti, di una parte della Santa Russia nell’America contemporanea.

Mentre studiava all’Università di Kharkov, Vladika passava più tempo a leggere le vite dei santi che a seguire i corsi; nonostante questo era uno studente eccellente. Evidentemente la sua emulazione dei santi era palese già a quell’età, se il vescovo Antonio di Kharkov, una delle grandi figure della Chiesa di quel tempo (più tardi Metropolita Antonio Hrapovitsky, primo Gerarca e fondatore della Chiesa Russa all’Estero) mise un impegno speciale nel cercare di entrare in confidenza con lui e in seguito tenne il giovane vicino a sé e ne guidò la formazione spirituale.

Belgrado

Nel 1921, durante la guerra civile russa, Vladika, insieme con i suoi genitori, i suoi fratelli e la sorella, venne sfollato a Belgrado e cominciò a frequentare l’Università della capitale jugoslava; per vivere lavorava vendendo giornali. Uno dei suoi compagni, che faceva lo stesso, riferì che durante una pausa pranzo doveva correre da un Caffè all’altro e solo con grandi difficoltà riusciva a vendere i giornali, mentre Misha stava semplicemente sul marciapiede e nel giro di pochi minuti i Serbi avevano acquistato tutti i suoi giornali. Alla fine dell’Università, mentre uno dei suoi fratelli si laureò in materie tecniche e divenne ingegnere e l’altro in giurisprudenza ed entrò nella polizia jugoslava, Vladika, nel 1925, prese la laurea in teologia.

Nel 1924 era stato ordinato lettore nella chiesa russa di Belgrado dal Metropolita Antonio, che continuava ad esercitare su di lui una grande influenza; e Vladika, a sua volta, mostrava massimo rispetto e devozione per il suo superiore. Nel 1926 il Metropolita Antonio lo tonsurò monaco e lo ordinò ierodiacono al monastero di Milkov, dandogli il nome di Giovanni, come il suo lontano parente, San Giovanni (Maximovitch) di Tobolsk. Il 21 novembre dello stesso anno, Vladika venne ordinato ieromonaco; la sua ordinazione avvenne così in fretta che non riuscì ad informarne i genitori. L’arcivescovo Gabriele di Cheliabinsk gli disse: «Non preoccuparti, li inviteremo alla tua consacrazione».

La città di Bitol si trova nella diocesi di Ochrida. In quel tempo il vescovo titolare era Nicola Velimirovich, noto predicatore, poeta, scrittore ed ispiratore del movimento religioso popolare. Egli apprezzava ed amava il giovane ieromonaco Giovanni quanto il Metropolita Antonio ed esercitò anch’egli una benevola influenza su di lui. Più di una volta lo si sentì dire «Se vuoi vedere un santo vivente, va’ a Bitol da padre Giovanni». Perché, in effetti, stava diventando chiaro che questi era un uomo del tutto straordinario: furono i suoi studenti al seminario che per primi scoprirono quello che era forse il suo più grande sforzo ascetico. Essi in un primo tempo notarono che egli stava alzato a lungo dopo che ognuno era andato a letto; girava per i dormitori, di notte, sollevava le coperte cadute e copriva gli ignari dormienti, facendo su di loro il segno della Croce. In seguito si scoprì che non dormiva quasi per niente, e mai in un letto, permettendosi soltanto un’ora o due per notte di scomodo riposo da seduto o piegato sul pavimento, in preghiera davanti alle icone. Anni dopo ammise lui stesso che da quando aveva preso i voti monastici non aveva mai dormito in un letto. Una simile pratica ascetica è molto rara, sebbene non sconosciuta alla tradizione ortodossa.

A questo proposito, la badessa Teodora, superiore del monastero di Lesna, in Francia, raccontò che una volta, mentre Vladika stava visitando il convento, gli fece male una gamba e venne chiamato un dottore, che consigliò riposo a letto. Vladika lo ringraziò per la sollecitudine, ma rifiutò di distendersi e nulla poteva persuaderlo. «Allora», raccontò la badessa « – io stessa non so perché fossi così audace – gli dissi schiettamente: “Vladika, come badessa di questo convento, per il potere conferitomi da Dio, le ordino di sdraiarsi”. Vladika mi guardò con sorpresa, venne e si sdraiò. La mattina dopo, tuttavia, era in chiesa per il mattutino e quella fu la fine della cura».

L’arcivescovo Averky del monastero della Santa Trinità di Jordanville, all’epoca giovane ieromonaco nella Russia carpatica, testimoniò della profonda impressione che lo ieromonaco Giovanni faceva agli studenti del seminario. Quando essi tornavano a casa per le vacanze, parlavano del loro straordinario maestro che pregava costantemente, serviva la Divina Liturgia o almeno riceveva la Santa Comunione ogni giorno, digiunava strettamente, non dormiva mai coricato e con vero amore paterno li ispirava con gli alti ideali del Cristianesimo e della Santa Russia.

Nel 1934 si decise di elevare lo ieromonaco Giovanni al rango di vescovo. Per quanto riguarda Vladika, nulla era così lontano dai suoi pensieri. Una donna che lo conosceva, riferì di averlo incontrato in quel periodo su un tram di Belgrado; egli le disse di essere in città per errore, essendo stato mandato al posto di un altro ieromonaco Giovanni che doveva essere consacrato vescovo! Quand’ella lo vide il giorno seguente la informò del fatto che la situazione era in realtà peggiore di quanto avesse pensato: era lui che volevano consacrare vescovo! Quando ebbe protestato che questo era fuori discussione, perché aveva difetti nel parlare e non riusciva ad enunciare chiaramente le frasi, gli venne risposto soltanto che anche il profeta Mosé aveva la stessa difficoltà.

La consacrazione ebbe luogo il 28 maggio 1934. Vladika fu l’ultimo di molti vescovi ad essere consacrato dal Metropolita Antonio e la straordinaria stima che il venerabile gerarca aveva per il nuovo vescovo risulta evidente da una lettera che inviò all’arcivescovo Dimitry nel lontano Oriente. Declinando l’invito fattogli, di ritirarsi in Cina, scriveva: «Caro amico! Sono molto vecchio e incapace a viaggiare, ormai… Ma al mio posto, come mia anima, mio cuore, ti manderò il vescovo Giovanni. Questo piccolo, fragile uomo, che sembra quasi un bambino, è attualmente un miracolo di fermezza e rigore ascetico nel nostro tempo di totale indebolimento spirituale». Vladika venne dunque assegnato alla diocesi di Shangai, in Cina.

Shangai 
Vladika arrivò a Shangai a fine novembre, per la festa dell’Ingresso della Madre di Dio al Tempio e trovò un’ampia cattedrale in costruzione e un conflitto giurisdizionale da risolvere. La prima cosa che fece fu ripristinare l’unità della Chiesa: stabilì contatti con Serbi, Greci e Ucraini. Mise un’attenzione speciale all’educazione religiosa e si impose come regola di essere presente agli esami orali delle classi di catechismo in tutte le scuole ortodosse di Shangai. Nello stesso tempo diventò il protettore di varie associazioni caritatevoli e filantropiche e partecipò attivamente al loro lavoro, specialmente dopo aver visto le circostanze di bisogno in cui si trovava la maggior parte del suo gregge di rifugiati dall’Unione Sovietica. Non andò mai a prendere il tè dai ricchi, ma fu sempre visto dove c’era bisogno, senza riguardo per l’ora o le condizioni atmosferiche. Organizzò una casa per bambini e figli di genitori in difficoltà, affidandola alla protezione celeste di un santo che egli venerava profondamente, San Tikhon di Zadonsk, che amava i bambini. Vladika stesso raccoglieva bambini ammalati ed affamati dalle strade e dai vicoli bui dei sobborghi di Shangai. Iniziato con otto bambini, più tardi l’orfanotrofio ne ospitò più di cento contemporaneamente e circa millecinquecento in tutto. Quando vennero i Comunisti, Vladika fece evacuare l’intero orfanotrofio prima su un’isola delle Filippine e successivamente in America.

Presto al suo nuovo gregge divenne chiaro che Vladika era un grande asceta. Il nocciolo del suo ascetismo erano la preghiera e il digiuno: mangiava solo una volta al giorno, intorno alle undici di sera; durante la prima e l’ultima settimana di Quaresima non mangiava per nulla e nelle altre settimane, come durante il digiuno di Avvento, mangiava solo l’antidoro dall’altare. Di solito passava le sue notti in preghiera e quando, infine, diventava esausto, appoggiava la testa sul pavimento e rubava poche ore di sonno intorno all’alba. Al momento di servire il Mattutino, si sarebbe bussato invano alla porta: Vladika era rannicchiato a terra, nell’angolo delle icone, sopraffatto dal sonno. Tuttavia, ad un minimo tocco, egli balzava in piedi e in pochi minuti arrivava in chiesa per il rito, con dell’acqua fredda che colava dalla barba, ma sufficientemente sveglio.

Vladika officiava in cattedrale ogni mattina e ogni sera, anche quand’era malato. Celebrava la Divina Liturgia ogni giorno e lo avrebbe fatto per il resto della sua vita; e se per qualche motivo non avesse potuto servire, tuttavia avrebbe almeno ricevuto i Santi Doni. Non importa dove fosse, non sarebbe mancato ad un rito. Una volta, secondo un testimone, «la gamba di Vladika era terribilmente gonfia e il conciliabolo dei dottori, temendo una cancrena, prescrisse l’ospedalizzazione immediata, che Vladika rifiutò categoricamente. Allora i dottori russi informarono il consiglio parrocchiale che essi si consideravano svincolati da qualsiasi responsabilità per la salute e, al limite, anche la vita del paziente. I membri del consiglio, dopo aver lungamente implorato misericordia e minacciato di portarlo a forza, costrinsero Vladika ad acconsentire; fu pertanto mandato all’ospedale russo la mattina del giorno precedente la festa dell’Esaltazione della Santa Croce. Alle sei in punto, tuttavia, Vladika venne a piedi, zoppicando, in cattedrale e servì la Liturgia. In un giorno tutto il gonfiore passò».

La costante attenzione di Vladika per la mortificazione di sé aveva le sue radici nel timore di Dio, che egli possedeva secondo la tradizione della Chiesa antica e della Santa Russia. Il seguente incidente, riportato da O. Skpichenko e confermato da molti che si trovavano allora a Shangai, illustra bene la sua audace, incrollabile fede in Cristo: «La signora Menshikova venne morsa da un cane rabbioso. Non avendo avuto cura o avendone avuta poca nel farsi fare le iniezioni antirabbiche, ella cadde preda di questa terribile malattia. Il vescovo Giovanni lo seppe e venne a visitare la donna morente. Le diede i Santi Doni, ma proprio in quel momento ella cominciò ad avere uno degli attacchi del male, con schiuma alla bocca e contemporaneamente sputò quanto aveva appena ricevuto. Il Santo Sacramento non può essere gettato via e perciò Vladika lo prese e ingerì quello che la donna aveva vomitato. Quelli che erano con lui esclamarono: “Vladika, cosa sta facendo? La rabbia è estremamente contagiosa!” Ma egli rispose con tranquillità: “Non succederà nulla: questi sono i Santi Doni”. E in effetti, non accadde nulla».

Oggi è risaputo che Vladika non solo era un uomo giusto e un asceta, ma era anche così vicino a Dio da essere dotato del dono della chiaroveggenza e ci furono guarigioni in conseguenza alle sue preghiere. Colpisce un resoconto di una testimone oculare, Linda Liu, che dà prova dell’elevatezza spirituale di Vladika: «Vladika venne ad Hong Kong due volte. È strano, ma sebbene io allora non lo conoscessi, gli scrissi una lettera chiedendogli di aiutare una vedova e i suoi bambini e gli chiesi anche di alcune personali questioni spirituali, ma non ricevetti mai una risposta. Passò un anno. Vladika venne ad Hong Kong ed io ero tra la folla che si era radunata per incontrarlo in chiesa. Vladika si girò verso di me e disse: “Sei tu che mi hai scritto una lettera!” Io ero stupefatta, perché non mi aveva mai visto prima».

Ecco un’altra testimonianza: «Venne cantato un molieben, dopo il quale Vladika, stando davanti ad un leggio, stava tenendo un sermone. Io ero vicina a mia madre ed entrambe vedemmo una luce che circondava Vladika fino al leggio – un alone intorno a lui esteso circa un piede. Tutto questo durò per un tempo piuttosto lungo. Quando il sermone fu terminato, io, colpita da un simile fenomeno inusuale, riferii ciò che avevamo visto ad un amico, che ci rispose: “Sì, molti fedeli l’hanno visto”. Lo vide anche mio marito, che era un po’ più lontano».

Un evento simile avvenne nel 1939, quando una parrocchiana cominciò a perdere la sua fede a causa delle numerose tribolazioni che le erano accadute. Una volta, mentre entrava in chiesa durante la Liturgia servita da Vladika, ella testimoniò che durante la consacrazione dei Santi Doni una piccola fiamma della forma di un tulipano era discesa nel calice. Dopo questo miracolo la sua fede ritornò ed ella cominciò a pentirsi per la sua debolezza.

Vladika visitava le prigioni e celebrava la Divina Liturgia per i condannati. In un caso, a Shangai, gli venne richiesto di portare la comunione ad un moribondo in un ospedale russo. Questa volta prese un altro sacerdote con sé. Al suo arrivo individuò un giovane socievole, di circa vent’anni, che suonava un’armonica. Questo ragazzo avrebbe dovuto essere dimesso il giorno successivo. Vladika Giovanni lo chiamò e gli disse: «Voglio darti subito la comunione». Il giovane immediatamente confessò i suoi peccati e ricevette i Santi Doni. Il sacerdote stupefatto gli chiese perché non andasse dall’uomo morente e invece perdesse tempo con un giovane evidentemente sano. Vladika rispose: «Questi morirà stanotte, mentre l’altro, che è seriamente ammalato, vivrà ancora molti anni». Successe proprio come aveva previsto.
Vladika amava visitare gli ammalati e lo faceva ogni giorno, ascoltando le confessioni e portando i Santi Doni. Se la condizione di un paziente diventava critica, Vladika sarebbe andato da lui a qualsiasi ora del giorno o della notte per pregare a fianco del suo letto. Ecco un indubbio miracolo tra i molti che fecero le sue preghiere; fu registrato e inserito negli archivi del County Hospital di Shangai: L.D. Sadkovskaya era molto amante della corsa a cavallo. Una volta venne disarcionata, batté la testa su una roccia e perse conoscenza. Venne portata all’ospedale priva di conoscenza. Un conciliabolo di dottori fu d’accordo nel ritenere che la sua situazione fosse senza speranza e che non c’erano probabilità di sopravvivenza fino al mattino. Il battito era quasi cessato; il cranio era fratturato in più parti, al punto che piccoli frammenti premevano sul cervello. In simili condizioni sarebbe morta sul tavolo operatorio. E anche se il suo cuore avesse sopportato l’operazione e questa fosse andata a buon fine, sarebbe comunque rimasta sorda, muta e cieca.

Sua sorella, dopo aver sentito questo, corse disperata dal vescovo Giovanni e lo pregò di salvarla. Vladika acconsentì. Venne all’ospedale e chiese a tutti di lasciare la stanza, rimanendo in preghiera per due ore circa. Poi chiamò il primario e gli chiese di riesaminarla. Con sua grande sorpresa il battito era regolare! Il medico fu d’accordo nell’eseguire immediatamente l’operazione, ma soltanto alla presenza del vescovo Giovanni. L’intervento riuscì e i dottori furono stupiti quando, subito dopo, la paziente riacquistò conoscenza e chiese da bere. Presto venne dimessa dall’ospedale e visse per molti anni una vita normale.

Vladika visitava anche le prigioni e celebrava la Divina Liturgia per i condannati su un primitivo piccolo tavolo. Ma l’impegno più gravoso per un pastore è visitare gli infermi di mente e gli indemoniati – e Vladika acutamente li distingueva. Fuori Shangai c’era un manicomio e solo Vladika aveva la forza spirituale di visitare queste persone terribilmente malate. Egli dava loro i Santi Doni ed essi, sorprendentemente, li ricevevano pacificamente e lo ascoltavano. Aspettavano sempre la sua visita e lo incontravano con gioia.

Vladika possedeva anche un grande coraggio. Durante l’occupazione giapponese le autorità occupanti tentarono in ogni modo di piegare la colonia russa al proprio volere. Pressioni vennero esercitate sui capi del Comitato degli Emigrati Russi. Due presidenti di questo Comitato si sforzarono di conservare la loro indipendenza e come conseguenza vennero entrambi assassinati. Confusione e terrore afferrarono la colonia russa e in quel momento, Vladika Giovanni, nonostante fosse stato messo in guardia da parte dei Russi che stavano collaborando con i Giapponesi, si dichiarò temporaneamente capo della colonia.

Durante l’occupazione giapponese era estremamente pericoloso camminare per le strade di notte e molte persone cercavano di essere a casa con il buio. Vladika invece, senza prestare attenzione al pericolo, continuò a visitare ammalati e bisognosi ad ogni ora della notte e non venne mai toccato.

A Shangai un’insegnante di dizione, Anna Petrovna Lushinkova, gli insegnò il modo corretto di respirazione e di pronuncia delle parole, con questo aiutandolo ad ottenere una migliore dizione. Alla fine di ciascuna lezione Vladika le pagava 20 dollari. Nel 1945, durante la guerra, ella venne gravemente ferita e le capitò di trovarsi in un ospedale in Francia. In una notte terribile di tempesta, sentendo che avrebbe potuto morire, Anna Petrovna cominciò a domandare alle infermiere di chiamare Vladika Giovanni, che era in Francia, in modo che potesse darle la Santa Comunione. Le infermiere rifiutarono, poiché l’ospedale aveva le porte serrate durante la notte, a causa delle condizioni di guerra. Anna Petrovna era fuori di sé e continuava a chiamare Vladika. Improvvisamente, intorno alle undici di sera, Vladika apparve nel reparto. Incapace di credere ai suoi occhi Anna Petrovna gli chiese se fosse un sogno o se davvero egli fosse venuto fin da lei. Vladika sorrise, pregò e le amministrò i Santi Doni. Dopo di ciò ella si calmò e cadde addormentata. La mattina dopo si sentì guarita. Nessuno credette che Vladika l’avesse visitata, poiché le porte dell’ospedale erano saldamente serrate. Tuttavia, la sua vicina di stanza comprovò il fatto, affermando di avere anche lei visto Vladika. La più grande sorpresa fu che sotto il cuscino di Anna Petrovna venne trovata una banconota da 20 dollari. In questo modo Vladika lasciò un’evidenza materiale della sua visita.

Un ex chierichetto di Vladika a Shangai ed oggi arciprete, Geoge Larin, riferisce: «Malgrado la severità di Vladika, i giovani chierichetti lo amavano moltissimo. Per me Vladika fu sempre un ideale che desideravo emulare in ogni modo. Così, durante la Quaresima, smisi di dormire nel letto e giacevo sul pavimento, smisi di mangiare il pasto usuale della mia famiglia, ma consumavo pane e acqua in solitudine… I miei genitori si preoccuparono e mi portarono da Vladika. Ascoltandoli fino in fondo, egli chiese alla guardia di andare al negozio e portare una salsiccia. Alle mie grida in lacrime che non volevo rompere il digiuno di Quaresima, il saggio prelato mi ammonì di mangiare la salsiccia e di ricordarmi sempre che l’obbedienza ai genitori era più importante delle realizzazioni personali. «Come devo fare allora, Vladika?», chiesi, desiderando incarichi cui applicarmi in modo speciale. «Va’ in chiesa come hai sempre fatto e a casa fa’ ciò che mamma e papà ti richiedono». Mi ricordo quanto fossi addolorato che Vladika non mi avesse assegnato alcun compito speciale.

Con l’arrivo dei Comunisti, i Russi in Cina furono costretti ancora una volta ad emigrare, la maggior parte di essi attraverso le Filippine. Nel 1949, circa 5000 rifugiati provenienti dalla terraferma cinese vivevano in un campo dell’Organizzazione Internazionale per i Rifugiati sull’isola di Tubabao. Essa si trovava sulla strada dei tifoni stagionali che soffiavano in quella parte di Pacifico. Nei 27 mesi di occupazione del campo, tuttavia, venne minacciata solo una volta da un tifone, il quale cambiò direzione e la evitò.

Quando il timore dei tifoni venne manifestato da un russo ai Filippini, essi replicarono che non c’era motivo di aver timore, perché «il vostro sant’uomo benedice il vostro campo dalle quattro direzioni, ogni notte». Essi riferirono questa frase a Vladika Giovanni, perché nessun tifone colpì l’sola mentre lui era là. Quando il campo era stato quasi interamente evacuato e le persone reinsediate altrove (per lo più negli USA o in Australia), venne colpito da un terribile tifone che lo distrusse interamente.

Parigi
Vladika stesso andò a Washington D.C. per condurre la propria gente in America. Le legislazione venne modificata e praticamente l’intero campo venne a New York, ancora una volta grazie a lui. Terminato l’esodo del suo gregge dalla Cina, nel 1951 all’arcivescovo Giovanni venne affidato un nuovo compito per il suo zelo pastorale: venne infatti inviato dal Sinodo dei Vescovi all’Arcidiocesi dell’Europa Occidentale, con sede prima a Parigi e poi a Bruxelles. Divenne pertanto uno dei gerarchi di rilievo della Chiesa Russa all’Estero, la cui partecipazione veniva frequentemente richiesta alle sessioni del Sinodo a New York.
In Europa occidentale Vladika prese ad interessarsi profondamente non solo della diaspora russa, per la quale si impegnava instancabilmente in opere simili a quelle grazie alle quali era stato noto a Shangai, ma anche degli abitanti locali. Ricevette sotto la sua giurisdizione le locali chiese ortodosse francesi e olandesi, proteggendole ed incoraggiando il loro sviluppo ortodosso. Celebrava la divina liturgia in francese ed olandese, così come prima aveva fatto in greco e cinese e come più tardi farà in inglese.
L’interesse e la devozione di Vladika per i Santi della Chiesa, che già prima sembrava conoscere in modo illimitato, si estese ora ai Santi dell’Europa occidentale che risalissero a prima dello scisma della chiesa latina, molti dei quali, venerati solo localmente, non erano inclusi in alcun calendario ortodosso. Egli raccolse le loro vite ed immagini e più tardi ne sottomise un’ampia lista al Sinodo.
Di questo periodo della presenza di Vladika in Europa occidentale la signora E.G. Chertkova ricorda: «In più occasioni visitai Vladika quando viveva nel palazzo del Corpo dei Cadetti, vicino a Parigi. Aveva una piccola cella all’ultimo piano. In essa c’erano un tavolo, una poltrona, varie sedie e, in un angolo, icone e un leggio con dei libri. Non c’erano letti, dal momento che Vladika non si stendeva a dormire, ma pregava appoggiandosi ad un alto bastone con una traversa sulla cima. A volte pregava inginocchiato; più spesso, quando si prostrava, cadeva addormentato in quella posizione sul pavimento per un poco. Ecco come stancava il suo corpo! Alle volte, durante le nostre conversazioni, mi sembrava che sonnecchiasse. Ma quando mi fermavo, egli mi diceva immediatamente: “Continuate, vi ascolto”.
Poiché da tempo la nostra chiesa non aveva un prete stabile, una volta venne un prete da un’altra parrocchia per celebrare i Vespri. L’intera funzione durò solo quarantacinque minuti (di solito dura due ore e mezzo)! Eravamo orripilati! Così tante parti dei Vespri vennero saltate, che decidemmo di riferirlo a Vladika. Speravamo che avrebbe indotto il prete a seguire l’ordine stabilito delle funzioni. Ma egli ci rispose cordialmente: “Com’è difficile accontentare le persone! Io celebro troppo a lungo e lui troppo poco!” Con una simile gentilezza e docilità ci insegnava a non giudicare».
La reputazione di santità di Vladika si diffuse anche fra i non ortodossi. In una delle chiese cattoliche di Parigi un prete si sforzò di ispirare i suoi giovani con queste parole: «Voi domandate prove, dite che oggi non ci sono più né miracoli, né santi. Perché devo darvi delle prove teoriche, se oggi cammina per le strade di Parigi un santo – San Giovanni dai Piedi Nudi?». Molte persone testimoniarono dei miracoli operati dall’arcivescovo Giovanni in Europa occidentale.
V.D. racconta: «Molti erano consapevoli che non era necessario dire a Vladika di visitare qualcuno. Il Signore stesso gli ispirava dove e da chi andare. Vladika Giovanni era conosciuto in molti degli ospedali francesi e vi era ammesso in qualunque momento. Egli, senza sbagliarsi, si dirigeva sempre dove c’era bisogno. Una volta mio fratello venne portato in ospedale per una ferita alla testa. Le radiografie rivelarono un’ampia frattura cranica. I suoi occhi gonfiarono e divennero sanguigni; era in condizioni critiche. Vladika, che non conosceva mio fratello, in qualche modo lo trovò nell’ospedale, pregò su di lui e gli impartì la Santa Comunione. Quando gli vennero rifatte le radiografie, non c’era più alcuna frattura ed egli recuperò molto in fretta. Il dottore era sbigottito!»

San Francisco I
A San Francisco, la cui parrocchia-cattedrale è la più ampia della Chiesa russa all’estero, si era ritirato per motivi di salute un amico di lunga data di Vladika, l’arcivescovo Tikhon e in sua assenza la costruzione della nuova cattedrale aveva subito un arresto perché un’amara disputa paralizzava la comunità russa. In risposta alle pressanti richieste di migliaia di Russi della città che lo avevano conosciuto a Shangai, l’arcivescovo Giovanni venne inviato dal Sinodo come l’unico gerarca capace di riportare la pace nella comunità divisa. Giunse in quest’ultima diocesi che gli venne assegnata come vescovo ventotto anni dopo il suo primo arrivo a Shangai, il giorno della festa dell’Ingresso della Madre di Dio al Tempio, 21 novembre 1962.
Sotto la guida di Vladika venne ripristinata la pace, la paralisi della comunità terminò e così anche i lavori per la cattedrale. Tuttavia anche nel ruolo di pacificatore Vladika venne attaccato e sul suo capo vennero ammucchiate accuse e diffamazioni. Venne forzato ad apparire in tribunale – in flagrante violazione dei canoni della Chiesa – per rispondere all’imputazione assurda di nascondere la disonestà finanziaria del Consiglio parrocchiale. Tutti i coinvolti furono completamente esonerati; ma in questo modo gli ultimi anni di Vladika furono pieni di amarezza e persecuzioni, alle quali instancabilmente replicò senza lamentarsi, senza giudicare nessuno, con una pace immutata.
Vladika rimase fino alla fine del suo cammino coerente con il fedele servizio alla Chiesa. Per coloro che lo conobbero nei suoi ultimi anni spiccavano forse due aspetti del suo carattere: il primo era la sua severità in ciò che riguardava la Chiesa e la Legge di Dio.
Alla fine di ottobre la chiesa romano-cattolica celebra la festa di Tutti i Santi. Esiste una tradizione secondo la quale la notte precedente gli spiriti malvagi celebrino la propria festa del caos. In America, questa celebrazione, detta Halloween, è diventata ocasione nella quale i bambini fanno malefatte vestiti da streghe, diavoli, fantasmi, come se chiamati dai poteri oscuri – una diabolica parodia del Cristianesimo. Un gruppo di Russi aveva organizzato per quella notte un ballo di Halloween. In quello stesso momento, nella cattedrale di San Francisco, si celebrava la Veglia di Tutta la Notte e un buon numero di persone era assente, con grande dispiacere di Vladika. Dopo il rito Vladika andò nel luogo in cui si stava ancora tenendo il ballo. Salì i gradini ed entrò nella sala, con pieno stupore dei partecipanti. La musica terminò e Vladika, completamente in silenzio, diede un’occhiataccia alla gente sbigottita, facendo lentamente e deliberatamente il giro della sala, con il pastorale in mano. Non disse una parola e d’altronde non era necessario: la sola vista di Vladika punse la coscienza di tutti, ed era evidente dalla costernazione generale. Vladika se ne andò in silenzio e il giorno dopo, in chiesa, tuonò la sua santa indignazione e il suo bruciante zelo, invitando tutti alla devota vita cristiana.
Tuttavia Vladika non veniva ricordato dal suo gregge per il rigore, ma semmai per la gentilezza, la sua gioia, anche per quella che è stata chiamata “follia in Cristo”. La sua più popolare fotografia cattura qualcosa di questo aspetto del suo carattere. Era specialmente evidente nella sua condotta con i bambini. Dopo le funzioni egli sorrideva e scherzava con i ragazzi che lo servivano, scherzosamente colpendo i refrattari sulla testa con il suo pastorale. Certe volte il clero della cattedrale si sarebbe imbarazzato nel vederlo, nel mezzo di una funzione (ma mai all’altare) chinarsi a giocare con un bambino piccolo. E durante le feste in cui era prevista la benedizione con l’acqua santa, egli spruzzava i fedeli non sulla testa, come d’uso, ma direttamente in viso (cosa che una volta indusse una bambina ad esclamare «ti spruzza proprio!»), con un evidente bagliore negli occhi e una totale noncuranza per l’ansioso imbarazzo dei più pomposi.

San Francisco II
Anna Hodyriva racconta: « Mia sorella Xenia Yarovoy, che viveva a Los Angeles, soffrì per un lungo periodo di dolori alla mano. Andò da vari medici, provò alcune cure, tuttavia nulla ebbe efficacia. Decise infine di rivolgersi a Vladika Giovanni e gli scrisse una lettera a San Francisco. Passò un po’ di tempo e la mano guarì. Xenia cominciava a dimenticarsi del suo precedente dolore, quando, una volta, essendo in visita a San Francisco, andò alla cattedrale per la liturgia. Al termine si recò da Vladika Giovanni per il bacio della croce e questi, vedendola, le chiese: «Come sta la tua mano?» Vladika vedeva mia sorella per la prima volta! Come poteva dunque riconoscerla e sapere che era lei ad avere avuto quei dolori?
Anna S. ricorda: «Io e mia sorella Musia fummo coinvolte in un incidente. Ci venne addosso un giovane ubriaco che colpì con notevole forza la portiera, nel lato dov’era seduta mia sorella. L’ambulanza la portò subito all’ospedale in condizioni molto serie, con una costola rotta che aveva perforato il polmone e le causava molto dolore. I suoi occhi erano diventati invisibili, talmente aveva il viso gonfio. Quando Vladika venne a visitarla, ella alzò la palpebra con il dito e, avendolo visto, gli prese la mano e la baciò; non poteva parlare, perché era stata tracheotomizzata, ma lacrime di gioia le scesero dagli occhi. Dopo che Vladika l’ebbe visitata varie volte, cominciò a stare meglio. Una volta Vladika entrò in reparto e disse: «Musia sta male, adesso». Allora andò verso il suo letto e, dopo aver chiuso la tenda che vi era intorno, pregò per lungo tempo. Durante questa preghiera fummo avvicinati da due medici e ne approfittai per chiedere quanto fossero serie le sue condizioni e se dovessi chiamare la figlia dal Canada (avevamo tenuto nascosto alla figlia che la madre aveva avuto un incidente). I medici risposero: «Avvisare o meno la famiglia è un problema vostro, quanto a noi non possiamo garantire che arriverà al mattino». Grazie a Dio ella non solo sopravvisse a quella notte, ma guarì completamente e ritornò in Canada… Io e la mia famiglia crediamo che Musia sia stata salvata dalle preghiere di Vladika Giovanni».
La vita di Vladika era regolata dalle esigenze della vita spirituale e se questo sconvolgeva l’ordine abitudinario delle cose, era per scuotere la gente dalla propria inerzia spirituale e ricordare loro che esisteva un giudizio più alto di quello del mondo. Un rimarchevole incidente degli anni di Vladika a San Francisco (1963) illustra molti aspetti della sua santità: l’audacia spirituale, basata sulla fede assoluta; la sua abilità di vedere il futuro e di superare con la vista spirituale i limiti dello spazio e il potere della sua preghiera, che operava miracoli al di fuori di ogni dubbio. L’incidente venne riferito dalla donna che ne fu testimone, la signora L. Liu; le esatte parole di Vladika furono confermate dal signor T., che è menzionato.
«A San Francisco mio marito venne coinvolto in un incidente automobilistico e seriamente ferito; aveva perso il controllo dell’equilibrio e soffriva terribilmente. In questo periodo Vladika aveva molti problemi. Conoscendo, però, il potere della sua preghiera, pensai: «Se chiedo a Vladika di venire da mio marito, questi sarà risanato». Ma mi dispiaceva farlo, perché egli era molto occupato. Passarono due giorni e improvvisamente Vladika venne da noi, accompagnato dal signor B.T., che aveva guidato per lui. Vladika stette con noi circa cinque minuti, ma io credevo che mio marito sarebbe stato risanato. Lo stato della sua salute in quel momento era nel suo punto peggiore e dopo la visita di Vladika ci fu una crisi acuta e poi egli cominciò a star meglio e visse ancora quattro anni. Era abbastanza vecchio. In seguito incontrai il signor T. in chiesa e questi mi disse che all’epoca stava portando Vladika all’aeroporto. Improvvisamente quegli gli aveva detto: «Adesso andiamo dai Liu». Egli aveva obbiettato che avrebbero fatto tardi per il volo e che era impossibile tornare indietro in quel momento. Allora Vladika disse: «Puoi essere responsabile della vita di un uomo?» Egli non potè fare altro che condurre Vladika da noi. Nonostante questo, quando andò via, non arrivò in ritardo per l’aereo».

La morte di un Santo
Fra coloro che conoscevano e amavano Vladika, la prima reazione alle notizie della sua morte improvvisa fu: non può essere! E si trattava di qualcosa di più di una semplice reazione alla sorpresa per l’evento, in quanto fra coloro che gli erano vicini si era incontenibilmente sviluppata l’idea che questo pilastro della Chiesa, questo sant’uomo sempre avvicinabile dal suo gregge, non sarebbe mai morto! Non ci sarebbe mai stato un momento in cui qualcuno non avrebbe più potuto rivolgersi a lui per un consiglio o per consolazione! In un certo senso, da un punto di vista spirituale, quest’idea da allora si è dimostrata vera. Ma è anche una delle realtà di questo mondo che ogni uomo che viva deve morire. Vladika era preparato a questa realtà.
Al direttore dell’orfanotrofio dove viveva, che nella primavera del 1966 gli stava parlando di un consiglio diocesano da tenersi da lì a tre anni, aveva detto: «A quel tempo non ci sarò più». Nel maggio 1966, una donna che conosceva Vladika da vent’anni e la cui testimonianza è, secondo il metropolita Filarete, «degna di completa fiducia», fu sorpresa dal sentirlo dire: «Morirò presto, alla fine di giugno, non a San Francisco, ma a Seattle».
Ancora, la notte prima della sua partenza per Seattle, quattro giorni prima di morire, stupì un uomo per il quale aveva appena officiato un moleben, con le parole: «Non bacere un’altra volta la mia mano». E il giorno della sua morte, alla fine della Divina Liturgia che aveva celebrato, spese tre ore in preghiera davanti all’altare, emergendone non molto tempo prima della sua morte, che avvenne il 2 giugno 1966: morì in una stanza dell’edificio parrochiale annesso alla chiesa. Fu udito cadere e dopo essere stato posto su una sedia da quelli che erano accorsi per aiutarlo, diede il suo ultimo respiro pacificamente e con scarso evidente dolore, in presenza dell’icona miracolosa del Segno di Kursk.
Prima della canonizzazione le sue reliquie riposarono in una cappella nei sotterranei della cattedrale di San Francisco (dopo la canonizzazione nel giugno del 1994 esse vennero spostate all’interno della chiesa stessa).
Poco dopo la sua morte, cominciò un nuovo capitolo della storia di questo sant’uomo. Esattamente come san Serafino di Sarov aveva detto ai suoi figli spirituali di considerarlo come vivo dopo la sua morte, visitando la sua tomba e dicendogli ciò che riempiva i loro cuori, così è provato che anche Vladika ascoltò coloro che ne onoravano la memoria. Subito dopo la sua morte, un suo vecchio studente, p. Amvrosy P., ebbe una notte un sogno o una visione: Vladika, vestito con i paramenti pasquali, ricolmo di luce e splendente, incensava la cattedrale e con gioia gli disse una sola parola, mentre lo benediceva: «felice».
Più tardi, prima della fine del periodo dei quaranta giorni, p. Costantine Z., per lungo tempo diacono di Vladika ed ora prete, che in seguito si era adirato con lui e aveva cominciato a dubitare della sua giustizia, vide in un sogno Vladika nella luce, con raggi che splendevano intorno al suo capo così luminosi che era impossibile guardarli. Così i dubbi di p. Costantine sulla sua santità disparvero.
La direttrice della Casa di San Tikhon di Zadonsk e per lungo tempo collaboratrice devota di Vladika, M. A. Shakmatova, vide in sogno una folla di persone trasportare la bara di Vladika nella chiesa di San Tikhon; Vladika tornava in vita e si metteva in piedi davanti alle porte regali, ungendo la gente e dicendo, rivolto a lei: «Dillo alla gente: sebbene io sia morto, tuttavia sono vivo!»

Alcuni miracoli
Come quando era in vita, Vladika continua ad essere molto attivo nell’aiutare coloro che hanno bisogno di lui. Riportiamo solo due delle centinaia di casi di suoi miracoli.
Victor Boyon fu testimone della guarigione di un amico per opera di Vladika: «Il miracolo avvenne dopo che ebbi ricevuto i diritti d’autore per la pubblicazione inglese “Vita ortodossa” (Orthodox Life) da Jordanville, N.Y., che includevano la foto di Vladika Giovanni. Avevo un amico, un musulmano proveniente dalla Russia, che soffriva per un cancro al sangue e stava perdendo la vista. I dottori erano concordi nel dire che nel giro di tre mesi sarebbe diventato cieco. Posi la foto di Vladika Giovanni dietro la mia lampada di preghiera e cominciai a pregare ogni giorno per il mio amico. Dopo poco tempo egli venne guarito dal tumore e riprese a vederci normalmente. Gli oculisti erano stupefatti. Da quel momento il mio amico ha condotto una vita normale e legge senza difficoltà».
L’arciprete Stephan Pavlenko racconta: «Mio fratello Paolo visse per alcuni anni in Vietnam, sebbene non facesse parte dell’esercito. Cercava i bambini feriti e resi orfani dalla guerra e li portava negli orfanotrofi o negli ospedali. In questo modo si avvicinò alla sua futura moglie, una vietnamita di nome Kim En, la quale si occupava anch’essa di aiutare i bambini sfortunati. Mio fratello fece conoscere a Kim la fede cristiana e le vite di molti santi di Dio. Ella gli disse che durante i momenti davvero difficili le appariva in sogno un monaco che la consolava e le diceva cosa fare. Una volta, più o meno nel periodo pasquale, inviai a mio fratello alcune cassette con canti monastici, unitamente a libri e giornali di contenuto spirituale. Ricevuto il mio pacco e mostratone il contenuto a Kim, egli rimase stupefatto quando lei, dopo aver osservato la copertina di un giornale, esclamò: «Questo è il monaco che mi appare in sogno!» Si riferiva ad una foto molto conosciuta di Vladika Giovanni, presa fra le tombe del monastero di Novo Diveevo nella Spring Valley. In seguito Kim venne battezzata nella Chiesa ortodossa, con il nome di Kyra.
Il beato arcivescovo Giovanni di Shangai e San Francisco venne canonizzato come santo dalla Chiesa Russa all’Estero il 2 luglio 1994 e, dopo la riunificazione di questa con il Patriarcato di Mosca, il Santo Sinodo ne estese la venerazione alla Chiesa universale il 2 giugno 2008.

Fonte  www.santiortodossi.blogospot.it  :